Strategia: come il Pd può fregare B. con l’aiuto del M5S

In questi giorni siamo tutti un po’ disperati e sconfitti.  L’elettorato del Pd è stato tradito e pullulano occupazioni di giovani militanti. Civati lotta solo contro tutti a rischio espulsione, si sta consumando il famigerato inciucio con le fanfare istituzionali che esultano.Il governissimo ormai è una realtà e non si può ancora votare con questo Porcellum.  Ma c’è ancora una speranza. Berlusconi  sa benissimo che fare questo governo Letta per lui è un rischio: Confalonieri lo spinge assieme alle colombe del PDL ma Ghedini lo frena, assieme ai falchi. Le tesi sono due: “non ti sporcare ora con un governissimo impopolare, hai i sondaggi dalla tua parte” oppure “ fatti dare garanzie su giustizia e corruzione e diventi intoccabile”. Napolitano minaccia il Pd con il rischio voto ( se si votasse il Pd perderebbe almeno il 20% dei consensi ora) e il PDL con il rischio Rodotà o Prodi al colle ( in quel caso addio larghe intese) . C’è un solo modo per uscirne : fare questo governo  con il PDL e un inciucio sottobanco  con il M5S . Se nel Pd non ci fosse una quota sostanziosa di traditori e  deprecabili faccendieri, grazie al M5S si potrebbe ancora togliere di mezzo Berlusconi dalla scena politica. Il Pd se fosse sano di mente farebbe alcune cose condivise da tutti : legge elettorale, eliminazione provincie, abolizione finanziamento partiti  etc. Poi quando arriverà il momento di fare la legge sulla corruzione o sulla riforma della giustizia  il PD dovrebbe incassare il sì dal M5S, a quel punto B. farebbe cadere il governo ma sarebbe troppo tardi, lo si sarebbe comunque “ fregato”.  Questa sarebbe l’unica cosa da fare per riacquistare credibilità, liberarci di Berlusconi e tornare alle urne . So benissimo che mi direte che nel Pd sono solo degli inciucioni corrotti, che Letta è uno che mastica da una vita   pane e potere etc. Ma conviene al PD prolungare all’infinito un gioco al gatto e alla volpe con B? Con un B. talmente furbo e imprevedibile da far cadere il banco quando più gli sarà opportuno? Con B. il maestro della propaganda? La base del Pd non vuole un governo con Berlusconi, questa è truffa elettorale, si era promesso altro e non ci parlino di salvezza nazionale perché la nostra nazione non sarà mai giusta o civile finché estremisti volgari e populisti come i Piddiellini saranno al potere. Non mi piacciono la Lombardi e Crimi, non mi piacciono le parolacce di Grillo ma moltissimi temi del M5S sono condivisibili, di sinistra come lo è Rodotà e abbiamo un Berlusconi tornato ad essere l’ago della bilancia della nostra politica. Il Pd ora dovrebbe fare un vero inciucio: con il M5S alle spalle di B. 
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Solo il 20 per cento degli adulti italiani sa veramente leggere, scrivere e contare

DI TULLIO DE MAURO
Internazionale

Solo il 20 per cento degli adulti italiani sa veramente leggere, scrivere e contare 

Cinque italiani su cento tra i 14 e i 65 anni non sanno distinguere una lettera da un’altra, una cifra dall’altra. Trentotto lo sanno fare, ma riescono solo a leggere con difficoltà una scritta e a decifrare qualche cifra. Trentatré superano questa condizione ma qui si fermano: un testo scritto che riguardi fatti collettivi, di rilievo anche nella vita quotidiana, è oltre la portata delle loro capacità di lettura e scrittura, un grafico con qualche percentuale è un’icona incomprensibile.

Secondo specialisti internazionali, soltanto il 20 per cento della popolazione adulta italiana possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea. 

Questi dati risultano da due diverse indagini comparative svolte nel 1999-2000 e nel 2004-2005 in diversi paesi. Ad accurati campioni di popolazione in età lavorativa è stato chiesto di rispondere a questionari: uno, elementarissimo, di accesso, e cinque di difficoltà crescente. Si sono così potute osservare le effettive capacità di lettura, comprensione e calcolo degli intervistati, e nella seconda indagine anche le capacità di problem solving.

I risultati sono interessanti per molti aspetti. Sacche di popolazione a rischio di analfabetismo (persone ferme ai questionari uno e due) si trovano anche in società progredite. Ma non nelle dimensioni italiane (circa l’80 per cento in entrambe le prove).

Tra i paesi partecipanti all’indagine l’Italia batte quasi tutti. Solo lo stato del Nuevo Léon, in Messico, ha risultati peggiori. I dati sono stati resi pubblici in Italia nel 2001 e nel 2006. Ma senza reazioni apprezzabili da parte dei mezzi di informazione e dei leader politici. 

Nelle ultime settimane, però, alcuni mezzi di informazione hanno parlato con curiosità del fatto che parecchi laureati italiani uniscono la laurea a un sostanziale, letterale analfabetismo. Questa curiosità vagamente moralistica è meglio di niente?

No, non è meglio, se porta a distrarre l’attenzione dalla ben più estesa e massiccia presenza di persone incapaci di leggere, scrivere e far di conto (quello che in inglese chiamiamo illiteracy e innumeracy e in italiano diciamo, complessivamente, analfabetismo). È notevole che l’analfabetismo numerico (l’incapacità di cavarsela con una percentuale o con un grafico) non abbia neanche un nome usuale nella nostra lingua.

È grave non saper leggere, scrivere e far di conto? Per alcuni millenni – dopo che erano nati e si erano diffusi sistemi di scrittura e cifrazione – leggere, scrivere e far di conto furono un bene di cui si avvantaggiava l’intera vita sociale: era importante che alcuni lo sapessero fare per garantire proprietà, conoscenze, pratiche religiose, memorie di rilievo collettivo, amministrazione della giustizia.

Ma nelle società aristocratiche a base agricola, purché ci fossero alcuni letterati, la maggioranza poteva fare tranquillamente a meno di queste capacità. I saperi essenziali venivano trasmessi oralmente e perfino senza parole. Anche i potenti potevano infischiarsene, purché disponessero di scribi depositari di quelle arti.

Carlo V poteva reggere un immenso impero, ma aveva difficoltà perfino a fare la firma autografa. Le cose sono cambiate in tempi relativamente recenti almeno in alcune aree del mondo. Dal cinquecento in parte d’Europa la spinta della riforma protestante, con l’affermarsi del diritto-dovere di leggere direttamente Bibbia e Vangelo senza mediazioni del clero, si è combinata con una necessità creata dal progredire di industrializzazione e urbanizzazione: quella del possesso diffuso di un sapere almeno minimo.

In seguito è sopravvenuta l’idea che tutti i maschi abbienti, poi tutti i maschi in genere, infine perfino le donne, potessero avere parte nelle decisioni politiche.

La “democrazia dei moderni” e i movimenti socialisti hanno fatto apparire indispensabile che tutti imparassero a leggere, scrivere e far di conto. Il solo saper parlare non bastava più. E in quelle che dagli anni settanta del novecento chiamiamo pomposamente “società postmoderne” o “della conoscenza”, leggere, scrivere e far di conto servono sempre, ma per acquisire livelli ben più alti di conoscenza necessari oggi all’inclusione, anzi a sopravvivere in autonomia.

L’analfabetismo italiano ha radici profonde. Ancora negli anni cinquanta il paese viveva soprattutto di agricoltura e poteva permettersi di avere il 59,2 per cento della popolazione senza titolo di studio e per metà totalmente analfabeta (come oggi il 5 per cento).

Fuga dai campi, bassi costi della manodopera, ingegnosità (gli “spiriti vitali” evocati dal presidente Napolitano) lo hanno fatto transitare nello spazio di una generazione attraverso una fase industriale fino alla fase postindustriale. Nonostante gli avvertimenti di alcuni (da Umberto Zanotti Bianco o Giuseppe Di Vittorio a Paolo Sylos Labini), l’invito a investire nelle conoscenze non è stato raccolto né dai partiti politici né dalla mitica “gente”.

Secondo alcuni economisti il ristagno produttivo italiano, che dura dagli anni novanta, è frutto dei bassi livelli di competenza. Ma nessuno li ascolta; e nessuno ascolta neanche quelli che vedono la povertà nazionale di conoscenze come un fatto negativo anzitutto per il funzionamento delle scuole e per la vita sociale e democratica.

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 La competenza alfabetica in Italia. Una ricerca sulla cultura della popolazione (Franco Angeli 2000); Letteratismo e abilità per la vita. Indagine nazionale sulla popolazione italiana 16-65 anni (Armando editore 2006).

Sulle conseguenze anche economico-produttive del basso livello di alfabetizzazione si vede utilmente Attilio Stajano, Research, Quality, Competitiveness. European UnionTechnology Policy for Information Society (Springer 2006), di cui è in stampa una seconda edizione aggiornata.–

Tullio De Mauro

Internazionale 734, 6 marzo 2008

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Psicologia di Beppe Grillo, dialogo tra psicoterapeuti

Luigi D’Elia

Uno stimato collega mi fa notare giustamente che <<Grillo ha il terrore di venire ingabbiato in una qualsivoglia dialettica parlamentare, perchè dovrebbe subito cambiare linguaggio e così fare flop, perdere la sua ragione di essere>>. 

Mi sembra una riflessione corretta e che non promette nulla di buono. Ho visto Grillo cambiare registro comunicativo solo nelle interviste alle TV scandinave, dove appare mite e dolce, ma in Italia si gioca la credibilità di capopopolo se dovesse dialogare senza insultare nessuno. Perderebbe ispo facto il 50% del suo elettorato incazzato che lo idolatra. Prigioniero del personaggio tragico affetto da priapismo rivoluzionario, quando si renderà conto che rischia di rimanerci schiacciato? D’altro canto se non riuscirà a realizzare nemmeno uno dei punti del suo programma perderà l’altro 50% del suo elettorato che ha creduto in quello anziché in lui. Deve decidere quale elettorato perdere

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    Sergio Stagnitta Il tema che pone Nicola è molto interessante, non solo per la portata pratica della questione soldi, ma soprattutto perché aggiunge il secondo elemento delle spinte ideologiche ovvero gli interessi personali, le debolezze di ognuno di noi. Credo che Grillo abbia paura di governare sicuramente perché dovrà modificare il suo linguaggio, ma soprattutto perché tutti gli occhi saranno puntati sul suo movimento, basta un errore e il gioco si rompe. E tra centinai di nuovi eletti il rischio è alto. Tutte le spinte rivoluzionarie nel tempo si sono trasformate o in regimi oppure si sono allineate (democraticamente!) costituendo un nuovo ordine di potere. Grillo, a volte, mi ricorda il periodo del liceo, dove sicuramente era facile dall’ultimo banco criticare e contestare il potere dei professori. Comunque, per non sbagliare mi sto rileggendo in questo periodo il bellissimo libro di José Saramago, “Saggio sulla lucidità”, mai così attuale.
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    Sergio Stagnitta Aggiungo il piccolo inciso: io non sono spaventato dalla presenza di questo movimento nel panorama politico italiano. Credo che in sé sia una buona cosa, capace di rompere quegli equilibri che molti hanno definito giustamente partitocratici. Ho solo paura che questo atteggiamento non produca un vero e proprio cambiamento, che si riduca in breve tempo nella famosa frase del Gattopardo: “cambiare tutto per non cambiare nulla”.
     
    Alba del giorno 4. Luigi D’Elia 
    Grillo svela alla BBC ciò che avevamo già capito. La sua tattica è lasciare il paese nelle mani della grande coalizione di salvezza nazionale, aspettare le prossime elezioni e vincerle tra un anno (secondo lui). Il coro belante dei suoi seguaci, composto per molta parte di bimbominki dipendenti dal capo carismatico, privi di un pensiero critico personale, gli andrà appresso senza contare che in questo anno il paese andrà a scatafascio.
    La realtà è che da qualche parte dentro di lui (qualcuno dovrebbe aiutarlo) sa di non avere i numeri per negoziare e governare, la sua rappresentanza è un’accozzaglia ancora amorfa che avrebbe al limite bisogno di una legislatura intera per crescere ed imparare. Avendo perso il senso del limite, lui pensa che basti fare due chiacchiere con un professore di diritto per sapere come funziona il governo del Paese (lui ha studiato sulle istruzioni del Risiko). 
    Non calcola che questo comportamento sterilmente tatticistico sarà correttamente letto dall’elettorato come impotenza e irresponsabilità e sarà duramente punito.
    Si spera che questo euforia onnipotente, incompatibile con la democrazia, viri al più presto in una posizione solo un po’ più depressiva e passi ad un atteggiamento più responsabile e negoziale, riconosca l’esistenza di interlocutori e si guadagni questa insperata rappresentanza proponendo ora i punti del programma che abbiamo votato.
    I rappresentanti del M5S alla mia legittima domanda su come si prendono le decisioni dentro il movimento mi rispondono che “non ci sono decisioni da prendere”, non c’è nulla decidere, e che quello che dice Grillo li rappresenta sempre. 

    Ma dove e quando era stato discusso con gli eletti al Parlamento che a Bersani andava risposto alle sue proposte programmatiche dicendogli che è un morto che parla? Chi ha deciso che questa fosse la risposta più adeguata? Chi sarà il portavoce politico del M5S? Sarà lo stesso Grillo o qualcun altro? Risponderà anche lui in questo modo? 

    Personalmente dissento visceralmente da questa modalità di intelocuzione istituzionale che trovo fascistoide e degradante la dignità di chi ci si identifica. Va bene in un teatro, ma fuori è grottesco. Invito i rappresentanti del M5S di fare ingresso nella realtà ed esaurire la loro euforia elettorale e comprendere che devono diventare un gruppo politico autonomo e non dipendente da un portavoce non eletto.

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Psicologia del Movimento 5 Stelle

di Sergio Stagnitta, psicoterapeuta

 

Prima di entrare nel merito del tema che vorrei affrontare faccio un breve premessa: ritengo che l’ingresso di questo movimento in Parlamento possa portare dei grossi benefici al sistema politico italiano. Primo fra tutti la rottura del sistema che molti hanno definito “partitocratico” nel quale l’alternanza al potere non ha mai modificato concretamente il sistema dei privilegi presenti da sempre in Italia. Già solo l’idea che nelle commissioni e nelle sedute parlamentari ci saranno non politici di professione è una buona garanzia che gli equilibri precedenti saranno, almeno in parte, stravolti.

Detto ciò, in questo periodo centinaia di commentatori (professionisti e non) stanno provando a fare delle analisi sul M5S, proponendo ognuno una ipotesi e sviluppando le possibili conseguenze, positive o negative, sul loro successo elettorale.

Anch’io vorrei proporre un’analisi utilizzando gli strumenti con i quali lavoro ogni giorno, ovvero gli strumenti psicologici ed in particolare alcuni semplici elementi di  teoria di gruppo.

 

La domanda che tutti si stanno ponendo in questo momento non è più quella di capire perché questo movimento ha avuto un così grande successo, la risposta ormai è facile: la politica tradizionale, fatta dai professionisti politicanti, è fallita! La vera domanda oggi è se questo movimento sarà in grado di governare in modo veramente efficace, come dicono, e se manterrà questa spinta rinnovatrice nel tempo. Queste sono, a mio avviso, le due domande fondamentali, alle quali proverò a rispondere in termini psicologici.

 

Quand’è che possiamo dire che un gruppo funziona? La risposta, almeno sulla carta, è semplice:QUANDO È CAPACE DI PENSARE. Questo significa che se un gruppo, facilitato dal proprio leader, è capace di formulare pensieri, questo si trasforma in un gruppo di lavoro, che ha come obiettivo lo sviluppo delle idee sulle quali si era formato. Il gruppo diviene orientato su un “prodotto” e le forze messe in campo dai membri servono tutte alla realizzazione di questo/questi obiettivi. In questo caso il gruppo non ha la necessità di produrre capri espiatori, non ha paura dell’esterno, non ha bisogno di esercitare un’autorità severa e permanente e soprattutto si trasforma, nel tempo, in un gruppo semipermeabile capace di accogliere nuove idee senza perdere la propria identità.

Quando il gruppo, viceversa, non è capace di pensare, il movimento che si sviluppa al proprio interno è di tipo ripetitivo, i ruoli si cristallizzano, a volte si modificano ma con il solo obiettivo di mantenere un equilibrio che non consenta l’ingresso di nuove idee, si perde di riferimento il compito e quindi le persone che lo compongono hanno il solo obiettivo di perpetuare, coattivamente, una dinamica reazionaria, anche quando sembra apparentemente che le idee sono di tipo progressiste.

 

Per guidare una protesta così potente, come quella del Movimento 5 stelle, è stato necessario avere una guida forte, con una spinta populista, creando legami sulla base del nemico esterno. È stato necessario l’uso di un linguaggio forte, di rottura con il politichese di regime. È stato ancora più necessario esercitare un modello di leadership poco democratica perché il principale obiettivo era rompere un sistema di potere e quindi dare troppo spazio a sotto gruppi e ad alcune delle loro idee alternative avrebbe messo in crisi la tenuta del movimento. Io ho condiviso e condivido questa impostazione. Non mi piace, però credo che era l’unica strada percorribile. Diversamente il movimento si sarebbe sfaldato in piccoli gruppi perdendo del tutto la spinta propulsiva. Però ad un certo punto il movimento raggiunge il primo obiettivo: essere il primo partito in Italia. Nasce quindi la necessità di governare ed ecco che il movimento si trova alla prima vera spinta: è veramente capace di costituirsi anche come forza di governo e non solo di opposizione e protesta? La risposta potrebbe essere sì, però ad una condizione: se il gruppo è capace, adesso, di inserire i livelli di pensiero di cui ho parlato prima. In Sicilia e in altri contesti più locali ci sta riuscendo, adesso deve dimostrato a livello Nazionale, deve pensare, e deve farlo in grande. Spero che saranno in grado. Credo però che non lo saranno se vogliono la maggioranza assoluta.

La domanda a questo punto è: perché in Italia per ottenere il consenso è necessario possedere un narcisismo patologico con conseguente delirio di onnipotenza? 

 

Questa è la mia idea, ma forse ci sono ipotesi alternative …

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La procedura per praticare l’astensionismo attivo

l documento del Ministero degli Interni, che sta circolando in rete - in risposta alle numerose richieste di chiarimento – dichiara in modo inequivocabile che è legittimo (o meglio non vietato) rifiutare la scheda elettorale e chiederne la verbalizzazione. Ma non “insegna” per benino all’astensionista come si fa. Infatti, le norme disciplinano le procedure di voto e non quelle di non-voto.
 
In realtà il documento non lascia dubbi su un fatto fondamentale: NON RITIRARE LA SCHEDA ELETTORALE, quindi NON FARE VIDIMARE LA PROPRIA TESSERA ELETTORALE. Il documento non lo dice ovviamente in modo così esplicito, ma non può che essere banalmente così. Vediamo perché.
 
La vidimazione della tessera elettorale e la consegna della scheda sono contestuali e conseguenti:la vidimazione della tessera attesta che la scheda è stata consegnata e ritirata dalla personaA questo punto, con la scheda in mano, la persona diventa di fatto un elettore votante e ha solo due possibilità. O si reca dentro alla cabina elettorale e fa quello che crede, oppure non entra in cabina e riconsegna la scheda. Nel primo caso, abbiamo un elettore tradizionale che riconsegnerà la sua scheda votata, bianca o nulla, che finirà nell’urna. Nel secondo caso, avremo un elettore “art. 62″ [art 62 D.P.R n.361/1957] cioè un elettore che VOTA fuori della cabina e la cui scheda dovrà ritenersi nulla.
Infatti, il documento del Ministero dice, al secondo comma: “L’art. 62 prevede l’ipotesi in cui l’elettore non voti in cabina elettorale, facendone derivare la nullità della scheda. Ciò accadequando l’elettore registrato dal seggio elettorale, al quale ha consegnato la tessera elettorale e il documento di identità, abbia ritirato la scheda e poi l’abbia riconsegnata senza entrare prima in cabinaIn tal caso la scheda è nulla e l’elettore è considerato votante, avendo di fatto avuto nella propria disponibilita’ la scheda stessa.”
Dal momento in cui si prende in mano la scheda si diventa VOTANTI. L’unica riconsegna è dunque quella di una scheda valida (votata, bianca o nulla).
 
Il RIFIUTO della scheda è un’altra cosa.
Il rifiuto va dichiarato subito, assieme alla richiesta di verbalizzazione del motivo del rifiuto, consegnando SOLO il documento di identità (ed eventualmente una breve dichiarazione). FINE. Non si consegna la tessera elettorale, non la si fa vidimare, non si prende la scheda.
Il documento ministeriale, ai commi successivi recita: “L’ipotesi (…) in cui l’elettore voglia astenersi completamente dal voto RIFIUTANDO tutte le schede e chiedendo la VERBALIZZAZIONE della propria ASTENSIONE dal voto stesso. (…) in tali evenienze il presidente del seggio possa prenderre a verbale la protesta dell’elettore già registrato e il suo RIFIUTO DI RICEVERE la scheda (…). Appare utile aggiungere che l’elettore che rifiuta la schedanon potrà essere conteggiato come votante“. Rifiuto di ricevere, chiaro no?
 
Lo scopo è soltanto quello di metterci la faccia e di far verbalizzare un dissenso motivato non ottenibile con le altre forme di protesta (non recarsi alle urne, votare scheda bianca o nulla). In questo modo gli astensionisti, anziché essere una massa indistinta – e di fatto il maggior partito italiano – diventano cittadini con nome, cognome e dignità. Nel pieno diritto di dichiarare apertamente di scegliere di non scegliere chi non merita di essere scelto.
Se da un lato, la volontà di rifiutare la scheda sembra estendersi, dall’altro, putroppo si vedono ancora tante imprecisioni e approssimazioni, che rischiano di vanificare gli sforzi dei più ardimentosi e convinti nel cimentarsi in questa, per molti, nuova e pacifica forma di protesta elettorale. Col rischio di creare confusione e polemiche al seggio e di farsi cacciare o, peggio, di risultare addirittura votanti
 
dahttps://www.facebook.com/notes/rebecca-rovoletto/rifiuto-della-scheda-procedura/4250542633277  Immagine
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Alcune riflessioni sul perché non votare il M5S, movimento autoritario

Finalmente ho capito la più immane contraddizione di #Grillo e del suo concetto di democrazia diretta. Ora vi dico perché:

Grillo ha mutuato certamente l’idea di democrazia diretta dal movimento libertario . Come funziona questo sistema?

Per l’anarchismo libertario la democrazia diretta è possibile solo eliminando lo Stato e spacchettandolo in piccole comunità

L’organizzazione antiautoritaria si ottiene con un radicale decentramento federalista privo di gerarchie, nell’autogestione della comunità

Poi però #grillo che ha fatto? ha incontrato Casaleggio e si sono detti: come rendere questa idea vendibile?

Proviamo ad applicare la democrazia diretta sul web, visto che io ci lavoro (Casaleggio) e te puoi creare consenso (Grillo)

Ora come tutti ben sanno nella pratica libertaria non esiste la ricerca di consenso ma solo l’accordo: questa è la base per cominciare

Questo quindi : la ricerca di consenso tramite il Leader e la persuasione è la prima falla del sistema #GrilloCasaleggio

Però diciamo che l’hanno mascherata con la partecipazione sul web, promettendo la famosa democrazia diretta al più presto con liquidfeedback

Poi che succede? accade che siccome quella è una roba di marketing e i partiti fanno porcate, il gioco si rompe in mano e sorge il problema

il problema diventa la governabilità di tante teste illuse di dire al propria come fossero in democrazia diretta e qui casca l’asino

a chi mi chiede se Grillo conosca il pensiero libertario : ricordare che era il miglior amico di De Andrè ma andiamo avanti

Allora il giochino si rompe: non possono mettere a disposizione il liquid feedback perchè rischierebbero di prenedre colore , ora vi spiego

Oggi Grillo trova consenso bipartisan (vi ho postato oggi i dati scientifici ), proprio perché la sua comunicazione non è su temi colorati

Per tema colorato intendo valori, opinioni, temi etici etc. in cui i potenziali elettori di dx o sx si socntrebbero e allora che si fa?

e allora si fa marketing, no a liquid feedback e sì alla ricerca di consenso basata soprattutto su un punto caldo: la critica ai partiti

Dunque al bando valori o idee che dividono, sì solo a concetti che uniscono, che entrino tutti, facciamoli tutti contenti perché

Se poi la gente vota sul serio, ci sarà chi non è d’accordo e noi non vogliamo un movimento antiautoritario ma entrare in parlamento

Quindi, si sono detti, restiamo sul vago : basta tirar merda sugli altri e il gioco è fatto. Per ora gestiamo noi e poi si vedrà

Ultima considerazione: 1 vale 1 è una presa per i fondelli sesquipedale quando c’è un leader carismatico #Grillo ignora democrazia diretta

Se studiate cosa sia la democrazia diretta noterete che essa è ontologicamente incompatibile con un proprietario di un simbolo e leader

Il Caso @giovannifavia è lapalissiano della assurdità che vige nel #M5S : vi pare che in democrazia diretta si caccino i dissidenti?

Soluzioni a due vie: o si mollano Grillo e Casaleggio immediatamente dopo essere entrati in parlamento

Oppure, avendo anche firmato in bianco per dare gli emolumenti a non si sa chi per la comunicazione, sappiate che state votando un’agenzia di marketing e un comico, non dei ragazzi di buona volontà. Delle due l’una. O li scarichi o ti fregano.

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Testo delle dimissioni di un attivista del M5S : Grillo un dittatore.

 

Ecco; queste sono le mie dimissioni dal M5S. Le ampie dissertazioni sul fallimento ontologico dell’unico movimento politico che avrebbe potuto aiutare concretam

ente a salvare il nostro paese dalla banda di predoni che lo saccheggiano le lascio ai commentatori con minori capacità di sintesi della mia. Mi limito a statuire che non abbiamo combattuto il criptofascismo di Silvio Berlusconi per imbatterci volontariamente nelle dichiarazioni di delirio strafascista di Grillo. La democrazia dal basso a trazione castrista faceva ridere, o meglio piangere, già a Cuba negli anni ’50, figuriamoci in Italia nel 2013. Non si raddrizza un paese alla rovescia essendo in primi a prendere per il culo logica e buon senso. Sai una cosa, Grillo? Ma vattene affanculo tu. E anche in fretta. Ci vediamo dentro e fuori dal Parlamento, dal quale entrerai e uscirai senza gloria, come tutti i dittatorelli da 4 soldi che hanno ammorbato questo paese pieno di piccoli Balilla analfabeti. Vedremo chi rimarrà in piedi: dopo gli anni del consenso e dopo la disillusione arriva sempre un piccolo o grande piazzale Loreto. Sarà uno strapiacere. 
Lapo Mazza
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