Psicologia dell’emergenza

psicologia emergenza

Ansia, panico e stress post traumatico sono reazioni normali ad eventi anormali. Questo terremoto e’ tremendo e può far scaturire reazioni di difesa e panico. Ecco come affrontarle

Annunci

Psicologia di una classe politica che non vuole andare a casa

“Non mi dimetto”, quante volte abbiamo sentito questa frase? E non solo lor signori non si neppure se condannati, ma intentano veri e propri stratagemmi per restare lì dove sono, in parlamento a rappresentar se stessi.

Le spese che sosteniamo per questa politica incosciente e fatta di interessi privati non sono solo economiche ma etiche. Vi faccio un esempio: Casini che candida Cuffaro indagato e poi condannato per rapporti mafiosi si comporta in modo etico? Berlusconi lo conosciamo tutti, oggi riscende in campo proponendo ( forse illudendosi di seguire la scia del trionfo di Hollande) , una repubblica presidenziale a doppio turno. Quale sarebbe il motto di Berlusconi? Liberté Inegualité e Frivolité?

Ora sto facendo ironia ma stiamo vivendo in un tempo buio, confondendo l’antipolitica con giuste esortazioni ad una pulizia fuori e dentro la politica.

Da psicologa parlo spesso dell’importanza dell’esempio. Gli individui hanno bisogno di delegare, troppo spesso. I figli hanno i genitori e da questi ultimi traggono l’esempio e le strutture del super io. Questa società di magnaccioni impenitenti, di rei evidenti, come pensa di governare un paese disperato? Con l’educazione al saccheggio ed egoismo.

Brindisi: lo stato c’è. Questo dicono i politici. bello stato: i politici  ci difendono da loro stessi?

Le persone sono sempre più colme di odio e disperazione, in molti reagiscono con l’esasperazione e il lasciarsi andare . Si sta alzando il conflitto sociale in modi e termini pericolosissimi.

” Non mi dimetto” non funziona più, aspettare i processi non funziona più.

” Non mi dimetto”. Perchè? per tenere stretti prestigi? perché psicologicamente non si accetta un fallimento?

Esaminiamo i meccanismi di difesa primitivi usati durante un trauma ( cioè quelli più perniciosi, che non aiutano nessuno) E VEDIAMO COME LI USANO I  POLITICI:

Negazione:

completa scotomizzazione (oscuramento) del dato di fatto conflittuale, senza alcuna consapevolezza di ciò. Nella negazione di livello nevrotico quello che viene negato è solo l’affetto, mentre il rapporto con la realtà è di norma mantenuto. (NON E’ VERO CHE SONO INDAGATO )

Il diniego:

presente solitamente nelle psicosi, viene utilizzato quando il pericolo potenziale per il mantenimento della struttura psichica è estremo. NON E’ SUCCESSO NULLA, TUTTO E’ COME PRIMA ( IL POLITICO NEGA DI AVER PERSINO PERSO LE ELEZIONI ) 

La proiezione:

Ossia l’attribuzione (riconoscimento cosciente) dei propri sentimenti e affetti inaccettati all’esterno, su un altro oggetto o sull’intero ambiente. ( E’ LA MAGISTRATURA CHE MI PERSEGUITA , GLI ITALIANI CE L’HANNO CON ME )

L’introiezione:

L’introiezione è il processo di assimilazione e “assorbimento” dell’oggetto o di sue qualità, che vengono riconosciute come proprie. Le caratteristiche introiettate dell’oggetto diventano indistinguibili (a livello rappresentativo) dal Sé.  ( Io sono Lo STATO, l’unto dagli elettori ) 

Identificazione Proiettiva:
Processo di proiezione delle qualità percepite come “cattive” dell’Io sull’oggetto relazionale, e successiva identificazione al fine di esercitare un controllo (spesso aggressivo) su di esso. Proiettando sull’altro le proprie qualità inaccettabili, l’Io può sviluppare l’illusione di poterle dominare dall’esterno.  ( ATTACCO DI UN POLITICO O PARTITO AD ALTRI POLITICI )

Razionalizzazione: 
Tentativo di “giustificare”, attraverso comportamenti, ragionamenti ed argomenti un fatto o un processo relazionale che il soggetto ha trovato angoscioso. In altre parole, la razionalizzazione consiste nel costruire attribuzioni, ipotesi o ragioni esplicative “di comodo”, per poter contenere e gestire l’angoscia. Dissociazione o Scissione.  (L’ARGOMENTARE DEI PARTITI E DEI POLITICI, CERCANDO DI DARE GIUSTIFICAZIONI RAZIONALI A CIO’ CHE E’ INGIUSTIFICABILE )

scissione:

Separazione “verticale” delle qualità contraddittorie dell’oggetto (buone e cattive), e di conseguenza dei sentimenti ad esso relativi, spesso vissuti come non integrabili “tutto o nulla”. I diversi aspetti della realtà mentale o di un evento spesso traumatico restano “relegati” in diversi settori dell’attività cosciente. Tipicamente presente, in senso disadattivo, nei Disturbi Dissociativi dell’Identità, più noti come “Personalità Multiple”, o nelle esperienze di depersonalizzazione e derealizzazione. ( IO SONO BUONO E BRAVO, VOI SIETE CATTIVI, PREDICO LA GIUSTIZIA MA COMMETTO REATI )

La formazione reattiva

In ambito psicologico e psicoanalitico, si definisce formazione reattiva uno dei principali meccanismi di difesa che il sistema psichico può mettere in atto per proteggere l’Io da stimoli ansiogeni o aspetti psichici conflittuali (“desideri inaccettabili”, secondo la metapsicologia psicodinamica pulsionalista).

Solitamente, è un processo che agisce quando il meccanismo di rimozione è già in atto, rendendo difficile al contenuto psichico il riaffioramento alla coscienza (ovvero, alla consapevolezza dell’Io).

Il processo di formazione reattiva si concretizza funzionalmente con la produzione di istanze endopsichiche, e l’assunzione di atteggiamenti e comportamenti coscienti, che sono totalmente opposti al contenuto psichico che è stato inconsciamente rimosso. Ad esempio, un forte desiderio sessuale inconsciamente represso può trasformarsi nell’assunzione, a livello cosciente, di un atteggiamento di moralismo intransigente.

Il meccanismo della formazione reattiva si riscontra in molte sintomatologie nevrotiche (ad esempio, di tipo ossessivo-compulsivo), ma è anche presente in numerose situazioni comuni. ( IO AMO IL MIO PAESE )

Etimologia della psiche: il Demonio è buono o cattivo?

Etimologia della psiche: Il DEMONIO è buono o cattivo?

di Barbara Collevecchio –

Chi mi conosce sa bene che le mie riflessioni partono sempre da quella che ritengo una “Grande madre” buona, bacino di infinite suggestioni e scoperte: l’etimologia.
Perché è importante andare alle origini della lingua? Non per puro “citazionismo” dotto ma per un’esigenza fondamentale: esplorare i nostri limen intellettuali attraverso i limiti della comprensione  del nostro linguaggio.  Molto spesso usiamo le parole in modo inconscio: senza conoscerne i reali e profondi significati. Se assumiamo che la parola è simbolo, significante e non mero segno, l’esplorazione e amplificazione del significato della parola diventa un concetto filosofico e un messaggio psichico.
Qual è la differenza tra simbolo e segno? Il segno è un semplice significante che ci riporta ad un univoco significato: un esempio possono essere i cartelli stradali. Il simbolo invece, dal greco Sun-ballo, significa mettere insieme. Mettere insieme cosa? La parola come simbolo coagula in sé dei messaggi psichici, dei concetti .
Il simbolo è sempre polisemantico ovvero ha più significati. Spesso un simbolo archetipico ha, come il tao, un livello inferiore ed uno superiore. Prendiamo ad esempio il significato di DEMONE.
Il dèmone s.m. [inizio sec. XIV] è uno spirito con facoltà soprannaturali. La parola deriva da quella meraviglia concettuale che è la lingua greca:  daímōn -onos e si traduce in ‘genio, essere soprannaturale’. Quindi per i greci un demone non aveva una connotazione negativa, esso è  divenuto ‘spirito maligno, demonio’ nella visione giudaico-cristiana. Perché?
Per capirlo dobbiamo risalire ad alcuni miti cosmogonici: in molti di essi Lucifero (colui che porta la luce) è una sorta di Prometeo, un mediatore psichico che connette l’umanità con gli dèi e le divinità. La stessa valenza è riscontrabile nel Dio Ermes, il messaggero degli Dèi, anch’egli ritenuto ladro e truffaldino. Portare la conoscenza agli uomini, far luce lì dove è oblio e ignoranza, è peccato. Questo ci dice  il mito di Prometeo, questo ci dice una bella scultura del figlio del filosofo Emanuele Severino. Non tutti sapranno che il noto filosofo ha un figlio che è anche un bravissimo scultore: Federico Severino. A casa del padre c’è una sua importante  scultura raffigurante Orfeo. Lo scultore ci regala un Orfeo schiantato a terra con la sua lira. Persa Euridice, perso l’amore, cosa resta ad Orfeo? Questa statua a testa in giù rappresenta anche la caduta di Lucifero: la caduta a terra, lo schianto vertiginoso di chi viene punito per il suo peccato di Ubris: la tracotanza di chi si sente più forte degli dèi, di chi li sfida. Un dio punisce sempre l’uomo che vuole guardarsi indietro. E il voltarsi di Orfeo è un cercare un significato profondo, interiore, è uno sguardo indiscreto nei confronti di tutto ciò che è ctonio: uno sguardo sull’Ade, sull’inconscio. Molto pericoloso farsi domande.
Quindi, tornando al Daimon, questo genio, questo spirito per i greci non era diabolico, ma una voce interiore che ci chiama alla nostra realizzazione attraverso una più compiuta conoscenza. Conoscenza che può essere pericolosa perché prevede un’esplorazione  dell’osceno. Osceno: fuori dalla scena, fuori dal manifesto. E come sappiamo da Freud i contenuti inconsci sono spesso e volentieri osceni, pruriginosi.
Eppure la sfida della complessità è questa: vogliamo accontentarci del manifesto o vogliamo ascoltare il nostro demone interno che ci spinge a “ ulteriorizzarci” e a conoscere veramente?
Circa i fraintendimenti e le bugie che ci diciamo e che ci dicono voglio farvi un esempio molto interessante. Il diavolo è buono o cattivo?
LA MISTIFICAZIONE DEL SIMBOLO DI BAPHOMET: SOLVE ET COAGULA
Bafometto o Baphomet è il nome, ricorrente nella letteratura occultista del XIX secolo, di unidolo pagano della cui venerazione furono accusati i Cavalieri templari.
Per molto tempo questa divinità  è stata male interpretata e intesa come entità demoniaca e perniciosa. Invece, se analizziamo  bene i simboli di cui è pregna, ci rendiamo immediatamente conto di quanto essi siano  positivi. Innanzitutto sul grembo c’è il caduceo, che come ho ampiamente scritto nel mio libro “ Il male che cura” è simbolo di unificazione positiva e curativa degli opposti e delle antinomie psichiche, tanto da diventare emblema della medicina. La mezza luna e le corna sono simboli di fertilità legati alla dea madre, il braccio in alto e quello in basso,” il solve et coagula”,  rappresentano i simboli alchemici dell’alto e del basso. La quadratura del cerchio, gli opposti che si integrano. Allora perché  quel volto caprino volto a spaventarci ? Perché alla chiesa d’allora conveniva denunciare e rendere eretici i Templari. Ma quante di queste mistificazioni ci hanno allontanato dal vero?
“Noli altum sapere” , in greco voleva dire “ non ti insuperbire della conoscenza”, ovvero, rimani umile. La chiesa ce l’ha tramandato come “non voler conoscere” . Eresia in greco vuol dire “libera scelta”… oggi cosa ci significa invece eresia?
Spero di non avervi annoiato e di aver scalfito un poco di false certezze. Il vero demonio, il vero peccato è restare ignoranti. Ce lo insegnano i miti, sempre attuali. Il vero pericolo è non approfondire, dare per certe informazioni che certe non sono. Certo, il rischio di affrontare e cercare la verità è quello di schiantarsi a terra, con tutto il pesante carico delle nostre illusioni… ma io vi chiedo: e se la bellezza non fosse in alto ma nel basso?

Le ultime pagine del mio libro : Il male che cura .

IImmagine

Maghe, streghe, fattucchiere e divinità nell’analisi psicologica di un arcaico rito rurale: il mito dell’eroe che affronta il male e il serpente al fine di guarire e rinascere a nuova vita. 
“Il Male che cura” è una metafora di guarigione nell’incontro terapeutico con le nostre difficoltà, svela l’opportunità di dialogare con le nostre parti rimosse ed energie sepolte. 
È l’incontro con la paura, riscontrabile nei miti e in questo rituale religioso che ancora sopravvive al tempo, a chiederci di riaprire un dialogo con i simboli archetipi e universali che giacciono in noi.
L’ autrice affronta attraverso l’analisi di questo rito un percorso di conoscenza del Sé, di catarsi e di espiazione, di morte e rinascita, che avviene attraverso l’incontro con il male che è presente in ogni individuo.

 

http://www.persianieditore.com/edizioni/Schede/Scheda_MaleCura.htm

I simboli onirici come quelli riscontrabili nei miti e nelle raffigurazioni artistiche come ad esempio, l’immagine del mandala, nella lettura junghiana sono frammenti che dall’inconscio collettivo ci chiamano attraverso le loro proprietà fascinose, a compensare il nostro atteggiamento cosciente e ad intraprendere la via dell’integrazione, in questo senso  il compito dell’individuo ci pare esemplificato in questo brano tratto dal “Coraggio di ogni giorno” di Hermann Hesse: “ Non c’è altra via che conduca al compimento e alla realizzazione di sé, se non la rappresentazione quanto più compiuta del proprio essere. “sii te stesso” è la legge ideale…non c’è altra via che conduca alla verità e allo sviluppo”.( Hesse 1950;trad.it.1993, pg.27).

Dunque  analizzando la processione di S.Domenico avvinghiato dai serpenti, non si possono fare affermazioni con dati storici che ne attestino la  diretta derivazione dal culto marso della dea Angizia ma mi è sembrato invece possibile, usando uno stile ermeneutico proprio della psicologia analitica, amplificare le sue componenti simboliche e  sottolineare come esse siano proprie di temi universali che ricorrendo sovente nella mitologia, nella storia delle religioni, come nelle favole e nelle produzioni oniriche, possono essere ricondotti all’archetipo della Magna Mater. Dopo aver trattato dell’archetipo della Grande Madre e dell’ombra, mi è sembrato possibile, dunque, evidenziare come il topos da cui origina il rito Cocullese sia riconducibile a quello dell’eroe che nel suo viaggio iniziatico di discesa nel regno inconscio, incontra il mostro/animale che deve sconfiggere o addomesticare. In questo senso credo che sia possibile rileggere anche le critiche mosse dal Profeta  a coloro che hanno interpretato questo rito con una visione monodimensionale attribuendo importanza ogni volta, solo ad una delle sue caratteristiche.

In termini psicologici l’incontro del santo con l’animale, che a Cocullo si specifica nel serpente, a mio avviso rappresenta  il processo di integrazione dell’ombra. Circa la presenza di simbolismi legati  all’archetipo della Magna Mater , abbiamo visto come esso si rappresenti in questo rito attraverso le immagini simboliche  del serpente, dell’acqua , della terra, dell’incubatio, della grotta e della dimestichezza con gli animali .

Ho rilevato le polivalenze simboliche del serpente sottolineando che  l’inconscio  proprio per la sua logica simmetrica ed estensiva non produce mai immagini immobili e fisse riconducibili ad un’unica ed inequivocabile interpretazione intellettuale ma ci pone innanzi simboli polisemantici che nella loro aurea nebulosa ci scuotono inducendoci ad una mobilizzazione e sperimentazione personale dei loro contenuti. 

L’immagine archetipica è mobile e sta a noi rimuoverla e non prestargli ascolto o rischiare di venire a patti con essa. Siamo noi, infatti, che ogni giorno dobbiamo chiederci se le scelte che facciamo sono frutto del nostro vero Sé o altresì scelte obbligate dal ruolo sociale che rivestiamo nella società. La tragedia Greca ha espresso con magistrale pathos questo dilemma: prendiamo l’Antigone di Sofocle. E’ evidente come in questa tragedia i personaggi siano intrappolati nei loro ruoli sociali: seppellire il proprio fratello come prescrive l’etica dei rapporti fraterni o obbedire al ruolo di cittadina dunque al divieto di seppellirne  del re? Antigone sceglie in quanto persona: maschera sociale, non in quanto individuo libero e questa scelta di condotta la porta alla rovina. Quanti individui sprecano la loro vita e si ammalano, poiché intrappolati nella loro persona non riescono a scegliere di intraprendere il rischioso percorso dell’individuazione?

Anche  per S.Domenico, che incarna il mito dell’esule, del viaggiatore errante alla ricerca di più alti valori del Sé , si tratta in principio di fare una scelta ed egli la compie con l’eremitaggio. Il Santo, come tutti gli eroi, si riconobbe non appartenente a quel mondo nebuloso e corrotto degli albori del medioevo, dunque decise di non prendervi parte in modo attivo ma di compiere un viaggio solitario di ricerca e di negazione dei valori correnti e abbiamo visto come il topos del viaggio sia anch’esso  un archetipo.. Il suo scopo era reintegrarsi con Dio ovvero raggiungere quella che la psicologia olistica chiama Autorealizzazione che presuppone il distacco dal mondo sociale, con le sue norme omogeneizzanti e appiattenti l’individuo. Come abbiamo visto il percorso verso la crescita e la differenziazione, la via della realizzazione di noi stessi è rischiosa :la trasformazione e  il cambiamento sono rischiosi, sia perché implicano una messa in discussione del nostro assetto psichico , sia perché non possono prescindere da una discesa negli inferi dell’inconscio materno, che assieme ad una promessa di rinascita ci assicura una morte, la morte del nostro vecchio modo di intendere e vivere l’esistenza. Questo percorso è chiamato da Jung di individuazione prevede l’incontro dell’individuo con il mostro, l’inconscio, che sovente è rappresentato dall’immagine di un drago o di un serpente.

Un individuo è paragonabile ad una casa in cui esso può coltivare se stesso, ma talvolta le mura dell’edificio individuale possono trasformarsi in corazza, per compiere l’esperienza fondamentale di superamento della condizione umana limitata, perché sia possibile il passaggio da un modo di essere limitante ad uno più ampio e non condizionato, c’è bisogno di una rottura; in uno splendido libro, “Spezzare il tetto della casa”, Eliade ci insegna come per il pensiero indiano, l’arhat , colui che spezza il tetto della casa, è colui che prende il volo verso la libertà, colui che “ ha trasceso il cosmo e ha avuto accesso a un modo d’essere paradossale, addirittura impensabile, quello della libertà assoluta”.(Eliade 1985;op.cit.pg.155).

Il simbolo della casa come corpo umano ci insegna che ogni situazione stabile, permanente implica la creazione di un cosmo, cosmo personale che talvolta può essere vissuto come limitante, in questo senso “Il superamento della condizione umana si traduce, in una maniera immaginosa, con l’annientamento della casa, cioè del cosmo personale che si è scelto di abitare”(ibd.); se dunque la dimora stabile in cui si vive, la nostra condizione esistenziale, blocca il nostro progresso, se le fondamenta diventano radici che ci avvinghiano e rendono impossibile percorrere il nostro viaggio personale, allora è nostro dovere assumere il coraggio di spezzare il tetto della nostra casa personale. Se si sceglie la libertà  dell’individualità qualcosa deve morire perché si possa rinascere.

In questo contesto concettuale, a mio avviso, s’incista il mito di S.Domenico, il quale, volto al  superamento dell’egocentrismo individualistico basato sulla coscienza dicotomica che  strappa dal contatto con l’Altro e con la totalità, ci rimanda al significato profondo ed al messaggio che ci invia questo affascinante rituale:  incontrare noi stessi e affrontare la paura che ne deriva.

Fu per poter vivere che i Greci dovettero, per profondissima necessità, creare questi dèi: questo evento noi dobbiamo senz’altro immaginarlo così, che dall’originario ordinamento divino titanico del terrore fu sviluppato attraverso quell’impulso apollineo di bellezza, in lenti passaggi, l’ordinamento divino olimpico della gioia, allo stesso modo che le rose spuntano da spinosi cespugli.”( F.Nietzsche :La nascita della Tragedia, pagg. 28-38)

Paura, o come lo chiama Nietzsche , terrore che viene proiettato nell’Ombra, negli animali.

 Paura che dobbiamo affrontare per poter integrare l’energia libidica rimossa, come quando durante la festa di Cocullo prendiamo il coraggio di  vedere e toccare i serpenti, poiché, seguendo Jung, ognuno di noi ha il compito di individuarsi.

Jung afferma che “tutti si ammalano perché hanno perso ciò che le religioni di tutti tempi hanno dato ai loro fedeli; e nessuno guarisce veramente se non riesce a raggiungere un atteggiamento veramente religioso”( Jung 1934;op.cit.pg.182) , quello che le religioni e i miti ci offrono tutt’ora sono i simboli che , in quanto messaggeri dell’inconscio , se integrati alla coscienza possono guarirci.

Ciò che la società di S.Domenico e la nostra ha perso è l’ascolto verso i suggerimenti preziosi che ci vengono per via dei simboli onirici o religiosi, il richiamo del Daimon, dell’ombra nella sua accezione di aiutante magico che ci induce a prendere una decisione:ascoltare l’inconscio e rinascere o rimanere immobili entro i limiti della persona sociale.

Il principium individuationis può avvenire in due modi contrapposti: una cosa è individuarsi in modo conscio e discriminatorio, ancorarsi al proprio egocentrismo e rimuovere l’inconscio, come fece con veemenza il principio brutale maschile all’epoca delle invasioni elleniche in Grecia, che rimosse il femminino uccidendo la Pizia e sostituendo un Dio maschio all’oracolo; un’altra è individuarsi dopo essersi calati in un viaggio iniziatico volto alla scoperta delle proprie profondità psichiche, riappropriarsi degli opposti da cui ci si era scissi, affrontare il proprio male interno e riuscirne risorti con un nuovo atteggiamento mentale. Questa è quella proprietà rigeneratrice tipica della Madre e del serpente che cambia pelle. Scrive infatti Carotenuto : “ Il percorso che porterà l’eroe alla meta individuativi non presuppone infatti l’irrigidimento difensivo che identificherebbe l’eroe con il padre, né la negazione difensiva delle pulsioni inconsce….così come una immediata e cieca fissazione al regno delle madri comporta la perdizione di sé, altrettanto perdente risulterebbe l’adesione unilaterale e acritica ai dettami dell’ordine patriarcale”.( Carotenuto,1992,op.cit.pg.106).

Vediamo come la tematica centrale di questo rito sia la vittoria sul negativo e la paura,  a tal riguardo scrive Jung : “ La paura della vita non è un fantasma immaginario, ma un vero panico che appare sproporzionato solo perché la sua fonte reale è inconscia e quindi proiettata: la parte giovane e in via di sviluppo della personalità, cui viene impedito di vivere e che viene tenuta a freno, genera paura e si trasforma in paura.”( Jung 1912; pg.294). 

Dunque il serpente non è altro che quella parte vitale della personalità che noi ricacciamo nell’inconscio e che ci chiama  a vivere, “ sembra che la paura provenga dalla madre, in realtà è la paura della morte dell’uomo istintivo e inconscio che, per il continuo indietreggiare dinanzi alla realtà è tagliato fuori dalla vita.”

Affrontare  il tema della  paura, in questa società in cui uno delle sofferenze dell’anima più diffuse è l’attacco di panico, mi sembra uno dei compiti più importanti da svolgere ( secondo i dati del Lidap in Italia soffrono di questo disturbo 2,5 milioni di persone e negli ultimi vent’anni c’è stato un aumento costante). La paura, infatti, un tempo poteva essere proiettata sui mostri, sui demoni e sugli animali, come abbiamo visto nella trattazione della mia tesi, ma oggi pare che con l’attacco d’ansia ci blocchi dal nostro stesso interno. E’ probabile che i nostri bisogni creativi, le nostre energie libidiche, non possano avere sbocco in un’epoca in cui, come aveva profetizzato Jung si è persa quasi totalmente la capacità di essere creativi e di pensare per simboli. Caprifoglio in un articolo scrive : “chi soffoca sul nascere il proprio modo di essere finisce sotto attacco. Il panico usa una cura d’urto solo per farci scoprire chi siamo” per cui la domanda da porsi dinnanzi all’emergere della paura dovrebbe esser “ oggi, con questa crisi, che vita sto ricacciando indietro? Che cosa mi sto perdendo che il panico mi segnala con tanta intensità?”( Caprifoglio in Riza psicosomatica, Feb.2007 n.312). Il panico subentrerebbe dunque quando si aderisce alla Persona, infatti panico deriva da Pan, il Dio greco dell’istintualità e della vitalità, mezzo uomo, mezzo animale che induceva un improvviso e intenso stato di terrore in chi lo incontrava. L’attacco di Pan, come l’incontro pauroso con il serpente, rappresenta la nostra natura istintuale che irrompe nella Persona rigidamente strutturata. 

Hillman nel saggio su Pan, afferma che il panico rivela le eruzioni vulcaniche, gli attacchi e i tifoni distruttivi della natura dell’uomo rimossa.( cifr. Hillmann; op.cit) In questo senso, rifacendoci al patronato odontalgico di S.Domenico, potremmo affermare che siamo rimasti senza “denti”: indifesi dinnanzi alle pulsioni che rischiano di strabordare dall’inconscio poiché non abbiamo più santi taumaturgi in cui credere né simboli capaci di trasformare l’energia psichica.  Carotenuto scrive  : “ Il nostro mondo psichico equivale a un campo energetico costituito da polarità…anziché averne paura, dobbiamo essere in grado di immergerci in situazioni problematiche. Le strade lisce e senza ostacoli esistono solo nel desiderio, che per fortuna non si realizza mai, altrimenti il quadro assomiglierebbe a un elettroencefalogramma piatto”.(Carotenuto 1991;op.cit.pg.757-758). E’ per questo che ritengo importante il contributo della psicologia junghiana, poiché nel suo messaggio positivo ci apre la strada verso la comprensione di quei messaggi simbolici partoriti da una funzione  curativa che possediamo in noi stessi  e ci apre ad una concezione del conflitto che  supera la paura subordinandole l’importanza dell’antropocentrismo di un individuo che impari a considerarsi centro e padrone della propria esistenza.

Dunque la funzione di questo rito non sarebbe altro che rappresentare l’esposizione dell’uomo al negativo esistenziale, ripetendo il tema mitico dell’incontro dell’eroe con il mostro, esperienza grazie alla quale l’individuo stesso viene redento dal suo isolamento e restituito alla sua totalità . Come afferma anche Hegel nella fenomenologia dello spirito, infatti, lo spirito è forte quando ha la capacità di guardare in faccia il negativo che è in ognuno e soffermarsi su di esso affinché il negativo stesso non lo travolga; discorso ripreso anche da Nietzsche che in Divieni ciò che sei, scrive di come l’uomo tenti di fuggire dal dolore sottraendosi così allo sguardo penetrante che lo osserva dalle profondità del dolore che chiede all’uomo di comprendere tramite di lui la propria esistenza.

 La Totalità e  completezza del Sé cui si riferisce Jung  promuove una morte del vecchio uomo, sociale e rimosso a favore di una rinascita che non è legata ad un paradiso terrestre ma ad un’esistenza sperimentata al pieno delle proprie possibilità. L’uomo individuato rinasce nel mondo per poterlo godere e per esplicare in esso tutte le sue potenzialità creative. Cercare Dio in sé stessi equivale a  trovare la via per l’assoluto dentro di sé , quanto maggiore sarà l’ ascolto prestato al sè più profondo tanto maggiore sarà la certezza dell’uomo di essere volto di Dio:è qui che si risolve il problema religioso di cui parlava Jung, immagine espressa  in una bellissima poesia del poeta spagnolo Jimenez: 

“L’ESSERE UNO”

Che nulla mi invada da fuori,

che solo io mi ascolti dal di dentro.

Io Dio

Del mio petto.

Io tutto:ponente e aurora;

vita e sogno,amore e amico.

Io solo

Universo.

Non pensate alla mia vita,

lasciatemi libero e immerso.

Io uno

Nel centro.” (Jimenez, 1923)

Ma per raggiungere questo stato di completezza si rischia  di rimanere avvinghiati tra le spire del serpente e che il suo il morso ci ammali, lo stesso Jung nel viaggio della sua analisi interiore fu vittima di quella che Neumann chiama “malattia creativa”.

Scrive Neumann: “La storia individuale di ogni uomo creativo rasenta sempre l’abisso della malattia , in quanto in lui è caratteristica una intima tendenza a non proteggere e guarire , com’e usuale, le ferite personali che sono necessariamente connesse a ogni sviluppo. In lui queste ferite rimangono aperte, ma la sofferenza che esse procurano è vissuta fino a una profondità dalla quale affiora un’altra forza risanatrice , cioè il processo creativo.” (Neumann, 1954;trad.it 1975,pg.51).

 S. Domenico deve soffrire la solitudine dell’eremitaggio e del contatto con l’inconscio ma da questo ne esce santo e capace di parlare con i serpenti (il male) e renderli innocui .Anche in questo caso vale il mito secondo cui il ferito può essere anche colui che guarisce, il medico, ecco spiegato perché su tutti i personaggi che sono venuti a contatto con il simbolo dell’ombra sotto le spoglie del serpente, come i serpari, siano attribuite capacità taumaturgiche: “Poiché l’uomo creativo nella propria sofferenza personale soffre in prima persona anche per le ferite della sua epoca……egli è in grado di produrre dalla forza rigeneratrice delle sue profondità ciò che può guarire non solo lui stesso ma anche la comunità”.(Carotenuto 1991;op.cit.pg.473). Allora la funzione sociale dei serpari sembra quella di “mediatori psichici”: l’antico serparo potrebbe rappresentare l’odierno psicoanalista che, avendo dimestichezza con l’inconscio, insegna anche agli altri a prendere contatto con esso così come il serparo durante la festa avvicina le persone spaventate ai serpenti.

Ecco che così si può rispondere ad un’altra domanda che il Chiocchio si poneva circa il culto di Ercole: “perché fu celebrato l’eroe dell’uccisione dei rettili (Ercole) dal momento che in epoche antiche questi erano simbolo di prudenza e di immortalità?” (Chiocchio;op.cit.ibd). .

Perché l’uccisione del serpente simboleggia la morte simbolica dell’uomo “persona” e la sua rinascita ad uomo guarito, per questo è così emblematica la fotografia che mi ha mostrato il Prof. Giancristofaro presidente del Centro Studi di Tradizioni Popolari dedicato al Di Nola.

In questa foto dalla quale infatti prende il nome il libro “Il serpente sull’altare” di Profeta (ed.Iapadre 1998),compare un serpente sull’altare eucaristico, quest’immagine è fascinosa e archetipica poiché simboleggia a mio avviso il sacrificio del serpente (ombra) che immolato nella mensa eucaristica è integrato psichicamente. Da una parte questa è una morte  ma è  morte che implica  rinascita, come la resurrezione del Cristo:non a caso il Cristo risorto è raffigurato come un pesce  infatti è disceso negli inferi, nel mare dell’Es, ed è risorto. Che il serpente sia assimilabile al Cristo si evince d’altronde dal passo biblico in cui quando gli israeliti nel deserto si pentono di aver mormorato contro Dio, chiedono a Mosè di intercedere per loro con quest’ultimo . Dio allora comanda di fabbricare un serpente di rame e di innalzarlo sopra un’asta; “chiunque , dopo essere stato morso, lo guarderà, resterà in vita” è scritto.( Nm 21,7 s). Il serpente di rame nel nuovo testamento è considerato una prefigurazione di Cristo “ Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il figlio dell’uomo, perché chiunque creda in lui abbia vita eterna” (Gv 3,14 s) e  nella patristica S.Ambrogio parla del crocefisso come di un serpente appeso al legno (serpens in ligno suspensus) . Se secondo Eliade “Forse la funzione più importante del simbolismo religioso (importante, soprattutto per via del ruolo che doveva avere nelle successive speculazioni filosofiche) è la sua capacità di esprimere alcune situazioni paradossali e alcune strutture della realtà ultima, altrimenti impossibili ad esprimere”[32]; Mefistofele e l’androgine, cit., p. 189. Mediterranee, 1971.

Allora Il percorso dell’Eroe dunque ci ricorda l’importanza di aver il coraggio di affrontare la paura di vivere un’esistenza autentica, un percorso individuale, senza temere la morte  del nostro uomo sociale o la solitudine che spesso deriva da scelte indipendenti.  Coraggio al cospetto dell’Ombra :  “ Coraggio dinanzi alla tristezza dei distacchi, alle passioni che selvaggiamente riassaltano e attanagliano, alle cose del mondo che vanno in contrario dei nostri amori e delle nostre speranze, ai dolori che conviene sostenere e accettare e addomesticare e ridurre a compagni severi della propria vita morale” come scrive Croce ( Croce 1945, pg.31).

L’eroe possiede questo coraggio e  senza temere il giudizio del mondo che troppo spesso getta tra i perdenti gli individui che cercano una soluzione originale agli eterni conflitti dell’animo, il suo archetipo ci ricorda che la vita va sperimentata, che con “audacia” bisogna esplorare vie e interpretazioni nuove,  poiché, come scrive Jung : “ A ogni declino segue un’ascesa. Le forme che svaniscono si ricompongono e , alla lunga, una verità è valida solo quando è suscettibile di mutamento e testimonia di sé nuove immagini, in nuove lingue, come un vino nuovo che viene messo dentro botti nuove”. (Jung,1912:op.cit.pg.349).

 

 

 

 

Psicologia politica: Beppe Grillo, il divano degli Italiani

Tra Rete e proposta politica: Beppe Grillo, il Robespierre che non piace agli intellettuali

Il messaggio che non capiscono i partiti  è: ristrutturatevi ora, finché c’è tempo o a non dormir più sonni tranquilli non saranno più gli italiani ma voi.

di Barbara Collevecchio (Psicologa)

MEDIA – “Populista, mafioso, buffone, saltimbanco, mafioso” più si continua a insultare Beppe Grillo più egli può permettersi di non concedere interviste e ingrassare la sua fama mediatica.

Che se ne parli bene o male, l’importante è che se ne parli.

C’è bisogno di contraddittorio? No. Perché gli italiani sono così maldisposti psicologicamente nei confronti dei partiti e dei politici che il primo comico, intellettuale, panettiere, giovane, vecchio, nobile o borghese che arrivi a vessare la classe dirigente, e che da essa venga insultato, balzerà subito agli onori della cronaca.

I giornalisti blasonati, come quelli meno conosciuti, hanno contribuito enormemente al trionfo di Grillo nelle scorse amministrative.

Il nostro ha saputo sapientemente approfittare degli insulti e denigrazioni facendo la vittima sui suoi blog e social network. Più veniva criticato, più le stesse critiche lo foraggiavano. “ …Se mi insultano è perché voglio togliergli dei privilegi, si spaventano e questo dimostra che sono in torto…”, questo è il messaggio che ha mandato continuamente Grillo.

Unito a questo è il suo partire in camper, come si faceva una volta, cantare, far battute, urlare lo sdegno contro sperequazione e ruberie , aizzare la folla già prostrata da crisi, suicidi e ruberie politiche e il gioco è fatto.

Grillo non mi piace, ma questo non conta.

Mi sono informata e ho rilevato che i “grillini”, nome terribile ma che va perla maggiore, dove sono presenti fanno bene.

Mi sono informata, pur criticando la volgarità di Grillo e ho visto che se solo i partiti avessero proposto uno dei vari punti del programma di Grillo, sarebbero risaliti immediatamente nei sondaggi.

Il problema italiano non sono i partiti, possiamo cambiar nome e chiamarli movimenti, possiamo rifargli il make-up ma dal momento che arrivi a governare la cosa pubblica tu fai politica bella e buona.

Ma Grillo, pur facendo politica e delle migliori, a livello di strategia comunicativa, è riuscito a far passare il messaggio populista (poiché incorretto) che il problema sociale, la piaga odierna sono i partiti.

Nulla di più errato.

Un’associazione volta alla gestione della cosa pubblica fa politica, non si può immaginare la politica, che non è una parolaccia ma deriva dall’etimo greco: polis logos, ovvero discorso, gestione della polis, senza un’associazione di persone.

Ora il problema è in che modo questa associazione, che sia movimento o partito, si struttura.

E qui Grillo ha ragione: non serve abbattere il concetto associativo, bisogna riformare le strutture dei partiti.

La struttura malsana dei partiti politici così come sono fatti ha portato a questi mali evidenti: verticismi, dinosauri al potere, politici divecchia datache fanno trasformismo, finanziamenti usati per scopi personali, carriera politica così lunga da creare lobbies autoreferenziate, nepotismi, cordate corporative di potere, clientelismi. L’elenco sarebbe infinito.

Questi sono dati lapalissiani, non servono analisti, sociologi o psichiatri per capirlo, me lo spiegherebbe bene anche mia nonna, fosse ancora viva, perché fino all’ultimo sapeva far di conto al mercato molto meglio di me che sono laureata.

Quindi il messaggio chiaro e forte è questo: denigrare non serve, anzi è controproducente.

Gli intellettuali e anche gli scrivani di regime, in questo momento, più tacciono meglio è perché l’ignoranza di questi giorni va di moda e quando le grandi firme si espongono, sanno di spocchia e di vecchio, sanno di protezionismo.

Il Pd se non ha fatto un tonfo questa volta è perché il Pdl è caduto a picco e la Lega gli ha regalato un assist.

Non i partiti, ma i gerontofili che li presiedono devono accettare il fatto che è finita: come affermaGramellini oramai c’è un fastidio fisico nei loro confronti.

Gli italiani sono disgustati, odiano.

Immaginate un matrimonio oramai alla frutta e come ci si sente a finire ancora al letto con quella persona e non poter cambiare letto: come minimo si va a dormire sul divano.

Grillo è stato ed è per ora, questo divano dove gli italiani schifati ed esasperati vanno a dormire per non trovarsi nel letto i vecchi politici.

Ma non si può dormire tuttala vita suun divano.

Ci vuole un bel letto, morbido, comodo e rassicurante, con strutture forti.

Il messaggio è: ristrutturatevi ora, finché c’è tempo o a non dormir più sonni tranquilli non saranno più gli italiani ma voi.

Perché più forte della morte è l’amore (l’imperatore Adriano e Antinoo, il fascino della bellezza )

Perché più forte della morte è l’amore

l’imperatore Adriano e Antinoo, il fascino della bellezza

 

Originariamente pubblicato su : http://www.unonove.org/perche-piu-forte-della-morte-e-l’amore/

di Barbara Collevecchio 

“ERIGERÒ UNA STATUA CHE SARÀ
NEL FUTURO PROVA INCESSANTE DEL MIO AMORE. 
DELLA TUA BELLEZZA E DEL SENSO CHE LA BELLEZZA DÀ DEL DIVINO. 
BENCHÉ LA MORTE  CON SCARNE MANI 
SPOGLI DEI PARAMENTI LA  VITA 
E DELL’IMPERO IL NOSTRO AMORE.
LA SUA NUDA STATUA, ABITATATA DAL TUO SPIRITO 
TUTTE LE ERE FUTURE, CHE LO VOGLIANO O MENO 
COME UN REGALO PORTATO DA UN DIO CHE IMPONE,
INEVITABILMENTE EREDITERANNO” 
( FERNANDO PESSOA, ANTINOO, 1918 ) 
 
A Villa Adriana è in corso la mostra dal titolo: Antinoo, il fascino della bellezza, catalogo Electa. 
 
Per la prima volta la Soprintendenza per i Beni Archeologici del Lazio inaugura nell’Antiquarium di Villa Adriana una mostra dedicata ad Antinoo. Il forte legame che legò l’imperatore Adriano al giovane di Bitinia è raccontato da oltre 50 opere tra sculture, rilievi, gemme e monete. 
“La prima sezione riunisce una serie di ritratti di Adriano e di Antinoo, tra cui il busto di marmo dei Musei Vaticani e il bellissimo bronzo conservato al Museo Archeologico di Firenze. La seconda sezione si incentra sulla deificazione del giovane bitinio, di volta in volta rappresentato nei panni di Apollo, Dioniso, o, ancora, come sacerdote di Attis. La terza sezione si incentra sulle recenti scoperte dall’Antinoeion di Villa Adriana e, quindi, sulla rappresentazione di Antinoo nelle vesti di Osiride. Adriano aveva deificato il suo favorito con l’assimilazione alla più alta divinità egizia che, secondo il mito, rinasce dalle acque del Nilo, simbolo di fertilità. In mostra si ammira lo splendido ritratto di Antinoo-Osiride in quarzite rossa grazie al prestito dalle Staatliche Kunstsammlungen di Dresda. L’ultima sezione si focalizza sulla fortuna di Antinoo attraverso i secoli. Tra i prestiti concessi si potrà ammirare anche uno dei preziosi volumi del “Viaggio pittorico di Villa Adriana” di Agostino Penna del 1831 – 36, che contiene un bellissimo ritratto di Antinoo, oggi conservato presso i Musei Vaticani, nella Sala della Rotonda”.

 

Orari di ingresso dell’area archeologica:
tutti i giorni, sia feriali che festivi, dalle 9.00 a un’ora e mezzo prima del tramonto
 

Antinoo, Giovane bitino amato dal grande imperatore Adriano. 
Il giovane Antinoo arrivò a Roma intorno al 125 d.C. al seguito di Adriano che lo aveva conosciuto probabilmente nel 123, durante una sosta del suo lungo viaggio entro i confini dell’Impero, durato due anni. Il favorito di Adriano restò al fianco dell’imperatore, seguendolo anche nei viaggi ufficiali, come quello intrapreso nel 128 che si concluderà tragicamente con la morte del giovane Antinoo nel 130 d.C.. Sappiamo dalle fonti antiche, che specularono sulla vicenda alludendo a una dinamica poco chiara degli eventi, che durante la spedizione, risalendo il corso del Nilo, Antinoo annegò misteriosamente nel fiume e Adriano, profondamente colpito dal dolore della perdita, fondò la città di Antinoopoli nei pressi del luogo dove era avvenuta la tragedia e dichiarò giorno festivo il 27 novembre, data di nascita di Antinoo. Il giovane bitino venne divinizzato dai sacerdoti egizi e rappresentato come Osiride, la massima divinità religiosa cui erano assimilati i faraoni. Di ritorno dall’Egitto dopo il 133, Adriano progettò di onorare a Villa Adriana l’amasio perduto con un grande edificio absidato, in cui è stato riconosciuto un Antinoeion, collocato lungo l’ingresso monumentale che conduceva al Vestibolo.
Sin da allora la memoria di Antinoo è stata alimentata in modo tale da attraversare indenne i secoli e l’effigie del giovinetto è stata utilizzata per ritratti in marmo. Ai giorni nostri, l’opera che ha contribuito al più vasto impulso della fama di Antinoo è senza alcun dubbio il romanzo “Memorie di Adriano” di Marguerite Yourcenar, che scrive: “Nelle ore di insonnia, percorrevo i corridoi della Villa, erravo di sala in sala (…) mi fermavo davanti ai simulacri di Antinoo. Ogni stanza aveva il suo, ogni portico perfino. Facevo schermo con la mano alla fiamma della mia lampada; sfioravo con un dito quel petto di pietra.”
 
Adriano il colto, il raffinato, l’ellenista, l’imperatore romano che pianse “come una femmina” alla morte del suo giovane amante. L’amore è più forte della morte. L’amore è quell’atto sovversivo, quel sentimento che ci fa capire l’etimo della parola  emozione: da moveo, qualcosa che ci muove.
Che l’amore sia sovversivo lo sapevano bene i surrealisti e André Breton quando crearono la locuzione Amour fou:  solo il rapporto d’amore può sovvertire la banalità del medio vivere, farci sentire vivi, mossi da un dio crudele che ci erotizza l’esistenza. 
L’amore è quel dio che ci sconquassa le ossa, scarnifica il petto, ossessiona la mente, impadronendosi della ragione, delle fibre, dei muscoli pelvici e cerebrali. 
Un imperatore folgorato dalla bellezza, Adriano, che nella bellezza di un corpo, di un’anima, vedeva la presenza di Dio. 
“Mi appare simile ad un Dio colui che mi siede accanto” scriveva Saffo, poetessa greca.  
“…e la lingua mi si spezza”, e non riesco a proferir parola, davanti alla potenza disarmante, sublime, estatica del bello che si presenta sotto forma di seduzione massima, del totale straniamento di sé e appartenenza all’altro, al totalmente Altro. 
L’amore non è per bene, non è per chi, comodo nella sua dimora psichica, non vuol essere turbato. È l’eccezione l’amore, quella cosa senza nome che regna nell’omphalos sacro, nel temenos degli dèi, nel bacino dissacrato dalla violenza della passione. 
Passione, da patior: come posso non soffrirti se ti amo? Come posso non dire che s’offro? Soffro e mi offro all’altare delle nostre proiezioni, sono uno ma doppio, sfumato, reso cangiante dalla tua visione di me , dalla mia visione di te. 
Sacrificio, fare sacro: morire all’uno che ci divide e fare due, diventare terzi, spazio Altro in cui tessere la tela di ciò che vorremmo essere, di ciò che vorrei offrirti, di immenso, di inenarrabile… tutto quello che covava in me prima di incontrarti.
L’incontro: straniamento, ossessione del cercarsi, riconoscimento. Come se dall’utero materno io fossi stato condotto a te, Amore. Amore che mi guardi, che mi riconosci nello specchio di quello che avrei sempre voluto dire al mondo. Ma con te taccio. Gli occhi ci grondano verità inaudite. Le mani, i capelli,  i nostri piedi nella notte, avvinghiati come alberi che vogliono mettere radici nel letto.
L’assoluto: la complicità. Sei il mio tempio, l’altare sacro in cui contemplo la nostra bellezza, il nostro dirci ad un mondo invidioso, che non è pronto, non è adatto all’amore.
La perdita: come schegge d’eternità, per sbaglio piombati nel mondo abbiamo tentato, Amore, di mettere le radici nella verità, di trattenere quell’attimo infinito di presente che ci ha resi eterni, non più finiti, ma immensi.
E l’Amore, totalità della bellezza fatta carne ed anima non l’abbiamo trattenuto, umani nel disumano abbiamo fatto quello che potevamo. 
Ma più forte della morte è l’amore, più forte di ogni rimprovero, di ogni simulacro, di ogni sconfitta, di ogni umana caduta. 
L’amore sta. Come la statua di Antinoo, il giovane amante di Adriano, Adriano l’imperatore di Roma, che “pianse come una femmina” quando il suo amore morì. E lo rese divino. 

Dalla strategia della tensione alla strategia dell’emozione

Originariamente pubblicato su : http://www.key4biz.it/News/2012/05/22/Contenuti/cronaca_esibizionismo_terremoto_brindisi_barbara_collevecchio_210582.html
 
I limiti del diritto di cronaca tra ‘strategia dell’emozione’ ed esibizionismo

Non serve l’esibizionismo di chi scrive più in fretta, di chi viene più cliccato, di chi ha la verità in tasca da mostrare. Ora dobbiamo elaborare un lutto, capire. E per farlo ci vuole silenzio.

di Barbara Collevecchio (Psicologa)

MEDIA – Una gambizzazione, suicidi mediatici, una tentata strage con una giovane ragazza uccisa e altre cinque sfigurate e gravemente ferite, un terremoto…. Quello che stiamo vivendo lo sappiamo tutti e non c’è molto da aggiungere se non che nello strazio del momento, media, pennivendoli, opinionisti e anche il panettiere sotto casa stanno peggiorando le cose.

La gente si annoia, gliindividui sono sempre più narcisisti e alla ricerca di emozioni e le gonfiano, le dilatano per cercare di provare qualcosa che ottunda il silenzio ovattante della noia e del vuoto. Così, come ho già scritto in un precedente articolo (Come si emoziona una società sempre più annoiata), c’è qualcuno che opera una vera e propria strategia dell’emozione.

 

Mi ha colpito più che la reazione dell’uomo comune, su cui tornerò dopo, vedere su pregevoli testate, persone che hanno responsabilità comunicative scrivere di sapere la verità sull’attentato di Brindisi. Grillo almeno si è limitato a fare illazioni. Ma persone come i giornalisti suddetti, come Red Ronnie che scrive che il terremoto era stato predetto dai Maya, hanno responsabilità . Questi individui sono influencer, persone che influenzano le altre, seguite, ahinoi. Allora se hai un potere mediatico, non devi usarlo come se fossi al bar sotto casa, certo, bisogna dire quel che si pensa ma stando attenti. Molte persone in questo momento sono traumatizzate e hanno sete di perché. Chi specula comeMediaset, postando video di Melissa, foto intime, chi gioca sulla paura e sull’emozione, sta facendo un gesto dissennato. La verità va cercata, sempre, comunque e con coraggio. Ognuno di noi in uno stato di trauma prova una dissonanza cognitiva, sperimenta il male totale.

 

Ognuno di noi cerca di affrontare il male totale dandosi spiegazioni, perché la paura e il terrore si vincono solo attraverso la ricerca di senso. Non si supera un dolore senza aver compreso il senso che quel dolore ha nella tua vita. Questo riportato al livello collettivo  diventa ricerca di verità da parte di una comunità. Ma la verità non si cerca facendo ipotesi complottiste, rispolverando i Templari e le profezie Maya, la verità non ce la danno le foto intime della vita di una ragazzina stuprata due volte.

Perché le persone vogliono vedere, troppo? Perché Riotta a chi l’accusava su Twitter di essere uno sciacallo per aver postato le foto di Melissa, ha risposto non testualmente “così la gente si renderà conto della gravità della cosa attraverso il suo viso”? Perché i comunicatori sanno bene che l’immagine viene prima della parola, i graffiti sono apparsi nelle grotte della nostra alba umana  prima che imparassimo a parlare. L’immagine dice e sconvolge più della parola. E un popolo annoiato, anestetizzato, dobbiamo sconvolgerlo, emozionarlo sempre più per coinvolgerlo: ecco la strategia dell’emozione. Lo fanno anche i politici quando urlano a più non posso, dicono parolacce, usano metafore forti.

 

Ma c’è un limite. Un’immagine, come quella di Tien an Men è diventata simbolo, lo sono diventati Falcone e Borsellino, tutto giusto. Immagini celebrative e importanti. E’ sano  creare simbologie e celebrare rituali catartici attorno ai quali coagulare e rassicurare una comunità spaventata. Ma c’è un limite. Un limite che se superato rende PORNOGRAFICA questa sovraesposizione della verità o presunta tale.

La verità iper-mediatica non é più un  mostrare informativo, non è più creare narrazioni che unifichino e simbologie coagulanti. Si è superato il limite per approdare a un guardare vuoto, che sidera i veri sentimenti, che disunisce. Un guardare “troppo”, un esporre “troppo”, un presupporre ” troppo” che trascende l’emozione e assuefa i sentimenti, che ci separa, ci rende tanti piccoli guardoni. Soli.

C’è bisogno, oggi più che mai, di responsabilità: meno narcisismo, pensate prima di scrivere!

Non serve ora l’esibizionismo di chi scrive più in fretta, di chi viene più cliccato, di chi ha la verità in tasca da mostrare. Ora dobbiamo elaborare un lutto, capire. E per elaborare e capire ci vuole silenzio, non servono ipotesi eclatanti o sovraesposizioni immaginali: d’altronde i migliori investigatori sono come i migliori psicologi, sono quelli che sanno ascoltare, se stessi e gli altri.

 

 

Riaprire i manicomi? Si ma per chi lo propone!

PDL e Lega propongono Lunga degenza e TSO prolungato per problemi mentali. Il terreno e’ sdrucciolevole. Perché tornare indietro dopo la legge Basaglia contro i manicomi, luoghi di tortura? Luoghi in cui persone differenti e sofferenti venivano stuprate nel loro dolore? Ci sono cooperative, centri di igiene mentale! Invece di aumentare i fondi a queste strutture rispolveriamo il nascondimento del matto?
PDL e Lega, quasi scomparse dopo i voti delle amministrative propongono una legge pruriginosa e pericolosa. Non che ora le cose vadano bene nel settore ma medicalizzare non aiuta. O forse questi signori temendo di perdere seggi in parlamento vogliono prenotare un posto sicuro in manicomio? No perché in tal caso le porte sarebbero aperte!

L’articolo del La Stampa di oggi

CRONACHE
18/05/2012 – NON SERVE IL CONSENSO DEL PAZIENTE PER TRATTAMENTI EXTRAOSPEDALIERI PROLUNGATI
“Riaprono i manicomi”,
scoppia la bagarre

Interno di un manicomio giudiziario, gli unici aperti fin ora in Italia
L’opposizione: un passo indietro di 40 anni. Il Pdl: è un sostegno
FLAVIA AMABILE
ROMA
Si stava discutendo la riforma della legge Basaglia ieri in commissione Affari Sociali della Camera quando, senza troppi preavvisi, è stato approvato un articolo che ha fatto insorgere l’opposizione: riaprono i manicomi.

Sotto accusa c’è il prolungamento del Trattamento sanitario obbligatorio che cambia nome e potrà avere la durata di quindici giorni contro gli otto attuali. Viene poi «istituito il trattamento necessario extraospedaliero prolungato, senza consenso del paziente, finalizzato alla cura di pazienti che necessitano di trattamenti sanitari per tempi protratti in strutture diverse».

Il trattamento non potrà durare più di un anno. In pratica un nuovo genere di manicomi accusa l’opposizione.

Il relatore del testo, Carlo Ciccioli del Pdl nega. Si va nella direzione, dice, «del sostegno alle famiglie dei pazienti, oggi abbandonate a se stesse, e di una buona e corretta assistenza alle persone che non hanno consapevolezza di malattia e per questo molto spesso evitano di curarsi o di seguire i trattamenti terapeutici prescritti». Massimo Polledri della Lega Nord invita a «superare i tabù ed aprire il confronto».

Ma la polemica è già scattata. «La risorta maggioranza Pdl-Lega ha segnato un passo indietro di quarant’anni – denuncia Margherita Miotto, capogruppo Pd in commissione -. Di fatto il testo votato prevede che il malato di mente venga recluso nei manicomi per lunghi periodi, anche anni, e non prende minimamente in considerazione la cura della malattia psichica. La reclusione dei malati nasconde la patologia e non la cura».

Anche Ignazio Marino del Pd dichiara che il Pdl è «schizofrenico: approva la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari opg e riapre i manicomi». «Rinverdire alleanze elettorali sulla pelle chi è afflitto da malattia mentale è davvero sconcertante», spiega.

E soprattutto dopo aver votato per la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari «invece di impegnarsi a valorizzare e sostenere i centri di salute mentale, tentano di infliggere a tanti malati una ingiustizia inaudita, riaprire i manicomi civili».

Decisamente contraria anche l’Italia dei Valori. «L’articolo proposto dal Pdl con l’appoggio della Lega ripristina di fatto i vecchi manicomi. Si tratta di un provvedimento disumano che calpesta la dignità e i diritti delle persone», accusa Antonio Palagiano, capogruppo IdV in Commissione Affari Sociali alla Camera e responsabile Sanità del partito.

Parla di «colpo di mano di una rinnovata e scellerata alleanza Pdl-Lega» la radicale Maria Antonietta Farina Coscioni.

Mia intervista a Giulio Cavalli

Mia intervista a Giulio Cavalli

MEDIA – Se ancora qualcuno non conosce quest’uomo coraggioso, prima che attore, politico, scrittore, ricordiamo che gli è stata assegnata una scorta da quando nel 2009 haricevuto delle pesanti minacce mafiose a causa della messa in scena del monologo Do ut Des, spettacolo teatrale su riti e conviti mafiosi.

Nel suo ultimo libro “L’innocenza di Giulio”, appena uscito con Chiarelettere, si indagano i rapporti inquietanti di Andreotti con Cosa Nostra (dalle amicizie pericolose con i cugini Salvo e Stefano Bontate, ai summit con i capi dei capi, al bacio “leggendario” con Totò Riina), per i quali è stato processato, è stato assolto e poi riconosciuto colpevole, quindi prescritto dai reati, grazie (indipendentemente dal merito, che passa in second’ordine evidentemente) ai consueti stratagemmi delle leggine rallenta-processi. Scriveil giudice Giancarlo Caselli nella prefazione al volume, non senza retrogusto un po’ amaro: “…Le cose stanno di fatto in altro modo e prescritto significa l’opposto che innocente”.

E allora, com’è possibile che la stragrande maggioranza dei cittadini italiani è convinta che Andreotti sia vittima di una persecuzione che lo ha costretto a un doloroso calvario per l’accanimento giustizialista di un manipolo di manigoldi”?
Com’è possibile che la prescrizione, che non è assoluzione, passi come messaggio mediatico opposto?

I media hanno la colpa e il merito di far sparire o vivere una notizia, di creare o rinnegare una realtà. Crediamo di crearci una visione personale dei fatti o della verità, ma non ci rendiamo conto di quanto alla nostra costruzione di senso partecipino meccanismi che ci sovrastano. In psicoanalisi esiste un termine: rimozione. Così come la nostra psiche rimuove un trauma perché sarebbe troppo pesante portarlo alla coscienza e pericoloso riviverlo o ricordarlo, alcuni tipi di media nascondono o almeno non facilitano la conoscenza dei fatti, li rimuovono, in una specie di psicodramma collettivo.
E se una notizia è nascosta?
Se una notizia è nascosta o peggio velata, o peggio ancora mistificata, quella notizia diverrà costruzione del reale per milioni di persone. Per questo la mafia usa un linguaggio ambiguo, mistificante, schizofrenico ed ermetico, affinché la verità non sia chiara. Gli alchimisti, Ermete Trismegisto e i neoplatonici hanno inaugurato un linguaggio mistico e simbolico, il linguaggio del nascondimento, affinché le loro dottrine non arrivassero alla coscienza e conoscenza di tutti. Probabilmente questi antichi saggi lo facevano per il bene di tutti. Ma la mistificazione del linguaggio simbolico, necessita di ermeneutica, se viene adottato da elementi nocivi alla società e per questo persone comeGiulio Cavalli o Saviano che interpretano e svelano il linguaggio del nascondimento mafioso, sono pericolosi: portano alla luce quello che si vorrebbe nell’ombra. Non a caso, Ieri sera da Saviano e Fazio Giulio ha scelto la parola SOLE. Il sole è quello che non ha Giulio, costretto nell’ombra e a vivere sotto scorta per aver svelato, il sole è quello che non abbiamo noi, perché vittime del nascondimento, anche mediatico.

Andreotti è innocente? No. E’ stato prescritto, prescrizione non è innocenza, ribadisce il libro. Eppure, complici i media, il messaggio che è arrivato alla coscienza collettiva è diverso, mistificato e manipolato dal silenzio. Perché il silenzio è così pericoloso? Da bambini basta uno sguardo dei genitori talvolta a farci male, a rimproverarci, da bambini il silenzio genitoriale è vuoto di informazioni e nel vuoto noi costruiamo le nostre verità senza consenso, senza condivisione. Così, vediamo che è possibile scrivere mille diversi narrati, mille diverse interpretazioni di ciò che è vero e ciò che non è. Il dialogo, il confronto, costruire la verità in modo dialettico, ricostruire il percorso di realtà e condividerlo, questo è sano e possiamo farlo solo nell’ambito del SOLE, della condivisione.
Ho conosciuto Giulio su Twitter, è nata una condivisione di idee e ho letto il suo libro. Qui delle domande che gli ho rivolto e alle quali lui ha gentilmente risposto:

BC. La Bugia. Tu sei un attore e un consigliere regionale impegnato contro la mafia. In entrambi i mestieri che usi per combattere la tua battaglia e’ presente l’arte della menzogna, la bugia come artifizio . Da quello che hai potuto vedere, Si mente più su un palco di un teatro o su quello di un comizio? Ci sono affinità tra un politico e un attore?

Giulio Cavalli. Su un palcoscenico si mente per appuntire il profumo della storia senza mai tradirla, in politica si mente per raccontare un’altra storia rispetto alla verità o per vomitare cumuli per coprire quello che non avviene sulla scena. Pensando al palcoscenico si potrebbe dire che noi teatranti facciamo tutto sul palco mentre in politica spesso le scene chiave si svolgono tra tre o più persone nel cesso del camerino. Quindi una è oscena, l’altra oscena.

BC. Nel tuo libro è giustamente sottolineato quanto prescrizione non voglia dire assoluzione eppure nel nostro paese e’ passato un messaggio contrario. Viviamo in una sorta di dissonanza cognitiva che ci porta alla schizofrenia di verità lapalissiane negate. Chi è più colpevole di queste finte innocenze? La giustizia o i media?

Giulio Cavalli. La mediaticità della giustizia che va a braccetto con la bugia mediatica che sentenzia più credibile e più potente di qualsiasi giudice. L’innocenza di Andreotti è stata la palestra dove si sono formati i muscoli della bugia talmente petulante da risultare vera. Del resto, basta chiedere in giro, per rendersi conto che la veridicità di una notizia si basa soprattutto sulla sua diffusione. Quindi l’analisi è stata sostituita dalla ripetizione amplificata al chilo.

BC. Andreotti, cinico, raffinato, “perfido” stratega, paragonato a Belzebu’, artefice di decenni della nostra storia politica…cos’è che ti ha attratto maggiormente?

Giulio Cavalli. No, nessuna fascinazione. Orrore per una mediocrità rivenduta sulla bancarella dei memorabilia. Andreotti ha usato, secondome, la mafia per gestire il consenso dei territori come (e peggio, viste le sue responsabilità) un sudaticcio sindaco paramafioso qualunque. Forse ha semplicemente trovato un’empatia spendibile per raccontare il falso sulle proprie colpe.

BC. Relazioni pericolose. Tu vivi sotto scorta, ci racconti perché?

Giulio Cavalli. Perché siamo nel Paese in cui cinquecento anni fa i miei colleghi cantastorie venivano impiccati. E addirittura sepolti da indegni fuori dalle mura della città insieme alle prostitute (e pensare che oggi un giullare e una prostituta sono nella stessa assemblea legislativa). Il potere non sopporta di essere raccontato nella sua pateticità quando ha bisogno di diventare prepotente per governare perché non è in grado di farlo secondo le regole.

BC. Nel tuo libro c’è un capitolo sui nuovi Andreotti, ce ne parli?

Giulio Cavalli. Ho voluto scrivere questo libro perché credo che conoscere a fondo Andreotti sia indispensabile per vaccinarsi dagli andreottismi. C’è andreottismo nell’uccisione di Notarbartolo a fine ‘800, poi Portella della Ginestra fino alla prossima innocenza di Giulio in cui cambieranno gli interpreti, ma i personaggi e il copione è sempre lo stesso.
Forse Cuffaro prima e Dell’Utri oggi hanno ripreso gli stessi meccanismi sia nella gestione politica, sia nella difesa mediatica.

BC. Diceva Doevstoevskji che la bellezza salverà il mondo. Cos’è per tela Bellezza?

Giulio Cavalli. Un campo in cui non si possono comprare le mediazioni, in cui non è concesso il servilismo e nemmeno la prostituzione. Davanti alla bellezza chi non è intellettualmente onesto e pulito di cuore non è credibile. Per questo, come diceva Peppino Impastato, davanti allabellezza la mafia è messa spalle al muro.

Mi congedo da Giulio Cavallie se dovessi scegliere una parola anche io, inevitabilmente sceglierei la parola bellezza, ed è con questa parola immensa che vi lascio al monologo IL SOLE che ieri Giulio Cavalli ha letto a Quello che non ho:

“Quello che non ho: il Sole
Perché Sole sa di sole quando non ha macchie in faccia.
Il Sole è rotondo se non ha schegge in giro.
Mi manca il Sole tutto a forma di sole.
Senza la scheggia di chiedermi se ne vale davvero la pena.
Dico di entrare sotto il livello del mare a raschiare i fondali della minaccia avvisata.
Non ho un Sole tutto caldo e bellezza: annuso la nebbia di camminare guardandosi i piedi, leggersi nei riflessi, condizionarsi.
È la paura sotto il Sole che diventa il tuo re nudo.
Convivo sotto il Sole con la coscienza di non essere solo mio.
Un virus con cui infetto i luoghi, gli oggetti e le persone che incontro, incrocio e che frequento.
Una colata che ha trovato un buco nel Sole per gocciolare costantemente nel vaso della mia giornata.
L’eclisse della tua famiglia che comunque si è persa un pezzo della storia e si ritrova a mulinare le braccia per stare a galla, e mentre nuota deve anche mettersi a capire. L’eclisse di un allontanamento dal resto, un’incomprensione continua, una voglia mancata di spiegare.
L’eclisse di una risata che ha bisogno di uno sforzo, di essere lanciata, di non spegnersi nelle parole e sul palco per non rischiare la resa.
L’eclisse di una bolla che ti soffia tutto intorno e ti ci siedi dentro, per proteggerti, sfocando il resto.
Se non riesco a sapere e conoscere chi mi guarda sono senza Sole come dentro una scatola di scarpe.
Posso solo sperare di non diventare ridicolo mentre abbaio alla luna.
Alla luna perché alla fine non riesci più a trovare le parole giuste per farci amicizia, con il Sole”.
16 Maggio 2012 – notizia 210460
© 2002-2012 Key4biz