Psico recensione di Dove finisce Roma di Paola Soriga, Einaudi.

La mia recensione di Dove finisce Roma di Paola Soriga, Einaudi.

“Lo amerò da sola.
L’amore è un’occupazione solitaria.
L’amore ricambiato pesa su noi anime fino a schiacciarle.”
(Antonella Anedda citata in Dove finisce Roma di Paola Soriga)
In psicoanalisi c’è un concetto che mi ha sempre affascinata: l’Attenzione fluttuante.
Essere attenti in modo fluido vuol dire ascoltare la narrazione del paziente con un atteggiamento aperto, meditativo. Fluttuare come una barchetta nel mare delle parole, delle sensazioni, attivare l’intuizione , non dirigere o pensieri affinché i pregiudizi non inficino l’ermeneutica, rimanere fluidi: questa è la meraviglia di un atteggiamento fluttuante, di vero ascolto. Servono anni di training per riuscirci ma forse ci si può provare anche quando si legge un libro.
Un testo, come ho ribadito in varie occasioni, può essere considerato, come tutte le produzione culturali, una narrazione psichica, talvolta anche inconscia del narrante. Troppe volte ci affacciamo al mondo dell’Altro con pregiudizi, leggendo le recensioni che dell’Altro ci consegna il mondo, troppe volte non approdiamo alla vera conoscenza di un testo o di un’opera d’arte. Mi risponderete che di un’opera d’arte, come di un romanzo e di un essere umano, non v’è vera conoscenza, e io vi darei ragione. L’attenzione fluttuante quindi non è presunzione di un logos che definisce ma meraviglia di un’anima che usa l’intuizione per percepire profondamente risonanze interiori.
Paola Soriga ci ha regalato un romanzo scritto con un linguaggio fluttuante, questa è la cosa che mi ha maggiormente catturata nella lettura.
Siamo in una cava di Roma, durante la Resistenza, attorno all’io narrante ci sono buio, rumore di topi che sgattaiolano e acqua che sgocciola, da due giorni, solitudine. Questo è il setting perfetto affinché l’io possa diventare liquido e prendere contatto con il buio ctonio dell’inconscio e iniziare a raccontarsi.
La protagonista del romanzo è una staffetta della Resistenza che si è dovuta nascondere in una cava per non essere catturata. Isolata, preoccupata, inizia la sua narrazione labirintica e solare allo stesso tempo. Attaccano i ricordi, mischiati a sprazzi di presente, ci troviamo a Centocelle, in via Tasso, ma anche in Sardegna, e veniamo avvolti da odori, sapori, sensazioni, colori, piccole grandi sfumature percettive che ci catturano.
La scrittura così particolare di questa giovane autrice spinge a una lettura Fluttuante perché è costruita in periodi lunghi, che evocano emozioni, ricordi, suoni e profumi, mescolati in una narrazione mnestica che echeggia le associazioni libere freudiane.
La nostra staffetta: “ Ricorda soprattutto i lunghi e asciutti pomeriggi estivi, quando per l’orto e il caldo era troppo […] e i grandi e i più piccoli dormivano, quanti anni aveva, otto o nove, a lei il sonno non veniva, l’ago avanti e indietro e la voce della nonna che cantava […] anche i cani dormivano ma non le cicale […]”. Questa sembra una prosa spontanea ma forse è calcolata, comunque è a effetto, immaginale, come il racconto trafelato di un bambino emozionato che deve raccontare tutto e subito e nel racconto mescola odori, sapori e cielo e buio e vomita tutto in un affresco grande ed emozionante.
“E nel silenzio lento della casa solo il chiasso che fanno i suoi pensieri, e le rondini di fuori” una proesia? (Un misto tra prosa e poesia?) Alcune frasi brevi mi sembrano quasi dei piccoli Haiku che fluttuano leggeri tra una riga e l’altra.
Le descrizioni sono unite a pensieri e sensazioni, come in un racconto da setting analitico, in cui non ci ferma censurare, la prosa è un flusso evocativo, quasi inconscio, con un grande uso delle immagini, e penso a un quadro, mentre leggo. Forse, mi dico, sto leggendo un quadro. La scrittura della Soriga è declinata in “Are” e leggendo, vengo coinvolta in un andare in avanti, periodo dopo periodo, come una nave che avanza liscia, inarrestabile. “ […] e muoversi di mani, come foglie di fico nel vento, che Ida la incantavano”. Questa scrittura, incanta, imbambola, personalmente ho mollato gli ormeggi dell’io, affamato di comprensione e mi sono lasciata andare ai suoni, alle immagini. Forse questo romanzo andrebbe letto così, con un’attenzione fluttuante e aperta alle sue evocazioni. C’è un pezzo che voglio citare perché è il momento in cui Ida e Agnese decidono di andare alle grotte Ardeatine, piene di mucchi di cadaveri: “ Dobbiamo andare, diceva Ida, dobbiamo vedere, non lo so perché, bisogna andare. E poi lì davanti, da lontano si vedevano i corvi, si sentivano i corvi, le grida dei corvi, e la terra era umida e soffice e c’erano tuberose, tuberose che coprivano la terra e il loro profumo fortissimo”.
La sinestesia è un fenomeno sensoriale/percettivo, che indica una “contaminazione” dei sensi nella percezione, questo a mio avviso, è un romanzo sinestetico e ho voluto citare questo brano sull’odore e i corvi delle Fosse Ardeatine perché a quindici anni andai ad Auschwitz, e la mia sensibilità fu toccata allo stesso modo, provocata fino allo svenimento dall’odore di cadaveri, il cielo plumbeo, la durezza della lingua tedesca, la prepotenza dei corpi nudi e ammassati.
Odio i miei genitori per avermi portata in quel posto orrendo, il manifesto dell’orrore umano, l’altare del più grande affronto alla bellezza. Successivamente, invece, capii che mi avevano fatto un grande regalo, che da quel giorno non sarei stata più la stessa, che di Resistenza, di emozioni, si deve parlare, si deve leggere.
Per questo il libro di Paola Soriga, lo consiglio, vivamente. E consiglio di leggerlo in questo modo, entrando in quel mondo, percependo quelle sensazioni, quegli odori, quella paura, quella speranza.
[Barbara Collevecchio]
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