Psicologia politica: il narcisismo di Berlusconi

Come reagisce un Narciso alla morte? La tomba di Peter Pan

di Barbara Collevecchio –

[nella foto: gesti apotropaici]
Vi ricordate del mio ultimo articolo “Aiuto, mi sono innamorata di Narciso“? Qui, continuo il discorso sul narcisismo chiedendomi: Come reagisce un narciso di fronte alla morte?
Risponderò con un esempio che attinge dall’immaginario popolare contemporaneo e introducendo l’argomento del “Narcisus politicus”, tema del mio ultimo libro in corso di scrittura. A voi.
Nel paesino di  Arcore, un certo  Peter Pan molto narciso ha creato un mausoleo, una tomba maestosa e faraonica  che ospiterà lui e i suoi più stretti accoliti, costruita dallo scultore Cascella.
L’immagine del complesso di Peter Pan è l’archetipo che si confà al Narciso. Il mito archetipico del Peter Pan è eterna giovinezza ma anche vitalità, apologia dell’eros, della copula ed estasi, e può arrivare alla parodia del giovanilismo. Come può una persona ingabbiata in questo archetipo costruirsi una tomba che altro non è che il trionfo estetizzato della morte?
Narciso può morire, ma se proprio deve farlo, deve morire in gran stile!
La sua tomba  deve  diventare il più grande monumento alla sua opera in vita, deve eternare il Narciso in un racconto senza fine, che resista al tempo, che lo fermi. La morte così viene smitizzata, desacralizzata, eppur di essa si fa mito. Nel mausoleo destinato alle spoglie mortali del nostro Re dei Narcisi Politici non ci sono simboli religiosi ma immagini legate alla vita, che negano la morte o che almeno ne celebrano la grandezza in uno spettacolo maestoso, seducente. Il narciso Peter Pan arriva a sedurre persino dopo morto in un tentativo quasi disperato di negare la morte consegnandola all’immaginario della vita che non finisce.
Dobbiamo scomodare vecchie letture liceali e il cari Sepolcri di Foscolo per capire quanto la sepoltura è segno di civiltà  ma anche di non accettazione passiva della morte.
Ma perché pria del tempo a sé il mortale
invidierà l’illusïon che spento
pur lo sofferma al limitar di Dite?
Non vive ei forse anche sotterra, quando
gli sarà muta l’armonia del giorno,
se può destarla con soavi cure
nella mente de’ suoi? Celeste è questa
corrispondenza d’amorosi sensi,
celeste dote è negli umani; e spesso
per lei si vive con l’amico estinto
e l’estinto con noi, se pia la terra
che lo raccolse infante e lo nutriva,
nel suo grembo materno ultimo asilo
porgendo, sacre le reliquie renda
dall’insultar de’ nembi e dal profano
piede del vulgo, e serbi un sasso il nome,
e di fiori odorata arbore amica
le ceneri di molli ombre consoli.
L’angoscia di morte, tipica del narcisista e dell’eterno Puer (l’eterno bambino rappresentato da Peter Pan), viene depotenziata grazie alla creazione di un monumento, di una pietra su cui fondare un’ecclesia, una chiesa pagana in cui celebrare oltre il tempo e la finitezza umana, il culto della propria presenza, sfatando il mito della sparizione assoluta di cui è foriero il concetto di morte.
Attraverso la pietra, il simulacro, il contenitore uterino della tomba, si pietrifica l’idea di ciò che si è stati in terra: indimenticabili, non spariremo nell’oblìo e continueremo a sedurre il passante, l’avventore che si ricorderà di noi. “Più grande è il mio fallo, più grande la mia capacità seduttiva e la mia ars amatoria”: con questa mentalità il maschio tratta automobili, case, e addirittura tombe. Più grande è la mia tomba, più grande e potente è stato il mio passaggio sulla Terra. Allora il mio fallo fecondante non si pietrificherà  nella tomba, non verrà tumulato ma continuerà a fecondare le generazioni future perché diverrà simbolo eterno. Il fallo narcisista che in fondo non feconda ma suggestiona le menti, che in fondo non si relaziona, non genera il nuovo, aspira a diventare totem e idolo pagano venerato e si concretizza nel mito del mausoleo.
Nel suo mausoleo faraonico, la tomba di Berlusconi è quella centrale; in un’altra stanza saranno ospitati i suoi amici e i più importanti compagni di vita: Previti, Confalonieri etc. Su tutti troneggerà, così come in vita, il Narciso Politicus, protagonista pure nella morte, attorniato da vassalli e sostenitori persino nel momento del definitivo addio. Persino dopo la vita, il Narciso ha bisogno della sua corte. Racconta Travaglio che Il Cavaliere, durante un tour nel mausoleo, propose a Indro Montanelli di essere sepolto in uno di quei loculi dedicati ai suoi vassalli e che Montanelli rispose: “Domine, non sum dignus”. Non sappiamo come reagì il nostro Narciso a quel rifiuto, di certo sappiamo che Montanelli cambiò giornale e avvisò profeticamente noi Italiani dicendoci che avremmo dovuto vivere il Berlusconismo come un vaccino.
Berlusconi usa far visitare il suo Mausoleo a chi lo va trovare ad Arcore: c’è un video su you tube in cui un saltellante cavaliere mostra  a Gorbaciov  questa stravagante costruzione. Nel video il nostro Narciso è felice, quasi esaltato, gioisce del suo esibizionismo e mostra fiero e baldanzoso quella che sarà la sua dimora funebre.
Nell’ottimismo del Puer narciso, non c’era alternativa: se non posso sconfiggere la morte per sempre, almeno posso fare in modo che essa mi celebri, per sempre.
Messa a tacere l’angoscia di morte tramite il sesso, il potere, la costruzione di monumenti epici e gloriosi, ci chiediamo cosa ne sarà del nostro, ora che è dovuto uscire di scena.
Il narciso, immobilizzato nell’eterno palcoscenico della seduzione, tenta di sedurre anche da morto, tenta di erotizzare la morte con la sua negazione, facendo pornografia. Perché l’eros è conoscenza, è corpo vivo, è mente e pelle, il pornografico è corpo morto, esposto, privo di sostanza. E un Narciso, condannato al vuoto della non relazione, può solo farsi guardare, come un oggetto pornografico.
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