Psico recensione: l’uomo del sottosuolo in Dostoevskij , Carotenuto e nel romanzo Thomas J

originariamente pubblicato su Unonove http://www.unonove.org/l’uomo-del-sottosuolo-in-thomas-jay-dostoevskij-e-aldo-carotenuto/

L’uomo del sottosuolo in Thomas Jay, Dostoevskij e Aldo Carotenuto
di Barbara Collevecchio –

È uscito da poco per la Fazi Editore, dopo un’interessante campagna virale, il romanzo di Alessandra Libutti “Thomas Jay”. La campagna pubblicitaria escogitata da Fazi ha portato scompiglio nel web, perché la casa editrice aveva inizialmente sostenuto che Thomas Jay. esistesse davvero, che fosse davvero un geniale scrittore di culto americano, ingiustamente detenuto in carcere. Con tanto di sito e video che lo confermavano, sul web si potevano anche raccogliere firme per la sua scarcerazione. Scoperto il gioco da alcuni critici, Fazi ha risposto:
“Thomas Jay: un grande scrittore ingiustamente in carcere o un’invenzione del marketing?
Da alcuni giorni il web si interroga sulla figura di uno scrittore italoamericano acclamato dalla critica statunitense e condannato all’ergastolo dalla Three Strikes Law, sul video che racconta la sua storia e sulla campagna per la sua liberazione. Come molti di voi hanno subodorato grazie agli indizi che abbiamo disseminato nella campagna virale, Thomas Jay non è un personaggio reale ma è il protagonista del romanzo omonimo di Alessandra Libutti edito da Fazi Editore, in libreria da fine marzo. Thomas Jay è stato finalista al Premio Calvino. Uscito inizialmente in poche copie per un piccolissimo editore, e ritorna oggi in libreria dopo una lunga opera di riscrittura da parte dell’autrice. Abbiamo ricevuto critiche ma anche tanti commenti che ci fanno capire come per nulla virtuale sia la capacità di un personaggio letterario come Thomas Jay di restare nei cuori e nelle menti di chi si imbatte nella sua storia di ribellione e speranza. Quanti hanno firmato la petizione on line e avessero piacere di leggere il romanzo di Alessandra Libutti possono scriverci per richiedere una copia gratuita dell’ebook.”

Eccomi qui dunque a scrivere la mia recensione e le mie riflessioni circa questo romanzo.

“Entrai per la prima volta in un riformatorio nella primavera del 69 avevo 12 anni dalla porta principale non sarei mai più uscito di lì a poco infatti avrei cominciato a dedicarmi alla mia attività preferita scappare di prigione”.

Scrive questo Thomas Jay ad Ailie, la donna di cui si innamorerà, la donna che si rifiuterà ostinatamente di accettare di abbandonarlo. Sì perché la vita di Thomas Jay è costellata di abbandoni, il primo quello della madre americana, poi quello del padre che morirà. Lasciato alla nonna, anarchica e battagliera e alla sorella di questa, fervente cattolica, il bambino crescerà “diverso” in un mondo di “uguali” ad esso ostili. Mondo che forse non lo accetterà mai se non attraverso la scrittura.
Ennesimo abbandono quello della patria e della casa natale, allorquando la nonna morrà. Così Thomas viene spedito in America dalla madre, ma lì avverrà il secondo abbandono da parte di essa e la sua prima reclusione in una carcere.
La nonna anarchica e l’infanzia libera in campagna l’hanno educato a mal sopportare le catene e Thomas scappa: la sua vita, in fondo, non sarà altro che un’eterna fuga anche da se stesso e dalla responsabilità delle sue scelte impulsive e masochistiche.
Durante la prima fuga a 13 anni conosce Max; vecchio proprietario di una lavanderia, romantico amante di libri, di pittura e violino, Max è un fine intellettuale. Senza pietismo e con una complicità che solo chi è accomunato dall’amore per i libri può avere, il vecchio Max inoltrerà Thomas al mondo della bellezza. Per primo gli regalerà una carezza dopo tanti anni e Thomas, conosciuta la Bellezza, non potrà tornare indietro. Come scriveva Dostoevskji, “la bellezza salverà” questo giovane dannato, antieroe anarchico vittima delle istituzioni, del mondo crudele e di se stesso, e del suo egodistonico senso di colpa .
Hai trovato il tuo “vecchio saggio”, ti protegge, ti dà una casa, perché ti rificchi in prigione?
Questa è la domanda che percorre il lettore nelle prime pagine, questa è la domanda che si porrà Stefano Lorenzini, in arte Thomas Jay, dopo anni di galera e una sentenza di ergastolo, presa così, quasi per sbaglio, quasi senza accorgersene. È un criminale questo tenebroso protagonista letterario? No, chi non accumulerebbe una rabbia tale da spaccare macchine e fare atti di vandalismo se dai 15 anni in poi finisse in galera, tumefatto da sputi, randellate, pugni e umiliazioni? Chi non cadrebbe nel delinquere, se abusato? Eppure il protagonista vive nel senso di colpa, si macera in esso e da esso si fa rovinare la vita, come un vero personaggio di Dostoevskji.
Già all’inizio della lettura ho avuto subito in mente “Memorie dal sottosuolo”. Poi, andando avanti la stessa Alessandra Libutti cita ampiamente Dostoevskji, al punto che ci fa quasi sospettare di aver scritto questo libro come omaggio al grande autore.
Il momento in cui, nel libro, la citazione di “memorie” arriva al parossismo, è però il momento stesso in cui l’autrice, forse emozionata da tale raffronto (che ella stessa ha cercato) incespica e cade di stile, proponendoci dei dialoghi durante l’incontro di Thomas con Ailie, che deludono.
Thomas è legato al letto di un ospedale, più morto che vivo, è uno scrittore famosissimo e di culto, ha scritto le sue migliori opere durante la galera ma nessuno sa che dietro il suo pseudonimo si cela Stefano Lorenzetti, ergastolano.
Ailie è una donna frustrata, che ha scritto una tesi su di lui, che si è innamorata di lui attraverso la scrittura ma che non riesce a spiccare il volo. È Thomas stesso a cercarla, così com’è l’uomo del sottosuolo di Dostoevskji a cercare Liza. Entrambi i protagonisti sono in fin di vita, stracci macerati nel senso di colpa e dall’autopunizione, entrambi vittime di scelte scellerate, egodistoniche, autodistruttive, entrambi nel baratro di chi punisce se stesso con la rabbia, di chi punisce il mondo con la violenza e con la non-presenza, pagandone le conseguenze con una vita nel sottosuolo.
Ma arriva Ailie, così come arriva Liza e le scene sono simili.
Thomas, come l’uomo del sottosuolo, scaccia Ailie, l’anima, la salvatrice, la donna ostinata che l’ammira. Così come nel romanzo di Dostoevskji per il protagonista non è accettabile farsi vedere mal ridotto dalla donna che lo crede un salvatore, anche per Thomas Jay la risposta alla profferta d’amore all’inizio è il rifiuto, la rabbia e anch’egli scaccia Ailie. Ma la donna, così come Liza, è ostinata: rappresenta il femminile che salva, la Beatrice traghettatrice dall’inferno al paradiso.
C’è però una differenza tra i due personaggi: l’uomo di “ Memorie dal sottosuolo” è anch’egli “timido”, come Thomas Jay, ma un narcisista e di tipo “ipervigile”. L’uomo del sottosuolo è inibito, schivo, ha difficoltà nelle relazioni, ipersensibile e reattivo agli atteggiamenti degli altri, talvolta li idealizza, considerandoli perfetti, talvolta li odia, disprezzandoli, e vive dei veri e propri deliri di superiorità e onnipotenza compensativi. Prova vergogna e umiliazione l’uomo del sottosuolo ma essa è endogena, certo anch’egli è vittima di un abbandono da parte dei genitori ma il suo autolesionismo nasconde un vero e proprio Narciso: “In primo luogo io non potevo amare perché amare per me significava Tiranneggiare e corrompere – Tipico del narcisista vivere l’amore come manipolazione e rapporto di potere- Anche nella mia fantasie del sottosuolo- continua- non mi figuravo l’amore se non come una lotta che cominciasse sempre dall’odio, e finisse con il totale assoggettamento morale… poi però non sapevo immaginare cosa ne avrei fatto di un soggetto assoggettato.” Ecco la natura dell’uomo Dostoevskjiano: un nevrotico narcisista che esplora il suo abisso sfiorando la paranoia, circumnavigando l’egoismo.
Thomas Jay non è così, accetta l’amore di Ailie, è protettivo, si preoccupa del suo benessere, tenta di evitarle il dolore. Thomas Jay non ha colpa, in effetti neppure l’uomo del sottosuolo non ha commesso reati, anche lui si è messo in cella da solo, ma la sua è una gabbia mentale, quella di Thomas Jay è concreta e le violenze che subisce da ragazzino commuovono sinceramente.
Cito Giovanni Jervis: “La denigrazione sistematica della sfera intima nell’ambito delle istituzioni totali come i manicomi tradizionali e altre collettività autoritarie è una forma di violenza che incide sulla libertà della mente e tende a distruggere la vita psicologica. Il trovarsi privi di uno spazio personale ed esposti costantemente allo sguardo altrui ostacola la possibilità di trovare un centro nei propri pensieri. Possiamo chiamare sfera intima quel nucleo di auto protezione gelosa di sé che protegge ciascuno nel suo percepirsi come soggetto autonomo.”
Al nostro protagonista, antieroe anarchico, la sfera intima è stata totalmente sottratta e noi entriamo con lui in ogni cella che cambierà, soffriamo con lui ed esultiamo con paura per le conseguenze di ogni sua folle fuga. Thomas sputa in faccia alla gente, ma è buono e lo fa per difesa anche se tra schiaffi veri e schiaffi morali, tra umiliazioni fisiche e umiliazioni psicologiche talvolta non c’è molta differenza.
Come dicevo, la prima parte del romanzo è molto più riuscita delle seconda, dove a mio avviso l’autrice si perde un poco sia nei dialoghi che nelle spiegazioni: credo che il lettore debba essere spinto a trarre conclusioni da solo e non debba essere imboccato per la paura dell’autore stesso di non essere capito. Forse talvolta basta narrare, non serve spiegare. Mi è piaciuto molto di più il Thomas Jay adolescente ribelle, magro, sperduto, poetico nel suo incontro con Max, quello che scriveva e raccontava ed era di poche parole, quello che si innamorava di Proust. Il Thomas Jay adulto si è riconciliato con se stesso, ci lascia perle di saggezza… ma non sarebbe stato meglio se le avessimo intuite? L’autrice, tuttavia, non ci lascia facili considerazioni perché il lieto fine è solo uno spauracchio dove si nasconderà il lettore più romantico.
Consiglio questo libro a chi vuole entrare nel mondo del sottosuolo e dell’inconscio, nella spirale di un noir tutto mentale. Quante volte l’ansia e la depressione non sono altro che espressioni di rabbia mal direzionata? Quante volte ci facciamo del male, diventando i nostri peggiori nemici? Quanto è importante riconciliarsi con se stessi e venire a patti con la nostra Ombra o lato pruriginoso e istintuale? Ce lo racconta Thomas Jay, che per i lettori più forti consiglio di affrontare rileggendo anche il bellissimo “ Memorie del sottosuolo” del caro Fëdor Michajlovič Dostoevskjij.
E se proprio si vuol esagerare e andare a fondo nel tema, consiglio con tutto il cuore, poiché è stato mio professore ma soprattutto lo studioso che per primo mi ha avvicinata a Jung, “I sotterranei dell‘anima”, di Aldo Carotenuto, ed. Bompiani. A voi la sinossi:
“Carotenuto ci accompagna in un viaggio nei “sotterranei dell’anima” di due scrittori del calibro di Fedor Dostoevskji e Joë Bousquet. Due grandi interpreti della malattia della coscienza, accomunati da un destino di sofferenza che li sollecita a investigare le realtà dell’anima e a rivelare i lati più segreti, più oscuri dell’essere. Un lungo pellegrinaggio nel corso del quale l’io sperimenta qualcosa di simile a una morte, perché tutti i punti di riferimento che esso aveva fissato per orientarsi nel reale si eclissano. Eclissi della ragione, eclissi della coscienza diurna per accedere a quella conoscenza interiore delle cose che distingue il poeta dall’uomo comune. L’autore, commentando questa nekya, ce ne illustra i pericoli e i vantaggi. Attingendo alle immagini della psiche inconscia, accogliendone le suggestioni ed elaborandone i contenuti, l’individuo matura una consapevolezza di sé e del mondo che riconcilia i poli scissi dell’esperienza, pur mantenendone le contraddizioni. Salute e malattia, sogno e realtà, soggettività e alterità perdono la loro irriducibilità e si relativizzano, concorrendo alla generazione dei destini individuali. Carotenuto ritrova nelle tappe che scandiscono il lavoro analitico gli stessi travagli che caratterizzano l’opus trasformativa dei due artisti; e suggerisce la medesima cura: quella della parola. Riconciliare colui che parla con ciò di cui parla, questo l’impegno in cui converge la ricerca analitica e quella artistica.”.
Anche Thomas Jay è stato salvato dalla narrazione e dalla parola.

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