Comunicazione: come si emoziona una società indifferente? La morte del padre (l’ideologia), ci spinge a cercare eroi?

Comunicazione: come si emoziona una società indifferente? La morte del padre (l’ideologia), ci spinge a cercare eroi?

In questa ondata di menefreghismo muoiono partiti, Stato, Chiesa e subentra l’apatia anche nei confronti degli scandali di queste istituzioni.

di Barbara Collevecchio (Psicologa)

MEDIA – Come si può motivare emozionalmente una società come la nostra, diventata così indifferente?

Il vuoto emotivo derivante dall’indifferenza del singolo, coinvolto in rapporti che Baumann chiama liquidi, non è facile da riempire. Il vuoto di senso, lo sfaldamento delle grandi ideologie dopo il crollo del muro di Berlino, la morte degli ideali non hanno portato a una vera disperazione ontologica. E persino il buon vecchio nichilismo è tramontato per dare il posto all’indifferenza.  L’indifferenza non ha nulla a che fare con lo “sconforto metafisico” del moderno. Il nichilismo stesso, un secolo fa, era risposta tragica, eroica, coinvolta. Oggi che nessuno è più coinvolto  vediamo il proliferare di esperti della comunicazione di massa. Veri e propri equilibristi di statistiche e marketing che fanno i salti mortali per coinvolgere un pubblico sempre più viziato, sempre meno coinvolto e interessato.

In questa ondata di menefreghismo non muoiono solo i partiti; muoiono lo Stato,la Chiesa, l’ideale di lavoro e subentra l’apatia anche nei confronti degli scandali di queste istituzioni.

Basta paragonare l’ondata d’indignazione che suscitò l’indagine Mani Pulite con  l’indignazione  di oggi. “Sganciando il desiderio dalle strutture collettive, facendo circolare le energie, temperando gli entusiasmi e le indignazioni nei confronti del sociale, il sistema invita alla distensione, al disimpegno emotivo” scrive Lipovetsky. Tutto questo era stato predetto da Guy Debord duranteil maggio francese. Il protagonista del situazionismo, con il suo libro “La Società dello spettacolo” aveva già previsto che in quest’era estetizzante di vuoto, ci sarebbe stata una perdita di senso.

Oggi  fluttuiamo in questa perdita di senso, dove tutto diventa spettacolo e lo spettacolo si consuma in fretta.

Morte le ideologie e morti i partiti politici che le sostenevano, la strategia per coinvolgere il singolo è quella della PERSONALIZZAZIONE.

Vediamo quindi partiti politici che si incarnano nel loro fondatore. I partiti oggi vengono identificato con il loro leader: basti vedere il fenomeno Obama e come  in Italia oramai si  parli di partito di Di Pietro, partito di Berlusconi, partito di Pannella, partito di Casini, partito di Vendola.

La morte del padre (l’ideologia), ci spinge a cercare eroi?

Nuovi paladini dell’idea, i politici incarnano le nostre proiezioni, perché non è possibile non proiettare l’ideale dell’Io, neppure se gli ideali sono morti. Semmai ce ne inventiamo di nuovi, più personalizzati, su misura, ma non possiamo vivere senza.

Il politico deve incarnare il nostro desiderio.

Al mito dell’eroe si sostituisce il desiderio di esso, a tutti i costi.

I pubblicitari gli esperti dicomunicazione di massae politica lo sanno bene e lavorano alla costruzione di personaggi che possano aderire alle nostre proiezioni e desideri.  Se il governante di ieri era demandato dal popolo nell’assolvere una funzione delegata in nome di un’ idea comune, quello di oggi deve incarnare il popolo, assomigliargli, deve umanizzarsi, diventare simpatico, interagire, scendere come un novello profeta nel mondo e farsi verbo. La battaglia infatti si gioca tutta sul territorio del linguaggio e della seduzione.

Come sedurre una società annoiata?

Con l’immagine che cerchi il più possibile di incarnare un mito e diventare simbolo e con il linguaggio che tenti di emozionare. A tratti volgare, triviale e osceno, il nuovo linguaggio della politica ha fatto balzi in avanti. Se pensiamo a come  comunicavano i politici della Prima Repubblica notiamo subito che siamo passati dal “politichese”, un linguaggio narcisistico certo, che narrava se stesso, a un narrato emotivo, molto più legato alla personalità stessa del politico che al contenuto che esso vuole diffondere. Oggi conta molto di più di ieri l’immagine del singolo, poiché su di essa si possono proiettare desideri, così un Berlusconi  e il suo staff di consulenti di marketing sanno benissimo che stanno vendendo un prodotto, non un’idea. Roma era un’idea, in nome di questa idea si poteva dire “civis romanus sum”, in nome della grande madre Roma e delle sue esaltanti imprese il popolo pagava le tasse, sopportava imperatori lassisti, narcisi, malati, sopportava intrighi, omicidi. Per un’idea un tempo si moriva. Mussolini tentò di rivitalizzare questa idea in un Italietta che cantava motivetti leggeri. Il duce, così come Hitler, capì ben presto che l’architettura, l’estetica politica e la propaganda avrebbero potuto coinvolgere emotivamente il popolo che sarebbe rimasto impressionato dal tono dei suoi discorsi virili, delle sue movenze maschie, dalla maestosità delle geometrie squadrate dei suoi monumenti. Pensiamo a Speer, l’architetto di Hitler che estetizzò la politica e seppe comunicare l’idea di grandezza attraverso una vera e propria scenografia del palco. La propaganda si avvalse di potenti simboli arcaici, densi di significati archetipi come la croce celtica. Giorgio Galliin “Nazismo magico” ci racconta di quanto i nazisti si fossero appropriati di simboli pagani, al punto di creare una nuova religione. Oggi che la Chiesa è in difficoltà e i simboli tacciono, come aveva profetizzato Jung, essi sempre meno riescono a emozionare.

Bisogna quindi sostituire i grandi simboli archetipici con le persone che incarnino dei valori e diano speranze, narrando un futuro.

Ecco allora che un Obama, diventa il risultato di una delle più grandi operazioni pubblicitarie del nuovo secolo. Grazie ai social network, a questa capacità di raggiungere il singolo emozionandolo personalmente, con Obama si è creato il mito del diverso, del vicino , del reietto, dell’uomo di colore che finalmente ce la può fare. “Allora anche io, ce la posso fare” risponde lo spettatore medio. “Se un uomo sconosciuto e di colore può ambire a diventare presidente degli Stati Uniti, io posso identificarmi con lui. Mi parla un linguaggio semplice, si racconta in un social, mi permette di partecipare ed interagire, mi coinvolge”. Obama ha vinto perché ha coinvolto, emozionato, illuso il mondo intero, sconfitto e depresso che “yes, we can” e “se lui ce la può fare, ce la faccio anche io”, così si è detto lo spettatore di questo incredibile successo mediatico.

Ma cosa accadrà oggi che i miti crollano? Caduto il mito del barbaro onesto (La Lega di Bossi), indagato Vendola… con chi sostituiremo questi personaggi?

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