Le ultime pagine del mio libro : Il male che cura .

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Maghe, streghe, fattucchiere e divinità nell’analisi psicologica di un arcaico rito rurale: il mito dell’eroe che affronta il male e il serpente al fine di guarire e rinascere a nuova vita. 
“Il Male che cura” è una metafora di guarigione nell’incontro terapeutico con le nostre difficoltà, svela l’opportunità di dialogare con le nostre parti rimosse ed energie sepolte. 
È l’incontro con la paura, riscontrabile nei miti e in questo rituale religioso che ancora sopravvive al tempo, a chiederci di riaprire un dialogo con i simboli archetipi e universali che giacciono in noi.
L’ autrice affronta attraverso l’analisi di questo rito un percorso di conoscenza del Sé, di catarsi e di espiazione, di morte e rinascita, che avviene attraverso l’incontro con il male che è presente in ogni individuo.

 

http://www.persianieditore.com/edizioni/Schede/Scheda_MaleCura.htm

I simboli onirici come quelli riscontrabili nei miti e nelle raffigurazioni artistiche come ad esempio, l’immagine del mandala, nella lettura junghiana sono frammenti che dall’inconscio collettivo ci chiamano attraverso le loro proprietà fascinose, a compensare il nostro atteggiamento cosciente e ad intraprendere la via dell’integrazione, in questo senso  il compito dell’individuo ci pare esemplificato in questo brano tratto dal “Coraggio di ogni giorno” di Hermann Hesse: “ Non c’è altra via che conduca al compimento e alla realizzazione di sé, se non la rappresentazione quanto più compiuta del proprio essere. “sii te stesso” è la legge ideale…non c’è altra via che conduca alla verità e allo sviluppo”.( Hesse 1950;trad.it.1993, pg.27).

Dunque  analizzando la processione di S.Domenico avvinghiato dai serpenti, non si possono fare affermazioni con dati storici che ne attestino la  diretta derivazione dal culto marso della dea Angizia ma mi è sembrato invece possibile, usando uno stile ermeneutico proprio della psicologia analitica, amplificare le sue componenti simboliche e  sottolineare come esse siano proprie di temi universali che ricorrendo sovente nella mitologia, nella storia delle religioni, come nelle favole e nelle produzioni oniriche, possono essere ricondotti all’archetipo della Magna Mater. Dopo aver trattato dell’archetipo della Grande Madre e dell’ombra, mi è sembrato possibile, dunque, evidenziare come il topos da cui origina il rito Cocullese sia riconducibile a quello dell’eroe che nel suo viaggio iniziatico di discesa nel regno inconscio, incontra il mostro/animale che deve sconfiggere o addomesticare. In questo senso credo che sia possibile rileggere anche le critiche mosse dal Profeta  a coloro che hanno interpretato questo rito con una visione monodimensionale attribuendo importanza ogni volta, solo ad una delle sue caratteristiche.

In termini psicologici l’incontro del santo con l’animale, che a Cocullo si specifica nel serpente, a mio avviso rappresenta  il processo di integrazione dell’ombra. Circa la presenza di simbolismi legati  all’archetipo della Magna Mater , abbiamo visto come esso si rappresenti in questo rito attraverso le immagini simboliche  del serpente, dell’acqua , della terra, dell’incubatio, della grotta e della dimestichezza con gli animali .

Ho rilevato le polivalenze simboliche del serpente sottolineando che  l’inconscio  proprio per la sua logica simmetrica ed estensiva non produce mai immagini immobili e fisse riconducibili ad un’unica ed inequivocabile interpretazione intellettuale ma ci pone innanzi simboli polisemantici che nella loro aurea nebulosa ci scuotono inducendoci ad una mobilizzazione e sperimentazione personale dei loro contenuti. 

L’immagine archetipica è mobile e sta a noi rimuoverla e non prestargli ascolto o rischiare di venire a patti con essa. Siamo noi, infatti, che ogni giorno dobbiamo chiederci se le scelte che facciamo sono frutto del nostro vero Sé o altresì scelte obbligate dal ruolo sociale che rivestiamo nella società. La tragedia Greca ha espresso con magistrale pathos questo dilemma: prendiamo l’Antigone di Sofocle. E’ evidente come in questa tragedia i personaggi siano intrappolati nei loro ruoli sociali: seppellire il proprio fratello come prescrive l’etica dei rapporti fraterni o obbedire al ruolo di cittadina dunque al divieto di seppellirne  del re? Antigone sceglie in quanto persona: maschera sociale, non in quanto individuo libero e questa scelta di condotta la porta alla rovina. Quanti individui sprecano la loro vita e si ammalano, poiché intrappolati nella loro persona non riescono a scegliere di intraprendere il rischioso percorso dell’individuazione?

Anche  per S.Domenico, che incarna il mito dell’esule, del viaggiatore errante alla ricerca di più alti valori del Sé , si tratta in principio di fare una scelta ed egli la compie con l’eremitaggio. Il Santo, come tutti gli eroi, si riconobbe non appartenente a quel mondo nebuloso e corrotto degli albori del medioevo, dunque decise di non prendervi parte in modo attivo ma di compiere un viaggio solitario di ricerca e di negazione dei valori correnti e abbiamo visto come il topos del viaggio sia anch’esso  un archetipo.. Il suo scopo era reintegrarsi con Dio ovvero raggiungere quella che la psicologia olistica chiama Autorealizzazione che presuppone il distacco dal mondo sociale, con le sue norme omogeneizzanti e appiattenti l’individuo. Come abbiamo visto il percorso verso la crescita e la differenziazione, la via della realizzazione di noi stessi è rischiosa :la trasformazione e  il cambiamento sono rischiosi, sia perché implicano una messa in discussione del nostro assetto psichico , sia perché non possono prescindere da una discesa negli inferi dell’inconscio materno, che assieme ad una promessa di rinascita ci assicura una morte, la morte del nostro vecchio modo di intendere e vivere l’esistenza. Questo percorso è chiamato da Jung di individuazione prevede l’incontro dell’individuo con il mostro, l’inconscio, che sovente è rappresentato dall’immagine di un drago o di un serpente.

Un individuo è paragonabile ad una casa in cui esso può coltivare se stesso, ma talvolta le mura dell’edificio individuale possono trasformarsi in corazza, per compiere l’esperienza fondamentale di superamento della condizione umana limitata, perché sia possibile il passaggio da un modo di essere limitante ad uno più ampio e non condizionato, c’è bisogno di una rottura; in uno splendido libro, “Spezzare il tetto della casa”, Eliade ci insegna come per il pensiero indiano, l’arhat , colui che spezza il tetto della casa, è colui che prende il volo verso la libertà, colui che “ ha trasceso il cosmo e ha avuto accesso a un modo d’essere paradossale, addirittura impensabile, quello della libertà assoluta”.(Eliade 1985;op.cit.pg.155).

Il simbolo della casa come corpo umano ci insegna che ogni situazione stabile, permanente implica la creazione di un cosmo, cosmo personale che talvolta può essere vissuto come limitante, in questo senso “Il superamento della condizione umana si traduce, in una maniera immaginosa, con l’annientamento della casa, cioè del cosmo personale che si è scelto di abitare”(ibd.); se dunque la dimora stabile in cui si vive, la nostra condizione esistenziale, blocca il nostro progresso, se le fondamenta diventano radici che ci avvinghiano e rendono impossibile percorrere il nostro viaggio personale, allora è nostro dovere assumere il coraggio di spezzare il tetto della nostra casa personale. Se si sceglie la libertà  dell’individualità qualcosa deve morire perché si possa rinascere.

In questo contesto concettuale, a mio avviso, s’incista il mito di S.Domenico, il quale, volto al  superamento dell’egocentrismo individualistico basato sulla coscienza dicotomica che  strappa dal contatto con l’Altro e con la totalità, ci rimanda al significato profondo ed al messaggio che ci invia questo affascinante rituale:  incontrare noi stessi e affrontare la paura che ne deriva.

Fu per poter vivere che i Greci dovettero, per profondissima necessità, creare questi dèi: questo evento noi dobbiamo senz’altro immaginarlo così, che dall’originario ordinamento divino titanico del terrore fu sviluppato attraverso quell’impulso apollineo di bellezza, in lenti passaggi, l’ordinamento divino olimpico della gioia, allo stesso modo che le rose spuntano da spinosi cespugli.”( F.Nietzsche :La nascita della Tragedia, pagg. 28-38)

Paura, o come lo chiama Nietzsche , terrore che viene proiettato nell’Ombra, negli animali.

 Paura che dobbiamo affrontare per poter integrare l’energia libidica rimossa, come quando durante la festa di Cocullo prendiamo il coraggio di  vedere e toccare i serpenti, poiché, seguendo Jung, ognuno di noi ha il compito di individuarsi.

Jung afferma che “tutti si ammalano perché hanno perso ciò che le religioni di tutti tempi hanno dato ai loro fedeli; e nessuno guarisce veramente se non riesce a raggiungere un atteggiamento veramente religioso”( Jung 1934;op.cit.pg.182) , quello che le religioni e i miti ci offrono tutt’ora sono i simboli che , in quanto messaggeri dell’inconscio , se integrati alla coscienza possono guarirci.

Ciò che la società di S.Domenico e la nostra ha perso è l’ascolto verso i suggerimenti preziosi che ci vengono per via dei simboli onirici o religiosi, il richiamo del Daimon, dell’ombra nella sua accezione di aiutante magico che ci induce a prendere una decisione:ascoltare l’inconscio e rinascere o rimanere immobili entro i limiti della persona sociale.

Il principium individuationis può avvenire in due modi contrapposti: una cosa è individuarsi in modo conscio e discriminatorio, ancorarsi al proprio egocentrismo e rimuovere l’inconscio, come fece con veemenza il principio brutale maschile all’epoca delle invasioni elleniche in Grecia, che rimosse il femminino uccidendo la Pizia e sostituendo un Dio maschio all’oracolo; un’altra è individuarsi dopo essersi calati in un viaggio iniziatico volto alla scoperta delle proprie profondità psichiche, riappropriarsi degli opposti da cui ci si era scissi, affrontare il proprio male interno e riuscirne risorti con un nuovo atteggiamento mentale. Questa è quella proprietà rigeneratrice tipica della Madre e del serpente che cambia pelle. Scrive infatti Carotenuto : “ Il percorso che porterà l’eroe alla meta individuativi non presuppone infatti l’irrigidimento difensivo che identificherebbe l’eroe con il padre, né la negazione difensiva delle pulsioni inconsce….così come una immediata e cieca fissazione al regno delle madri comporta la perdizione di sé, altrettanto perdente risulterebbe l’adesione unilaterale e acritica ai dettami dell’ordine patriarcale”.( Carotenuto,1992,op.cit.pg.106).

Vediamo come la tematica centrale di questo rito sia la vittoria sul negativo e la paura,  a tal riguardo scrive Jung : “ La paura della vita non è un fantasma immaginario, ma un vero panico che appare sproporzionato solo perché la sua fonte reale è inconscia e quindi proiettata: la parte giovane e in via di sviluppo della personalità, cui viene impedito di vivere e che viene tenuta a freno, genera paura e si trasforma in paura.”( Jung 1912; pg.294). 

Dunque il serpente non è altro che quella parte vitale della personalità che noi ricacciamo nell’inconscio e che ci chiama  a vivere, “ sembra che la paura provenga dalla madre, in realtà è la paura della morte dell’uomo istintivo e inconscio che, per il continuo indietreggiare dinanzi alla realtà è tagliato fuori dalla vita.”

Affrontare  il tema della  paura, in questa società in cui uno delle sofferenze dell’anima più diffuse è l’attacco di panico, mi sembra uno dei compiti più importanti da svolgere ( secondo i dati del Lidap in Italia soffrono di questo disturbo 2,5 milioni di persone e negli ultimi vent’anni c’è stato un aumento costante). La paura, infatti, un tempo poteva essere proiettata sui mostri, sui demoni e sugli animali, come abbiamo visto nella trattazione della mia tesi, ma oggi pare che con l’attacco d’ansia ci blocchi dal nostro stesso interno. E’ probabile che i nostri bisogni creativi, le nostre energie libidiche, non possano avere sbocco in un’epoca in cui, come aveva profetizzato Jung si è persa quasi totalmente la capacità di essere creativi e di pensare per simboli. Caprifoglio in un articolo scrive : “chi soffoca sul nascere il proprio modo di essere finisce sotto attacco. Il panico usa una cura d’urto solo per farci scoprire chi siamo” per cui la domanda da porsi dinnanzi all’emergere della paura dovrebbe esser “ oggi, con questa crisi, che vita sto ricacciando indietro? Che cosa mi sto perdendo che il panico mi segnala con tanta intensità?”( Caprifoglio in Riza psicosomatica, Feb.2007 n.312). Il panico subentrerebbe dunque quando si aderisce alla Persona, infatti panico deriva da Pan, il Dio greco dell’istintualità e della vitalità, mezzo uomo, mezzo animale che induceva un improvviso e intenso stato di terrore in chi lo incontrava. L’attacco di Pan, come l’incontro pauroso con il serpente, rappresenta la nostra natura istintuale che irrompe nella Persona rigidamente strutturata. 

Hillman nel saggio su Pan, afferma che il panico rivela le eruzioni vulcaniche, gli attacchi e i tifoni distruttivi della natura dell’uomo rimossa.( cifr. Hillmann; op.cit) In questo senso, rifacendoci al patronato odontalgico di S.Domenico, potremmo affermare che siamo rimasti senza “denti”: indifesi dinnanzi alle pulsioni che rischiano di strabordare dall’inconscio poiché non abbiamo più santi taumaturgi in cui credere né simboli capaci di trasformare l’energia psichica.  Carotenuto scrive  : “ Il nostro mondo psichico equivale a un campo energetico costituito da polarità…anziché averne paura, dobbiamo essere in grado di immergerci in situazioni problematiche. Le strade lisce e senza ostacoli esistono solo nel desiderio, che per fortuna non si realizza mai, altrimenti il quadro assomiglierebbe a un elettroencefalogramma piatto”.(Carotenuto 1991;op.cit.pg.757-758). E’ per questo che ritengo importante il contributo della psicologia junghiana, poiché nel suo messaggio positivo ci apre la strada verso la comprensione di quei messaggi simbolici partoriti da una funzione  curativa che possediamo in noi stessi  e ci apre ad una concezione del conflitto che  supera la paura subordinandole l’importanza dell’antropocentrismo di un individuo che impari a considerarsi centro e padrone della propria esistenza.

Dunque la funzione di questo rito non sarebbe altro che rappresentare l’esposizione dell’uomo al negativo esistenziale, ripetendo il tema mitico dell’incontro dell’eroe con il mostro, esperienza grazie alla quale l’individuo stesso viene redento dal suo isolamento e restituito alla sua totalità . Come afferma anche Hegel nella fenomenologia dello spirito, infatti, lo spirito è forte quando ha la capacità di guardare in faccia il negativo che è in ognuno e soffermarsi su di esso affinché il negativo stesso non lo travolga; discorso ripreso anche da Nietzsche che in Divieni ciò che sei, scrive di come l’uomo tenti di fuggire dal dolore sottraendosi così allo sguardo penetrante che lo osserva dalle profondità del dolore che chiede all’uomo di comprendere tramite di lui la propria esistenza.

 La Totalità e  completezza del Sé cui si riferisce Jung  promuove una morte del vecchio uomo, sociale e rimosso a favore di una rinascita che non è legata ad un paradiso terrestre ma ad un’esistenza sperimentata al pieno delle proprie possibilità. L’uomo individuato rinasce nel mondo per poterlo godere e per esplicare in esso tutte le sue potenzialità creative. Cercare Dio in sé stessi equivale a  trovare la via per l’assoluto dentro di sé , quanto maggiore sarà l’ ascolto prestato al sè più profondo tanto maggiore sarà la certezza dell’uomo di essere volto di Dio:è qui che si risolve il problema religioso di cui parlava Jung, immagine espressa  in una bellissima poesia del poeta spagnolo Jimenez: 

“L’ESSERE UNO”

Che nulla mi invada da fuori,

che solo io mi ascolti dal di dentro.

Io Dio

Del mio petto.

Io tutto:ponente e aurora;

vita e sogno,amore e amico.

Io solo

Universo.

Non pensate alla mia vita,

lasciatemi libero e immerso.

Io uno

Nel centro.” (Jimenez, 1923)

Ma per raggiungere questo stato di completezza si rischia  di rimanere avvinghiati tra le spire del serpente e che il suo il morso ci ammali, lo stesso Jung nel viaggio della sua analisi interiore fu vittima di quella che Neumann chiama “malattia creativa”.

Scrive Neumann: “La storia individuale di ogni uomo creativo rasenta sempre l’abisso della malattia , in quanto in lui è caratteristica una intima tendenza a non proteggere e guarire , com’e usuale, le ferite personali che sono necessariamente connesse a ogni sviluppo. In lui queste ferite rimangono aperte, ma la sofferenza che esse procurano è vissuta fino a una profondità dalla quale affiora un’altra forza risanatrice , cioè il processo creativo.” (Neumann, 1954;trad.it 1975,pg.51).

 S. Domenico deve soffrire la solitudine dell’eremitaggio e del contatto con l’inconscio ma da questo ne esce santo e capace di parlare con i serpenti (il male) e renderli innocui .Anche in questo caso vale il mito secondo cui il ferito può essere anche colui che guarisce, il medico, ecco spiegato perché su tutti i personaggi che sono venuti a contatto con il simbolo dell’ombra sotto le spoglie del serpente, come i serpari, siano attribuite capacità taumaturgiche: “Poiché l’uomo creativo nella propria sofferenza personale soffre in prima persona anche per le ferite della sua epoca……egli è in grado di produrre dalla forza rigeneratrice delle sue profondità ciò che può guarire non solo lui stesso ma anche la comunità”.(Carotenuto 1991;op.cit.pg.473). Allora la funzione sociale dei serpari sembra quella di “mediatori psichici”: l’antico serparo potrebbe rappresentare l’odierno psicoanalista che, avendo dimestichezza con l’inconscio, insegna anche agli altri a prendere contatto con esso così come il serparo durante la festa avvicina le persone spaventate ai serpenti.

Ecco che così si può rispondere ad un’altra domanda che il Chiocchio si poneva circa il culto di Ercole: “perché fu celebrato l’eroe dell’uccisione dei rettili (Ercole) dal momento che in epoche antiche questi erano simbolo di prudenza e di immortalità?” (Chiocchio;op.cit.ibd). .

Perché l’uccisione del serpente simboleggia la morte simbolica dell’uomo “persona” e la sua rinascita ad uomo guarito, per questo è così emblematica la fotografia che mi ha mostrato il Prof. Giancristofaro presidente del Centro Studi di Tradizioni Popolari dedicato al Di Nola.

In questa foto dalla quale infatti prende il nome il libro “Il serpente sull’altare” di Profeta (ed.Iapadre 1998),compare un serpente sull’altare eucaristico, quest’immagine è fascinosa e archetipica poiché simboleggia a mio avviso il sacrificio del serpente (ombra) che immolato nella mensa eucaristica è integrato psichicamente. Da una parte questa è una morte  ma è  morte che implica  rinascita, come la resurrezione del Cristo:non a caso il Cristo risorto è raffigurato come un pesce  infatti è disceso negli inferi, nel mare dell’Es, ed è risorto. Che il serpente sia assimilabile al Cristo si evince d’altronde dal passo biblico in cui quando gli israeliti nel deserto si pentono di aver mormorato contro Dio, chiedono a Mosè di intercedere per loro con quest’ultimo . Dio allora comanda di fabbricare un serpente di rame e di innalzarlo sopra un’asta; “chiunque , dopo essere stato morso, lo guarderà, resterà in vita” è scritto.( Nm 21,7 s). Il serpente di rame nel nuovo testamento è considerato una prefigurazione di Cristo “ Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il figlio dell’uomo, perché chiunque creda in lui abbia vita eterna” (Gv 3,14 s) e  nella patristica S.Ambrogio parla del crocefisso come di un serpente appeso al legno (serpens in ligno suspensus) . Se secondo Eliade “Forse la funzione più importante del simbolismo religioso (importante, soprattutto per via del ruolo che doveva avere nelle successive speculazioni filosofiche) è la sua capacità di esprimere alcune situazioni paradossali e alcune strutture della realtà ultima, altrimenti impossibili ad esprimere”[32]; Mefistofele e l’androgine, cit., p. 189. Mediterranee, 1971.

Allora Il percorso dell’Eroe dunque ci ricorda l’importanza di aver il coraggio di affrontare la paura di vivere un’esistenza autentica, un percorso individuale, senza temere la morte  del nostro uomo sociale o la solitudine che spesso deriva da scelte indipendenti.  Coraggio al cospetto dell’Ombra :  “ Coraggio dinanzi alla tristezza dei distacchi, alle passioni che selvaggiamente riassaltano e attanagliano, alle cose del mondo che vanno in contrario dei nostri amori e delle nostre speranze, ai dolori che conviene sostenere e accettare e addomesticare e ridurre a compagni severi della propria vita morale” come scrive Croce ( Croce 1945, pg.31).

L’eroe possiede questo coraggio e  senza temere il giudizio del mondo che troppo spesso getta tra i perdenti gli individui che cercano una soluzione originale agli eterni conflitti dell’animo, il suo archetipo ci ricorda che la vita va sperimentata, che con “audacia” bisogna esplorare vie e interpretazioni nuove,  poiché, come scrive Jung : “ A ogni declino segue un’ascesa. Le forme che svaniscono si ricompongono e , alla lunga, una verità è valida solo quando è suscettibile di mutamento e testimonia di sé nuove immagini, in nuove lingue, come un vino nuovo che viene messo dentro botti nuove”. (Jung,1912:op.cit.pg.349).

 

 

 

 

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