Caso Sallusti : testo integrale dell’articolo incriminato e testo di legge sulla diffamazione

A questo link c’è l’articolo integrale  di Farina sotto pseudonimo

http://media2.corriere.it/corriere/pdf/2012/rassegna-camera-libero.pdf

Il reato di diffamazione. ( fonte : http://www.dirittoproarte.com/dirarti/diffamaz.htm)

Con il termine reputazione si intende comunemente la stima, l’opinione e la considerazione di cui ciascuno gode nel contesto sociale e dei rapporti personali o professionali.

L’onore e la reputazione sono protetti dall’art. 595 del codice penale a norma del quale commette il reato di diffamazione chiunque, comunicando con più persone, offende la reputazione altrui, prevedendo per il colpevole la pena della reclusione fino a un anno o la multa fino a lire due milioni.
Se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato (cioè attraverso il riferimento ad un episodio preciso e specifico), la pena è della reclusione fino a due anni, ovvero della multa fino a lire quattro milioni. Tale aggravio di pena si spiega con il fatto che l’attribuzione ad un soggetto di  un fatto determinato e specifico ha l’effetto di ingenerare nel destinatario una maggiore impressione di attendibilità delle circostanze narrate rispetto a quelle raccontate in modo vago, ipotetico o allusivo. Da ciò deriva un maggior pregiudizio per la vittima e la conseguente sanzione più aspra per l’autore dell’illecito.
Se l’offesa è recata col mezzo della stampa (giornali, televisione, altri mezzi di informazione) o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità (tipo la rete Internet), la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a lire un milione.
Nel caso di diffamazione commessa col mezzo della stampa, televisivo o radiofonico, consistente nell’attribuzione di un fatto determinato, si applica la pena della reclusione da uno a sei anni e quella della multa non inferiore a lire 500.000.
Sempre nel caso di diffamazione a mezzo stampa è prevista anche una responsabilità, a certe condizioni, di direttore o vice-direttore responsabile, editore e stampatore della pubblicazione.

Le notizie diffamatorie possono essere diffuse sia con il mezzo dello scritto (articolo di giornale o altro tipo di pubblicazione), sia attraverso la pubblicazione di fotografie e, in tale ultimo caso, alla tutela della reputazione si aggiunge quella relativa all’immagine della persona interessata.
L’aspetto più importante da sottolineare in materia di diffamazione è che, salvo casi estremamente particolari, il colpevole del reato non è ammesso a provare, a sua discolpa, la verità o la notorietà del fatto attribuito alla persona offesa. Ciò significa che non vale ad escludere il reato in questione la circostanza che il fatto offensivo sia vero o già noto per altra via.

Gli strumenti di tutela della reputazione.
E’ intuitivo che le offese alla reputazione personale o artistica attuate mediante la diffusione di notizie o foto diffamatorie possono comportare rilevanti danni tanto alla vita di relazione e ai rapporti personali, quanto a quella professionale per quanto riguarda la perdita di occasioni di lavoro. Per fare un esempio, si pensi al caso di estrema attualità di un’attrice la cui immagine sia indebitamente inserita in un sito Internet a carattere pornografico, provocandone il discredito nel suo ambiente professionale.
A tutela degli interessi personali e professionali delle persone l’ordinamento ha previsto una serie di strumenti di protezione della reputazione di seguito passati in rassegna.

 Il diritto di rettifica.
Quando la notizia diffusa con il mezzo della stampa risulta essere non rispondente al vero o lesiva della sua dignità, la persona interessata può esercitare il diritto di rettifica riconosciutogli da diverse leggi.
A norma dell’art. 8 L. n. 47/1948, «il direttore o, comunque, il responsabile è tenuto a fare inserire gratuitamente nel quotidiano o nel periodico o nell’agenzia di stampa le dichiarazioni o le rettifiche dei soggetti di cui siano state  pubblicate immagini od ai quali siano stati attribuiti atti o pensieri o affermazioni da essi ritenuti lesivi della loro dignità o contrari a verità, purché le dichiarazioni o le rettifiche non abbiano contenuto suscettibile di incriminazione penale.
Per i quotidiani, le dichiarazioni o le rettifiche di cui al comma precedente sono pubblicate non oltre due giorni da quello in cui è avvenuta la richiesta, in testa di pagina e collocate nella stessa  pagina del giornale che ha riportato la notizia cui si riferiscono.
Per i periodici, le dichiarazioni o le rettifiche sono pubblicate non oltre il secondo numero successivo alla settimana in cui è pervenuta la richiesta, nella stessa pagina che ha riportato la  notizia cui si riferisce.

Le rettifiche o dichiarazioni devono fare riferimento allo scritto che le ha determinate e devono essere pubblicate nella loro interezza, purché contenute entro il limite di trenta righe, con le medesime caratteristiche tipografiche, per la parte che si riferisce direttamente alle affermazioni contestate».

Nel caso in cui non sia pubblicata la rettifica o la dichiarazione nei termini sopra indicati, ovvero lo sia stata in violazione delle modalità sopra descritte, l’autore della richiesta di rettifica può chiedere al tribunale con procedura di urgenza che sia ordinata la pubblicazione richiesta.
La mancata o incompleta ottemperanza all’obbligo di rettifica è punita con la sanzione amministrativa da lire 15.000.000 a lire 25.000.000.

Infine, la stessa legge in esame stabilisce che nel caso di diffamazione commessa col mezzo della stampa, la persona offesa può chiedere, oltre il risarcimento dei danni patrimoniali e morali, una somma a titolo di riparazione che è determinata in relazione alla gravità dell’offesa ed alla diffusione dello stampato.

Per la rettifica di notizie diffuse attraverso il mezzo televisivo o radiofonico occorre esaminare la legge n. 223/1990 che ha introdotto la disciplina del sistema radiotelevisivo pubblico e privato.

Secondo l’art. 10 di tale legge, chiunque si ritenga leso nei suoi interessi morali o materiali da trasmissioni contrarie a verità, ha diritto di chiedere al concessionario privato o alla concessionaria pubblica che sia trasmessa apposita rettifica, purché questa ultima non abbia contenuto che possa dar luogo a responsabilità penali.

La rettifica è effettuata entro 48 ore dalla ricezione della relativa richiesta, in fascia oraria e con il rilievo corrispondenti a quelli della trasmissione che ha dato origine alla lesione degli interessi.

Trascorso detto termine senza che la rettifica sia stata effettuata, l’interessato può trasmettere la richiesta al Garante per la radiodiffusione e l’editoria, che provvede come segue.

Fatta salva la competenza dell’autorità giudiziaria ordinaria a tutela dei diritti soggettivi, nel caso in cui il concessionario privato o la concessionaria pubblica ritengano che non ricorrono le condizioni per la trasmissione della rettifica, sottopongono entro il giorno successivo alla richiesta la questione al Garante che si pronuncia nel termine di cinque giorni.

Se il Garante ritiene fondata la richiesta di rettifica, quest’ultima, preceduta dall’indicazione della pronuncia del Garante stesso, deve essere trasmessa entro le ventiquattro ore successive alla pronuncia medesima.

Infine, il diritto di rettifica dei dati personali è previsto in generale anche dalla legge n. 675/96 (c.d. legge sulla privacy), secondo la quale ogni soggetto può esercitare il diritto di ottenere l’aggiornamento, la rettificazione ovvero, qualora vi abbia interesse, l’integrazione dei propri dati personali. In caso di rifiuto espresso o tacito, ovvero di risposta non soddisfacente, ci si può rivolgere alternativamente all’autorità giudiziaria o al Garante per la protezione dei dati personali per ottenere l’attuazione in via coattiva di tali diritti.

 La denuncia penale.
Come detto, la lesione di onore e reputazione rappresenta un reato punito dal codice penale. La persona offesa da atti diffamatori può pertanto inoltrare alla competente autorità giudiziaria una denuncia – querela al fine di dare impulso ad un processo penale a carico del colpevole. La querela è atto necessario in quanto il reato di diffamazione non è procedibile di ufficio ma necessita della istanza punitiva della persona offesa.
Nel caso di diffamazione commessa con il mezzo della stampa, la querela presentata contro il direttore o vice – direttore responsabile, l’editore o lo stampatore, ha effetto anche nei confronti dell’autore della pubblicazione per il reato da questo commesso.
Se la persona offesa muore prima che sia decorso il termine per proporre la querela, o se si tratta di offesa alla memoria di un defunto, possono proporre querela i prossimi congiunti, l’adottante e l’adottato.
Nel corso del processo penale la persona offesa può anche costituirsi parte civile ai fini del risarcimento dei danni morali e patrimoniali subiti.

 La tutela cautelare civile.

I rimedi preventivi o cautelari sono quelli che intervengono prima che la lesione al diritto alla reputazione si sia verificata. La tutela cautelare della reputazione personale e artistica si identifica con la c.d. azione inibitoria che serve ad ottenere una pronuncia giudiziale che ordini ad un soggetto di astenersi da un comportamento illecito, ovvero di interromperlo se è già in atto. La sua funzione è di impedire che il fatto lesivo della reputazione abbia inizio o di interrompere l’esecuzione dell’attività già in atto con rimozione degli effetti già prodotti e  l’impedimento di essi per il futuro, per esempio, attraverso il sequestro del mezzo materialmente utilizzato per recare offesa alla reputazione e all’onore (salvi i limiti posti dall’art. 21 Cost. al sequestro preventivo della stampa periodica. Peraltro, è necessario precisare che tale limitazione riguarda solo il materiale stampato e non anche quello strumentale alla stampa, come fotografie e nastri).

Nel nostro ordinamento esistono singole norme che specificamente prevedono il ricorso all’inibitoria per la tutela del relativo diritto (si vedano le disposizioni poste a difesa di nome, pseudonimo, immagine, diritto d’autore, concorrenza sleale, condotta antisindacale del datore di lavoro, uso da parte della moglie del cognome maritale durante la separazione, contratti del consumatore).
Si tratta di uno strumento di tutela preventiva molto importante poiché spesso per i diritti della personalità (tra cui rientrano anche reputazione ed onore) la tutela attuabile prima del verificarsi del danno rappresenta l’unica forma di protezione veramente efficace rispetto al risarcimento di natura pecuniaria che può rivestire solo una funzione di ristoro per equivalente del torto subito, a causa del carattere spesso irreversibile della lesione e della frequente non patrimonialità del danno.
La tutela di natura cautelare proveniente dall’azione inibitoria non può ottenersi al di fuori di un procedimento giurisdizionale ed è disciplinata dagli artt. 669 bis e seguenti del codice di procedura civile, con particolare riferimento all’art. 700, il quale richiede due requisiti:

– il c.d. periculum in mora, cioè l’impossibilità di ottenere un integrale ripristino della situazione esistente anteriormente all’offesa. Questo requisito si riscontra in pieno per la reputazione che, come tutti i diritti della personalità, è facilmente esposta al pregiudizio irreparabile (cioè irreversibile) richiesto dall’art. 700 c.p.c., durante il tempo occorrente per lo svolgimento e la conclusione di un processo ordinario. Infatti, una volta avvenuta la lesione (ad esempio la pubblicazione di notizie diffamatorie), è praticamente impossibile ottenere un integrale ripristino della situazione esistente anteriormente all’offesa, a differenza dei diritti a contenuto patrimoniale che non possono mai essere pregiudicati dalle more del giudizio;

– l’altro requisito è il c.d. fumus boni iuris, cioè la parvenza del buon diritto accertata attraverso una valutazione meramente probabilistica della sua esistenza.

La tutela di natura cautelare, secondo la disciplina generale posta dagli artt. 669 bis ss., può essere invocata sia ante causam, sia in corso di causa in seno al processo a cognizione piena.

L’azione è dunque esperibile anche quando il fatto lesivo non ha nemmeno avuto inizio in tutti i casi in cui il titolare del diritto sia in grado di assolvere l’onere della prova nella misura richiesta dall’art. 700 c.p.c., cioè fornendo la dimostrazione che sono stati approntati mezzi idonei volti in modo univoco a causare un danno alla reputazione.

Come esempi di tutela cautelare si possono citare la richiesta di impedire la trasmissione da parte  di  un’emittente  televisiva delle  immagini offensive della reputazione della persona interessata, oppure di sequestrare e ritirare dal commercio le copie di riviste contenenti foto o notizie diffamatorie.

http://media2.corriere.it/corriere/pdf/2012/rassegna-camera-libero.pdf

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