Solo il 20 per cento degli adulti italiani sa veramente leggere, scrivere e contare

DI TULLIO DE MAURO
Internazionale

Solo il 20 per cento degli adulti italiani sa veramente leggere, scrivere e contare 

Cinque italiani su cento tra i 14 e i 65 anni non sanno distinguere una lettera da un’altra, una cifra dall’altra. Trentotto lo sanno fare, ma riescono solo a leggere con difficoltà una scritta e a decifrare qualche cifra. Trentatré superano questa condizione ma qui si fermano: un testo scritto che riguardi fatti collettivi, di rilievo anche nella vita quotidiana, è oltre la portata delle loro capacità di lettura e scrittura, un grafico con qualche percentuale è un’icona incomprensibile.

Secondo specialisti internazionali, soltanto il 20 per cento della popolazione adulta italiana possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea. 

Questi dati risultano da due diverse indagini comparative svolte nel 1999-2000 e nel 2004-2005 in diversi paesi. Ad accurati campioni di popolazione in età lavorativa è stato chiesto di rispondere a questionari: uno, elementarissimo, di accesso, e cinque di difficoltà crescente. Si sono così potute osservare le effettive capacità di lettura, comprensione e calcolo degli intervistati, e nella seconda indagine anche le capacità di problem solving.

I risultati sono interessanti per molti aspetti. Sacche di popolazione a rischio di analfabetismo (persone ferme ai questionari uno e due) si trovano anche in società progredite. Ma non nelle dimensioni italiane (circa l’80 per cento in entrambe le prove).

Tra i paesi partecipanti all’indagine l’Italia batte quasi tutti. Solo lo stato del Nuevo Léon, in Messico, ha risultati peggiori. I dati sono stati resi pubblici in Italia nel 2001 e nel 2006. Ma senza reazioni apprezzabili da parte dei mezzi di informazione e dei leader politici. 

Nelle ultime settimane, però, alcuni mezzi di informazione hanno parlato con curiosità del fatto che parecchi laureati italiani uniscono la laurea a un sostanziale, letterale analfabetismo. Questa curiosità vagamente moralistica è meglio di niente?

No, non è meglio, se porta a distrarre l’attenzione dalla ben più estesa e massiccia presenza di persone incapaci di leggere, scrivere e far di conto (quello che in inglese chiamiamo illiteracy e innumeracy e in italiano diciamo, complessivamente, analfabetismo). È notevole che l’analfabetismo numerico (l’incapacità di cavarsela con una percentuale o con un grafico) non abbia neanche un nome usuale nella nostra lingua.

È grave non saper leggere, scrivere e far di conto? Per alcuni millenni – dopo che erano nati e si erano diffusi sistemi di scrittura e cifrazione – leggere, scrivere e far di conto furono un bene di cui si avvantaggiava l’intera vita sociale: era importante che alcuni lo sapessero fare per garantire proprietà, conoscenze, pratiche religiose, memorie di rilievo collettivo, amministrazione della giustizia.

Ma nelle società aristocratiche a base agricola, purché ci fossero alcuni letterati, la maggioranza poteva fare tranquillamente a meno di queste capacità. I saperi essenziali venivano trasmessi oralmente e perfino senza parole. Anche i potenti potevano infischiarsene, purché disponessero di scribi depositari di quelle arti.

Carlo V poteva reggere un immenso impero, ma aveva difficoltà perfino a fare la firma autografa. Le cose sono cambiate in tempi relativamente recenti almeno in alcune aree del mondo. Dal cinquecento in parte d’Europa la spinta della riforma protestante, con l’affermarsi del diritto-dovere di leggere direttamente Bibbia e Vangelo senza mediazioni del clero, si è combinata con una necessità creata dal progredire di industrializzazione e urbanizzazione: quella del possesso diffuso di un sapere almeno minimo.

In seguito è sopravvenuta l’idea che tutti i maschi abbienti, poi tutti i maschi in genere, infine perfino le donne, potessero avere parte nelle decisioni politiche.

La “democrazia dei moderni” e i movimenti socialisti hanno fatto apparire indispensabile che tutti imparassero a leggere, scrivere e far di conto. Il solo saper parlare non bastava più. E in quelle che dagli anni settanta del novecento chiamiamo pomposamente “società postmoderne” o “della conoscenza”, leggere, scrivere e far di conto servono sempre, ma per acquisire livelli ben più alti di conoscenza necessari oggi all’inclusione, anzi a sopravvivere in autonomia.

L’analfabetismo italiano ha radici profonde. Ancora negli anni cinquanta il paese viveva soprattutto di agricoltura e poteva permettersi di avere il 59,2 per cento della popolazione senza titolo di studio e per metà totalmente analfabeta (come oggi il 5 per cento).

Fuga dai campi, bassi costi della manodopera, ingegnosità (gli “spiriti vitali” evocati dal presidente Napolitano) lo hanno fatto transitare nello spazio di una generazione attraverso una fase industriale fino alla fase postindustriale. Nonostante gli avvertimenti di alcuni (da Umberto Zanotti Bianco o Giuseppe Di Vittorio a Paolo Sylos Labini), l’invito a investire nelle conoscenze non è stato raccolto né dai partiti politici né dalla mitica “gente”.

Secondo alcuni economisti il ristagno produttivo italiano, che dura dagli anni novanta, è frutto dei bassi livelli di competenza. Ma nessuno li ascolta; e nessuno ascolta neanche quelli che vedono la povertà nazionale di conoscenze come un fatto negativo anzitutto per il funzionamento delle scuole e per la vita sociale e democratica.

*** 

 La competenza alfabetica in Italia. Una ricerca sulla cultura della popolazione (Franco Angeli 2000); Letteratismo e abilità per la vita. Indagine nazionale sulla popolazione italiana 16-65 anni (Armando editore 2006).

Sulle conseguenze anche economico-produttive del basso livello di alfabetizzazione si vede utilmente Attilio Stajano, Research, Quality, Competitiveness. European UnionTechnology Policy for Information Society (Springer 2006), di cui è in stampa una seconda edizione aggiornata.–

Tullio De Mauro

Internazionale 734, 6 marzo 2008

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Psicologia di Beppe Grillo, dialogo tra psicoterapeuti

Luigi D’Elia

Uno stimato collega mi fa notare giustamente che <<Grillo ha il terrore di venire ingabbiato in una qualsivoglia dialettica parlamentare, perchè dovrebbe subito cambiare linguaggio e così fare flop, perdere la sua ragione di essere>>.

Mi sembra una riflessione corretta e che non promette nulla di buono. Ho visto Grillo cambiare registro comunicativo solo nelle interviste alle TV scandinave, dove appare mite e dolce, ma in Italia si gioca la credibilità di capopopolo se dovesse dialogare senza insultare nessuno. Perderebbe ispo facto il 50% del suo elettorato incazzato che lo idolatra. Prigioniero del personaggio tragico affetto da priapismo rivoluzionario, quando si renderà conto che rischia di rimanerci schiacciato? D’altro canto se non riuscirà a realizzare nemmeno uno dei punti del suo programma perderà l’altro 50% del suo elettorato che ha creduto in quello anziché in lui. Deve decidere quale elettorato perdere

  • Sergio Stagnitta Il tema che pone Nicola è molto interessante, non solo per la portata pratica della questione soldi, ma soprattutto perché aggiunge il secondo elemento delle spinte ideologiche ovvero gli interessi personali, le debolezze di ognuno di noi. Credo che Grillo abbia paura di governare sicuramente perché dovrà modificare il suo linguaggio, ma soprattutto perché tutti gli occhi saranno puntati sul suo movimento, basta un errore e il gioco si rompe. E tra centinai di nuovi eletti il rischio è alto. Tutte le spinte rivoluzionarie nel tempo si sono trasformate o in regimi oppure si sono allineate (democraticamente!) costituendo un nuovo ordine di potere. Grillo, a volte, mi ricorda il periodo del liceo, dove sicuramente era facile dall’ultimo banco criticare e contestare il potere dei professori. Comunque, per non sbagliare mi sto rileggendo in questo periodo il bellissimo libro di José Saramago, “Saggio sulla lucidità”, mai così attuale.
  • Sergio Stagnitta Aggiungo il piccolo inciso: io non sono spaventato dalla presenza di questo movimento nel panorama politico italiano. Credo che in sé sia una buona cosa, capace di rompere quegli equilibri che molti hanno definito giustamente partitocratici. Ho solo paura che questo atteggiamento non produca un vero e proprio cambiamento, che si riduca in breve tempo nella famosa frase del Gattopardo: “cambiare tutto per non cambiare nulla”.
    Alba del giorno 4. Luigi D’Elia
    Grillo svela alla BBC ciò che avevamo già capito. La sua tattica è lasciare il paese nelle mani della grande coalizione di salvezza nazionale, aspettare le prossime elezioni e vincerle tra un anno (secondo lui). Il coro belante dei suoi seguaci, composto per molta parte di bimbominki dipendenti dal capo carismatico, privi di un pensiero critico personale, gli andrà appresso senza contare che in questo anno il paese andrà a scatafascio.
    La realtà è che da qualche parte dentro di lui (qualcuno dovrebbe aiutarlo) sa di non avere i numeri per negoziare e governare, la sua rappresentanza è un’accozzaglia ancora amorfa che avrebbe al limite bisogno di una legislatura intera per crescere ed imparare. Avendo perso il senso del limite, lui pensa che basti fare due chiacchiere con un professore di diritto per sapere come funziona il governo del Paese (lui ha studiato sulle istruzioni del Risiko).
    Non calcola che questo comportamento sterilmente tatticistico sarà correttamente letto dall’elettorato come impotenza e irresponsabilità e sarà duramente punito.
    Si spera che questo euforia onnipotente, incompatibile con la democrazia, viri al più presto in una posizione solo un po’ più depressiva e passi ad un atteggiamento più responsabile e negoziale, riconosca l’esistenza di interlocutori e si guadagni questa insperata rappresentanza proponendo ora i punti del programma che abbiamo votato.
    I rappresentanti del M5S alla mia legittima domanda su come si prendono le decisioni dentro il movimento mi rispondono che “non ci sono decisioni da prendere”, non c’è nulla decidere, e che quello che dice Grillo li rappresenta sempre.Ma dove e quando era stato discusso con gli eletti al Parlamento che a Bersani andava risposto alle sue proposte programmatiche dicendogli che è un morto che parla? Chi ha deciso che questa fosse la risposta più adeguata? Chi sarà il portavoce politico del M5S? Sarà lo stesso Grillo o qualcun altro? Risponderà anche lui in questo modo?

    Personalmente dissento visceralmente da questa modalità di intelocuzione istituzionale che trovo fascistoide e degradante la dignità di chi ci si identifica. Va bene in un teatro, ma fuori è grottesco. Invito i rappresentanti del M5S di fare ingresso nella realtà ed esaurire la loro euforia elettorale e comprendere che devono diventare un gruppo politico autonomo e non dipendente da un portavoce non eletto.

Psicologia del Movimento 5 Stelle

di Sergio Stagnitta, psicoterapeuta

 

Prima di entrare nel merito del tema che vorrei affrontare faccio un breve premessa: ritengo che l’ingresso di questo movimento in Parlamento possa portare dei grossi benefici al sistema politico italiano. Primo fra tutti la rottura del sistema che molti hanno definito “partitocratico” nel quale l’alternanza al potere non ha mai modificato concretamente il sistema dei privilegi presenti da sempre in Italia. Già solo l’idea che nelle commissioni e nelle sedute parlamentari ci saranno non politici di professione è una buona garanzia che gli equilibri precedenti saranno, almeno in parte, stravolti.

Detto ciò, in questo periodo centinaia di commentatori (professionisti e non) stanno provando a fare delle analisi sul M5S, proponendo ognuno una ipotesi e sviluppando le possibili conseguenze, positive o negative, sul loro successo elettorale.

Anch’io vorrei proporre un’analisi utilizzando gli strumenti con i quali lavoro ogni giorno, ovvero gli strumenti psicologici ed in particolare alcuni semplici elementi di  teoria di gruppo.

 

La domanda che tutti si stanno ponendo in questo momento non è più quella di capire perché questo movimento ha avuto un così grande successo, la risposta ormai è facile: la politica tradizionale, fatta dai professionisti politicanti, è fallita! La vera domanda oggi è se questo movimento sarà in grado di governare in modo veramente efficace, come dicono, e se manterrà questa spinta rinnovatrice nel tempo. Queste sono, a mio avviso, le due domande fondamentali, alle quali proverò a rispondere in termini psicologici.

 

Quand’è che possiamo dire che un gruppo funziona? La risposta, almeno sulla carta, è semplice:QUANDO È CAPACE DI PENSARE. Questo significa che se un gruppo, facilitato dal proprio leader, è capace di formulare pensieri, questo si trasforma in un gruppo di lavoro, che ha come obiettivo lo sviluppo delle idee sulle quali si era formato. Il gruppo diviene orientato su un “prodotto” e le forze messe in campo dai membri servono tutte alla realizzazione di questo/questi obiettivi. In questo caso il gruppo non ha la necessità di produrre capri espiatori, non ha paura dell’esterno, non ha bisogno di esercitare un’autorità severa e permanente e soprattutto si trasforma, nel tempo, in un gruppo semipermeabile capace di accogliere nuove idee senza perdere la propria identità.

Quando il gruppo, viceversa, non è capace di pensare, il movimento che si sviluppa al proprio interno è di tipo ripetitivo, i ruoli si cristallizzano, a volte si modificano ma con il solo obiettivo di mantenere un equilibrio che non consenta l’ingresso di nuove idee, si perde di riferimento il compito e quindi le persone che lo compongono hanno il solo obiettivo di perpetuare, coattivamente, una dinamica reazionaria, anche quando sembra apparentemente che le idee sono di tipo progressiste.

 

Per guidare una protesta così potente, come quella del Movimento 5 stelle, è stato necessario avere una guida forte, con una spinta populista, creando legami sulla base del nemico esterno. È stato necessario l’uso di un linguaggio forte, di rottura con il politichese di regime. È stato ancora più necessario esercitare un modello di leadership poco democratica perché il principale obiettivo era rompere un sistema di potere e quindi dare troppo spazio a sotto gruppi e ad alcune delle loro idee alternative avrebbe messo in crisi la tenuta del movimento. Io ho condiviso e condivido questa impostazione. Non mi piace, però credo che era l’unica strada percorribile. Diversamente il movimento si sarebbe sfaldato in piccoli gruppi perdendo del tutto la spinta propulsiva. Però ad un certo punto il movimento raggiunge il primo obiettivo: essere il primo partito in Italia. Nasce quindi la necessità di governare ed ecco che il movimento si trova alla prima vera spinta: è veramente capace di costituirsi anche come forza di governo e non solo di opposizione e protesta? La risposta potrebbe essere sì, però ad una condizione: se il gruppo è capace, adesso, di inserire i livelli di pensiero di cui ho parlato prima. In Sicilia e in altri contesti più locali ci sta riuscendo, adesso deve dimostrato a livello Nazionale, deve pensare, e deve farlo in grande. Spero che saranno in grado. Credo però che non lo saranno se vogliono la maggioranza assoluta.

La domanda a questo punto è: perché in Italia per ottenere il consenso è necessario possedere un narcisismo patologico con conseguente delirio di onnipotenza? 

 

Questa è la mia idea, ma forse ci sono ipotesi alternative …