Psicologia di Beppe Grillo, dialogo tra psicoterapeuti

Luigi D’Elia

Uno stimato collega mi fa notare giustamente che <<Grillo ha il terrore di venire ingabbiato in una qualsivoglia dialettica parlamentare, perchè dovrebbe subito cambiare linguaggio e così fare flop, perdere la sua ragione di essere>>.

Mi sembra una riflessione corretta e che non promette nulla di buono. Ho visto Grillo cambiare registro comunicativo solo nelle interviste alle TV scandinave, dove appare mite e dolce, ma in Italia si gioca la credibilità di capopopolo se dovesse dialogare senza insultare nessuno. Perderebbe ispo facto il 50% del suo elettorato incazzato che lo idolatra. Prigioniero del personaggio tragico affetto da priapismo rivoluzionario, quando si renderà conto che rischia di rimanerci schiacciato? D’altro canto se non riuscirà a realizzare nemmeno uno dei punti del suo programma perderà l’altro 50% del suo elettorato che ha creduto in quello anziché in lui. Deve decidere quale elettorato perdere

  • Sergio Stagnitta Il tema che pone Nicola è molto interessante, non solo per la portata pratica della questione soldi, ma soprattutto perché aggiunge il secondo elemento delle spinte ideologiche ovvero gli interessi personali, le debolezze di ognuno di noi. Credo che Grillo abbia paura di governare sicuramente perché dovrà modificare il suo linguaggio, ma soprattutto perché tutti gli occhi saranno puntati sul suo movimento, basta un errore e il gioco si rompe. E tra centinai di nuovi eletti il rischio è alto. Tutte le spinte rivoluzionarie nel tempo si sono trasformate o in regimi oppure si sono allineate (democraticamente!) costituendo un nuovo ordine di potere. Grillo, a volte, mi ricorda il periodo del liceo, dove sicuramente era facile dall’ultimo banco criticare e contestare il potere dei professori. Comunque, per non sbagliare mi sto rileggendo in questo periodo il bellissimo libro di José Saramago, “Saggio sulla lucidità”, mai così attuale.
  • Sergio Stagnitta Aggiungo il piccolo inciso: io non sono spaventato dalla presenza di questo movimento nel panorama politico italiano. Credo che in sé sia una buona cosa, capace di rompere quegli equilibri che molti hanno definito giustamente partitocratici. Ho solo paura che questo atteggiamento non produca un vero e proprio cambiamento, che si riduca in breve tempo nella famosa frase del Gattopardo: “cambiare tutto per non cambiare nulla”.
    Alba del giorno 4. Luigi D’Elia
    Grillo svela alla BBC ciò che avevamo già capito. La sua tattica è lasciare il paese nelle mani della grande coalizione di salvezza nazionale, aspettare le prossime elezioni e vincerle tra un anno (secondo lui). Il coro belante dei suoi seguaci, composto per molta parte di bimbominki dipendenti dal capo carismatico, privi di un pensiero critico personale, gli andrà appresso senza contare che in questo anno il paese andrà a scatafascio.
    La realtà è che da qualche parte dentro di lui (qualcuno dovrebbe aiutarlo) sa di non avere i numeri per negoziare e governare, la sua rappresentanza è un’accozzaglia ancora amorfa che avrebbe al limite bisogno di una legislatura intera per crescere ed imparare. Avendo perso il senso del limite, lui pensa che basti fare due chiacchiere con un professore di diritto per sapere come funziona il governo del Paese (lui ha studiato sulle istruzioni del Risiko).
    Non calcola che questo comportamento sterilmente tatticistico sarà correttamente letto dall’elettorato come impotenza e irresponsabilità e sarà duramente punito.
    Si spera che questo euforia onnipotente, incompatibile con la democrazia, viri al più presto in una posizione solo un po’ più depressiva e passi ad un atteggiamento più responsabile e negoziale, riconosca l’esistenza di interlocutori e si guadagni questa insperata rappresentanza proponendo ora i punti del programma che abbiamo votato.
    I rappresentanti del M5S alla mia legittima domanda su come si prendono le decisioni dentro il movimento mi rispondono che “non ci sono decisioni da prendere”, non c’è nulla decidere, e che quello che dice Grillo li rappresenta sempre.Ma dove e quando era stato discusso con gli eletti al Parlamento che a Bersani andava risposto alle sue proposte programmatiche dicendogli che è un morto che parla? Chi ha deciso che questa fosse la risposta più adeguata? Chi sarà il portavoce politico del M5S? Sarà lo stesso Grillo o qualcun altro? Risponderà anche lui in questo modo?

    Personalmente dissento visceralmente da questa modalità di intelocuzione istituzionale che trovo fascistoide e degradante la dignità di chi ci si identifica. Va bene in un teatro, ma fuori è grottesco. Invito i rappresentanti del M5S di fare ingresso nella realtà ed esaurire la loro euforia elettorale e comprendere che devono diventare un gruppo politico autonomo e non dipendente da un portavoce non eletto.

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Un pensiero su “Psicologia di Beppe Grillo, dialogo tra psicoterapeuti

  1. Sono entrato casualmente in questo blog e devo dire che trovo veramente interessante l’idea di creare un ponte tra psicologia e politica anche se diversi articoli sono imprecisi, non suffragati da dati. L’autrice più che analizzare i fatti in maniera critica, forza pseudodiagnosi psicologiche a seconda del suo pensiero. Prima di tracciare profili o delineare le caratteristiche psicologiche di leader politici occorre una attenta analisi della situazione sociale in cui ci troviamo oltre ad un’approfondita conoscenza della persona che si descrive. Non basta fregiarsi di un titolo di psicologo o psicoterapeuta per poter essere credibile. In ogni caso in bocca al lupo

    Manuele Testai

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