Berneri contro l’anticlericarismo fascista di alcuni comunisti e pseudo-anarchici

In questo testo Camillo Berneri chiarisce in maniera molto chiara e diretta che l’anticlericalismo illiberale di molti anarchici o pseudo-anarchici non è altro che puro e semplice fascismo.
Uno scritto breve da leggere e da meditare per tutti gli anarchici e i progressisti, veri o finti.

L’attenzione per l’esperienza religiosa è un tratto costante nella riflessione dell’anarchico Berneri. Non solo dimostra spesso di guardare al tema “religione” con una cura e una tensione interiore che conferiscono alla sua interpretazione dell’agnosticismo una forma problematica piuttosto che apodittica, ma altrettanto spesso usa metafore e argomentazioni riguardanti la religione per sottolineare particolari aspetti etico-politici dei problemi di cui si occupa. Non di rado è la questione della tolleranza ad attirare la sua attenzione, e specialmente la “tolleranza” degli anarchici nelle questioni religiose e di culto, ai quali non di rado propone un modello aperto, possibilista e post‑positivista: memorabile la sua considerazione, risalente al 1930, relativa al nuovo atteggiamento che gli anarchici hanno snaturato: “Non siamo giacobini”, scrive speranzoso, “non siamo più mangia-preti, non siamo sanguinari, siamo tolleranti” Il seguente intervento fu pubblicato sull’Adunata, il 18 gennaio 1936.

Scrive Berneri: ” Ebbene, dichiaro che pur non praticando alcun culto e non professando alcuna religione sarò nel corso della rivoluzione italiana a fianco dei cattolici, dei protestanti, degli ebrei, dei greco-ortodossi ogni qualvolta costoro rivendicheranno la libertà religiosa per tutti i culti. Dato che ho avuto occasione di constatare che questo mio atteggiamento e questo mio proposito non riscuotono l’assenso generale dei miei compagni di fede e di lotta, credo utile, e lo credo utile perché oltre alla santità del principio ho in vista errori rivoluzionari a mio parere gravidi di danni gravi e di pericoli gravissimi, dire il mio pensiero sulla questione.

Ogni intellettuale dovrebbe – ha detto Salvemini nel suo bel discorso al Congresso Mondiale degli Intellettuali – prendere come divisa le parole di Voltaire: “Signor Abate, sono convinto che il vostro libro è pieno di bestialità, ma darei l’ultima goccia del mio sangue per assicurarvi il diritto di pubblicare le vostre bestialità”.

Ogni anarchico – dico io – non può respingere questo principio senza cessare di essere anarchico. Quando, nel corso dell’ultimo congresso mondiale dell’A.I.T. [1], dicevo ai delegati spagnoli di considerare non-anarchico, angusto e pazzesco l’anticlericalismo propugnato dalla C.N.T. [2] e da molti elementi della F.A.I. [3] e che uno dei fattori di successo delle correnti fasciste spagnole era questo loro anticlericalismo, avevo sotto gli occhi una deliberazione compilata da anarchici spagnoli nella quale si negava il diritto ai culti di esteriorizzarsi, pur tollerando i sentimenti intimi, come questi sentimenti non fossero del tutto liberi sotto il tallone di Mussolini, come sotto quello di Hitler e di Stalin. L’anticlericalismo assume troppo spesso il carattere di Inquisizione… razionalista. Un anticlericalismo illiberale, qualunque sia la colorazione avanguardista, è fascista.

Oltre che fascista, l’anticlericalismo illiberale è poco intelligente. Malatesta è sempre insorto contro i fanatici del … libero pensiero. Riportando da un giornale anarchico questa notizia: “A Barcellona è scoppiata una bomba in una processione religiosa lasciando sul terreno 40 morti e non sappiamo quanti feriti. La polizia ha arrestato più di 90 anarchici colla speranza di metter le mani sull’eroico autore dell’attentato”, così la commentava, nel n° unico L’Anarchia, dell’agosto 1896: “Nessuna ragione di lotta, nessuna scusa, niente: è eroico aver ucciso donne, fanciulli, uomini inermi, perché erano dei cattolici? Questo è già peggio della vendetta: è il furore morboso dei mistici sanguinari, è l’olocausto sanguinoso sull’ara di dio o dell’idea, che è poi lo stesso. Oh Torquemada! Oh Robespierre!”

Leandro Arpinati [4], quando faceva l’anarchico, aveva la specialità di promuovere la dispersione delle processioni in quel di Santa Sofia di Forlì; e ha finito per disperdere le processioni rosse in Bologna ed altrove.

Mussolini da mangia-preti è finito “uomo della Provvidenza”. Podrecca [5], l’asinesco direttore dell’Asino, è finito fascista e bacia-pile. L’anticlericalismo grossolano in auge in Italia fino al 1914 ha dato i voltafaccia più spettacolosi; e non poteva essere altrimenti, poiché alla virulenza settaria si univa la superficialità intellettuale e la rigatteria culturale.

L’anticlericalismo in Italia fu fascista quando vietava il suono delle campane, quando impediva o disturbava le processioni, quando invadeva le chiese, quando molestava i preti per le vie, quando falsava la storia, quando appoggiava le false testimonianze di bambini mitomani o di parenti cupidi per contare un “prete porco” di più, quando negava la libertà d’insegnamento, quando sognava d’impedire ai credenti qualsiasi libertà di rito e di culto.

I risultati sono stati quello che sono stati. I comunisti che oggi flirtano con i cristiano-rivoluzionari di Francia e con i cristiano-comunisti di Jugoslavia e si servono di Miglioli [6] come di uno specchietto per allodole democristiane di ogni paese, nel 1919 e nel 1920 contribuirono, con i socialisti … estremisti, a spingere il Partito Popolare verso l’alleanza con il fascismo. I repubblicani, dimentichi di Mazzini, là dove erano preponderanti caddero anch’essi nell’anticlericalismo grossolano e sopraffattore.

Il sovversivismo e il razionalismo demomassonico furono in Italia clericalmente anticlericali. Urbain Gohier [7] scriveva in uno dei suoi acuti articoli (Leur République, Paris, 1906): “Il clericalismo non è l’attaccamento fanatico ad un dato dogma o a certe pratiche; è una forma particolare del pensiero, che si manifesta soprattutto nell’intolleranza. La maggior parte dei sedicenti ‘anticlericali’ di oggi sono dei clericali protestanti o dei clericali ebrei, che combattono la religione cattolica a profitto della loro religione; oppure dei settari massoni, ingombri di altrettanti pregiudizi, di cerimonie altrettanto vane e di orpelli ancor più ridicoli di quelli del clero. I loro principali ‘meneurs’ sono degli ex-preti o degli ex-frati, che non possono sbarazzarsi delle loro abitudini mentali né della loro anteriore disciplina, che ristabiliscono nel ‘libero pensiero’ dei Natali pagani, delle Pasque socialiste, dei battesimi civici, delle comunioni e soprattutto delle scomuniche dei banchetti al posto dei digiuni, degli Evangeli, dei Credo dei catechismi e dei biglietti di confessione”.

Questa categoria di “preti del libero pensiero” ha prevalso in Italia, come in Francia e in Ispagna. In Italia nessuna rivista “razionalista” ha avuto l’importanza culturale de La Civiltà Cattolica dei Gesuiti, della Rivista Neotomistica dei cattolici, di Bylichnis, protestante, di Coenobium, spiritualista. I più seri storiografi delle religioni in Italia sono stati dei preti cattolici o protestanti, e non vi è stato un solo “razionalista” che avesse la preparazione culturale, in materia religiosa, di un Turchi [8], di un Fracassini [9], di un Buonaiuti [10], ecc. In Italia vi era, ancora nel 1919 e 1920, lo scandalo di riviste come Satana di Roma, dirette da asini presuntuosi che criticavano le religioni con argomenti ridicoli e che pubblicavano articoli di una povertà di idee e di documentazione da far pietà.

All’ignoranza e alla stupidità di quell’anticlericalismo faceva riscontro l’intolleranza, che in Francia, sotto l’egemonia massonica, conduceva ad escludere dalle Università dei preti di grande valore soltanto perché preti. Così venne rifiutata una cattedra al padre Scheil [11], una delle migliori autorità in materia di assiriologia. Di lui, il Morgan dice, nel suo trattato Le prime civiltà: “A mala pena, si contano oggi, in Europa, quattro o cinque di questi scienziati (degli assiriologisti) la cui opinione faccia autorità e, fra questi, è V. Scheil che ho avuto la fortuna e l’onore di avere collaboratore nei miei lavori in Persia. Il suo nome resterà per sempre unito alla di lui magistrale traduzione delle leggi di Hammurabi e della decifrazione dei testi elamiti, tour de force compiuto senza l’aiuto di un bilingue”. Gli anticlericali non si commossero affatto di fronte al fatto che ad uno scienziato di reale valore fosse negata la cattedra di assiriologia al Collége de France, perché secondo loro un prete non avrebbe avuto l’imparzialità necessaria per trattare materie aventi relazione con gli studi biblici. Io ebbi a professore di storia delle religioni, all’Università di Firenze, il prof. Fracassini, che era un prete, e nel Circolo di studi filosofici di quella città ebbi occasione di ascoltare delle conferenze del prof. Buonaiuti, anch’egli prete. Ebbene, non esito a dichiarare che non ho mai udito trattare argomenti religiosi con maggiore spregiudicatezza filosofica, con maggiore rigorosità scientifica, con maggiore onestà. Se quasi tutti gli anticlericali non credono che vi possano essere dei preti intelligenti, colti ed onestamente e seriamente sacerdoti cattolici o protestanti o giudaici questo vuol dire che quasi tutti gli anticlericali sono dei clericali a loro modo.

L’anticlericalismo oltre che filosoficamente povero e scientificamente arruffone e superficiale è stato in Italia, e ancora lo è in Francia e in Ispagna, angusto dal lato della comprensione del problema sociale.

Il “pericolo clericale” ha servito in Italia come diversivo alla borghesia liberale e al radicalismo. In Francia, dal 1871 in poi, la lotta contro la chiesa ha permesso alla borghesia repubblicana di evitare le riforme sociali. In Ispagna, il repubblicanismo alla Lerroux [12] ha giocato anch’egli la carta dell’anticlericalismo, che messo in pratica dalle sinistre ha sviluppata la coalizione cattolico-fascista.

Bisogna finirla con questa speculazione. Il proletariato non si nutre di curati. E i rivoluzionari socialisti sanno che la gerarchia ed i privilegi della chiesa sono una cosa mentre il sentimento religioso ed il culto sono un’altra cosa. Il diritto al battesimo non può essere messo sullo stesso piano delle guarentigie pontificie. II convento di francescani non può essere considerato alla stessa stregua della banca cattolica. Il prelato fascista non può essere considerato come il prete che non si è mai piegato al fascismo o come il povero Don Abbondio di villaggio. Le organizzazioni sindacali cattoliche si sono dimostrate capaci, come nella Lomellina, di scioperi, di sabotaggi, di occupazioni di terre e domani, nella rivoluzione italiana, sarebbe stupido mettersi contro, a causa di un giacobinismo anticlericale, larghe masse del proletariato rurale passibili di entrare nel gioco delle forze rivoluzionarie e socialiste. Gli anarchici devono aver fede nella libertà. Quando l’istruzione sarà aperta a tutti, quando la miseria del proletariato sarà scomparsa, quando i ceti medi saranno modernizzati, il clero non potrà più, cessata la sua situazione di casta, colmare interamente i propri quadri. Già nel dopoguerra, i seminari erano spopolati e frequenti i casi di giovani preti che, conquistato un titolo professionale, gettavano la veste talare alle ortiche.

Quando in ogni villaggio il circolo di cultura, il circolo ricreativo, l’associazione sportiva, la filodrammatica, il cinematografo, la radio, ecc. distrarranno la gioventù dalla Chiesa e dai ricreatori cattolici; quando più armoniosa si sarà fatta la convivenza matrimoniale, sì che la donna non sentirà più il fascino della confessione ed il bisogno del conforto religioso; quando di fronte al pergamo sarà la cattedra del maestro, e il prete sarà chiamato non più a pontificare in incontrastato dominio bensì a tenzone di idee in pubblici dibattiti; quando, insomma, il grande soffio della rivoluzione avrà spazzato via quasi tutte le condizioni che il clero rafforzano e corrompono, che al dominio del clero sottomettono ignara infanzia, giovinezza senza orizzonti, femminilità afflitta bisognosa di sperare e avida di sostegno morale, che cosa sarà il “pericolo clericale”? Monumenti di una potenza abbattuta, le chiese, come l’arco imperiale e come il feudale castello, rimarranno, ammutolite le loro campane, silenti le loro navate di canti liturgici, spogli i loro altari di ori e di ceri, quando la rivoluzione abbia vinto negli spiriti. Fino a quando essa sarà vittoria sulle cose, muta e travestita sotto lo sguardo inquisitore dei giacobini, apparentemente vinta e dispersa ma sotto le ceneri più che mai viva, la chiesa risorgerà presto o tardi, forse rafforzata.
L’anticlericalismo anarchico non può essere né illiberale né semplicista.”

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