Dibattito sull’astensionismo anarchico

Astensione: sì o no?
di AA. VV.
Su Rivista Anarchica on line
Prosegue il dibattito – iniziato sullo scorso numero – su astensionismo, voto, referendum, liste locali, ecc.

L’astensionismo non è più una virtù

Sono diventato anarchico prima di diventare maggiorenne e quando ho ricevuto il mio primo certificato elettorale non ho avuto incertezze: l’ho stracciato. Fiero e orgoglioso del mio gesto sovversivo come si può esserlo solo a quell’età quando si attribuisce a ciascuna delle proprie scelte una importante valenza per le sorti dell’intero genere umano ho cercato poi in tutti i modi di rivendicarlo pubblicamente e di propagandarlo. Nei dieci anni seguenti ho evitato accuratamente le cabine elettorali astenendomi in occasione di tutte le consultazioni politiche amministrative regionali europee e nei referendum (con qualche dubbio solo in occasione di questi ultimi). Negli stessi anni ho svolto un’attiva propaganda astensionista. Poi verso i 28 anni ho modificato in parte le mie opinioni e ho cominciato ad andare a votare la prima volta con dubbi e qualche senso di colpa poi senza più incertezze. Ora ho 42 anni partecipo regolarmente alle elezioni da circa 15 anni continuo a considerarmi anarchico (anche se la definizione che preferisco è quella di socialista libertario) e godo un’ottima salute.
Il tema delle elezioni è stato sempre molto sentito all’interno del movimento anarchico ed è tuttora oggetto di un’attenzione e una sensibilità particolare. Molti identificano l’astensionismo come un elemento essenziale della identità anarchica, una sorta di cartina di tornasole che decide in ultima istanza chi è anarchico e chi non lo è. Diversi compagni anche di grande apertura mentale, disponibili al confronto e pronti ad ascoltare le critiche più spregiudicate, di fronte al tema elettorale si ritraggono nell’ortodossia e rifiutano di rimettere in discussione la tradizionale scelta astensionista. Eppure di anarchici e libertari che vanno a votare (alcuni in tutte le elezioni, altri solo qualche volta in casi particolari, altri ancora nei soli referendum) ce ne sono parecchi, anche se perlopiù non lo rivendicano apertamente e spesso vivono essi stessi questa situazione come una contraddizione. Ritengo quindi che la decisione di “A rivista anarchica” di aprire una consultazione su questo tema delicato, dando spazio alle opinioni più diverse, sia un gesto quanto mai opportuno e coraggioso.
Volendo restare dentro i limiti di spazio assegnati per ogni intervento, è praticamente impossibile spiegare in modo completo e articolato il mio punto di vista sull’argomento. Mi limiterò quindi a una esposizione fortemente sintetica, scusandomi in anticipo se alcuni passaggi potranno apparire eccessivamente schematici, frettolosi o poco chiari.
A mio avviso, l’astensionismo non solo non è un elemento essenziale per l’identità anarchica, ma non può essere considerato neppure un principio. Tutt’al più l’astensionismo è una strategia (se non addirittura una tattica) che può avere avuto forse un significato e una giustificazione quando è nato nella seconda metà dell’Ottocento, ma che da tempo ha perso quella giustificazione e che ora andrebbe rivisto alla luce di una realtà storica profondamente mutata. L’essenza dell’anarchismo, ciò che lo contraddistingue in ultima istanza, è solo l’affermazione del massimo di libertà e di eguaglianza possibile in un determinato contesto storico. E’ questo – e solo questo – il nucleo essenziale e irriducibile dell’anarchismo. L’anarchismo è privo di una propria dimensione politica (ossia di uno spazio per la mediazione e la risoluzione dei conflitti), ed è questo probabilmente il suo limite maggiore. Finché l’anarchismo rimane su un piano filosofico la mancanza di una teoria della politica non costituisce affatto un problema. Ma nel momento in cui l’anarchismo vuole diventare forza politica e vuole contribuire alla soluzione dei processi decisionali politici, emerge la neccessità di trovare un metodo per la risoluzione dei conflitti, non incompatibile con i fini e i principi dell’anarchismo stesso. Tra tutti i metodi finora escogitati, a mio avviso quello che si presta di più è sicuramente il metodo democratico. Nella prospettiva di una “anarchia possibile”, si rende necessaria l’integrazione dell’anarchismo con il principo democratico. E’ ciò che io chiamo il “socialismo libertario”, che si differenzia dall’anarchismo “puro” (legittimo e vivificante sul piano filosofico, ma all’origine di molti disastri quando si pretende di trasferirlo senza mediazioni e senza correttivi sul piano politico). Un minimo di delega delle funzioni si rende necessario in tutte le società e dovendo prendere delle decisioni è preferibile – quando ci sono più opinioni (cioè in quasi tutti i casi) – che sia la maggioranza a decidere. Fatti salvi, ovviamente, i diritti degli individui e delle minoranze, e la possibilità per le minoranze di diventare maggioranze. Questi concetti erano già chiari a Francesco Saverio Merlino all’epoca della sua celebre polemica con Malatesta un secolo fa, nel 1897. Ma Merlino non è stato ascoltato (anche se è interessante notare che lo stesso Malatesta, nel corso della polemica, arriverà a riconoscere la validità del metodo maggioritario).
Ora, se è vero ciò che è stato detto finora, cioè che la forma politica che dovrebbe assumere una ipotetica società futura libertaria è una forma in qualche modo democratica (un “di più” di democrazia, e non la negazione della democrazia), ne discende a mio avviso qualche conseguenza anche sul piano del rapporto con le istituzioni presenti. La “democrazia reale” in cui viviamo (dove essa esiste, perché in molti paesi del mondo non c’è neppure quel livello minimo di libertà garantito dalla “democrazia reale”), è altra cosa dal modello teorico e dall’ideale della democrazia, e questo non ci dovremmo stancare mai di denunciarlo. Esiste uno scarto (più o meno grande a seconda dei casi) tra la democrazia come modello e la realtà dei regimi democratici storicamente realizzatisi. Ciò non toglie che i regimi di “democrazia reale” siano quanto di più vicino all’ideale della democrazia che la storia ci abbia finora offerto. Nei confronti dei regimi democratici gli anarchici non dovrebbero assumere posizioni di scontro antagonistico (come nel caso dei regimi totalitari e delle dittature), bensì porsi su un piano di opposizione e di critica nonviolenta, mantenendo la propria specificità di minoranza critica, e agendo da stimolo per andare oltre, verso quella che si potrebbe definire una “democrazia libertaria” compiuta. Come già sosteneva Merlino, la società libertaria non va considerata come il rovesciamento della società presente, bensì come il suo prolungamento. In questa prospettiva, non vedo alcun motivo per non utilizzare gli strumenti che la società attuale ci mette a disposizione, compreso l’esercizio del diritto di voto. Qualche perplessità mi rimane rispetto alla partecipazione diretta dei libertari con propri candidati e proprie liste, anche se non mi sento di escluderlo a priori (soprattutto per le elezioni locali amministrative, nell’ottica del municipalismo libertario). Anche senza presentare candidati propri, i libertari possono comunque votare per le liste e i candidati democratici che più si avvicinano ai loro principi e alle loro idee, o che comunque se ne discostano di meno. Al limite si sceglie il meno peggio.
Si potrebbero aggiungere altre considerazioni a favore di un superamento dell’astensionismo da parte degli anarchici. Una è rappresentata dal fatto che l’astensionismo è ormai molto diffuso in tutti i regimi democratici (compresa l’Italia), ma la sua estensione non corrisponde affatto alla diffusione di una coscienza rivoluzionaria. Nella maggioranza dei casi chi non va a votare lo fa per indifferenza o qualunquismo. Si tratta perlopiù di un rifiuto “di destra” della democrazia, con il quale gli anarchici non possono gradire di essere accostati e confusi. L’astensionismo cioé è sempre di meno un elemento di chiarezza rivoluzionaria, se mai lo è stato.
Infine, e si tratta di una considerazione non di poco conto, le elezioni non sono tutte uguali. Ci sono casi in cui dall’esito elettorale dipende la soluzione di problemi importanti che riguardano la vita degli individui e dei popoli. Ci sono casi in cui in discussione ci sono le stesse libertà democratiche. Per limitarci al nostro paese, uno di questi casi si verificò alla fine dell’Ottocento, durante la “crisi” di fine secolo seguita alle dimissioni di Crispi nel 1896. I tentativi reazionari vennero infine sventati dalla vittoria delle opposizioni (liberali di sinistra, radicali, repubblicani e socialisti) nelle elezioni del 1900. Un rischio altrettanto e più forte per la democrazia, secondo me, si sta correndo nell’attuale fase politica. Il pericolo viene dal Polo di Fini e Berlusconi, che rappresenta una Destra per molti versi inquietante, che ha poco a che vedere con la stessa Destra democratica del resto del continente. Una vittoria definitiva della videocrazia berlusconiana e degli eredi del fascismo costituirebbe una regressione politica e culturale spaventosa. Chi lo avverte non può non impegnarsi con tutti i mezzi per impedire questo esito disastroso, e tra questi mezzi il voto assume una valenza fondamentale. Ma esiste tra gli anarchici la consapevolezza dei rischi che si corrono? Mi permetto di dubitarlo. La sottovalutazione mi sembra molto diffusa. Conosco persino alcuni compagni – peraltro molto cari e solitamente lucidi – che in odio alla sinistra statalista si augurano una vittoria di Berlusconi. Grande è la confusione sotto il cielo!

Gianpiero Landi (Castelbolognese)

Il gusto per l’azione diretta
In cinquanta anni di militanza anarchica, non ho mai votato nelle elezioni politiche nazionali ed europee oltre che nelle elezioni cosiddette amministrative. Non ho mai votato in passato e, a maggior ragione, non voto né voterò in futuro.
Ritengo che l’astensionismo anarchico, a proposito di elezioni gestite dallo Stato che hanno per scopo la conservazione delle sue strutture piramidali, quindi autoritaria, gerarchiche e fonte di ingiustizie e privilegi, rappresenti uno degli aspetti fondamentali di una radicata, profonda convinzione rivoluzionaria e libertaria. Del resto, “Anarchia è parola che viene dal greco, e significa propriamente senza governo: stato di un popolo che si regge senza autorità costituite, senza governo” (Enrico Malatesta, L’Anarchia, 1884) ed è pertanto ovvio che un anarchico non partecipi con il proprio voto alla formazione di una qualsiasi autorità costituita e di un qualsiasi governo.
Questione di principio, dunque, che affonda le sue radici nella storia (e quindi sull’esperienza plurisecolare) negativa, perniciosa dell’organizzazione sociale verticistica, statale, autoritaria.
Per mettere in discussione oggi l’astensionismo anarchico in fatto di elezioni politiche e amministrative, bisognerebbe che la natura e la funzione dello Stato, dei governi e comunque delle autorità costituite, fossero cambiate, che non rappresentassero più, e non difendessero, gli interessi di una minoranza di privilegiati a tutto danno della stragrande maggioranza degli individui; che le cosiddette istituzioni politiche (oltre che l’organizzazione economica della società) garantissero benessere, libertà, giustizia, insomma condizioni egualitarie e libertarie di vita sociale a tutti gli esseri umani che popolano questo pianeta. Non c’è bisogno di dire che questa mutevolezza dello Stato (dei governi, ecc.), questo venir meno alle sue secolari caratteristiche, significherebbe il suo suicidio, la sua estinzione. E questa ipotesi – con buona pace di un “padre” del comunismo autoritario che la riteneva possibile – è fuori e contro la sua logica e la sua storia.
Ho avuto sentore che, di recente, alcuni compagni, preoccupati dell’intorbidirsi se non dell’aggravarsi (almeno per ora) della situazione politica italiana, si sono pronunciati per una loro partecipazione alle elezioni di Stato. E ciò per un presunto “pericolo di destra” incombente sul nostro paese, pericolo da scongiurare anche partecipando alle elezioni politiche ed amministrative. Ci sono stati momenti nei quali alcuni compagni, con pretesti analoghi, hanno optato per le fiere elettorali. Come se il nostro voto dovesse e potesse creare situazioni nuove, rivoluzionarie se non addirittura libertarie… A prescindere dai motivi di principio di cui ho parlato poc’anzi, questa di combattere la “destra” anche con il voto di Stato, è una vecchia e pia illusione. E poi, oggi, dov’è la destra, cos’è la destra? E’ quella rappresentata da Berlusconi, Fini, Casini, Buttiglione, Pannella, ecc. oppure quella rappresentata da Dini, Prodi, Bianco, Bossi, D’Alema, ecc? Che differenza sostanziale c’è fra gli uni e gli altri, fra quelli del Polo e quelli dell’antipolo? E dov’è la sinistra, dove sono i movimenti popolari che per ragioni non di potere si battono per la difesa delle libertà e dei diritti dei lavoratori e dei cittadini in genere? Votando P.D.S. o R.C. (perché queste e pochissime altre sarebbero eventualmente le “scelte” elettorali che ci si prospettano), voteremmo pur sempre per un rafforzamento e una perpetuazione del sistema attuale basato sull’ingiustizia sociale e sullo sfruttamento dell’uomo. Senza considerare che, molto spesso, nella storia remota e recente, sono state proprio le cosiddette sinistre le più accanite nel calpestare i diritti e le libertà della gente semplice, cioè delle classi subalterne al potere. E allora? Abbiamo forse perduto il gusto per quella che abbiamo definito sempre azione diretta? Non abbiamo più le energie, la volontà, e soprattutto la convinzione per portare avanti la nostra battaglia per la conquista diretta di sempre maggiori libertà e benessere per tutti?
A proposito di referendum abrogativi di leggi e regolamenti di Stato, le cose fin qui dette non cambiano. Lo Stato non cederà mai a nessuno le sue funzioni. I referendum che esso concede di tanto in tanto, gestendoli direttamente, servono ad illudere la gente, possono soltanto variare la forma ma non la sostanza della sua natura liberticida.
Io credo che, di fronte al nauseante trasformismo imperante in tutti i settori politici, di fronte alla commedia elettorale di tutti i partiti, di fronte ai giochi di potere, alle rinunce e ai tradimenti nei confronti degli interessi dei lavoratori e della gente semplice dei sindacati istituzionali e corporativi (nessuno escluso), l’antica, saggia, coerente pratica anarchica abbia oggi, più che mai, la sua ragion d’essere. Una pratica anarchica che combattendo senza esitazione alcuna la destra politica ed economica, non concede nulla ad una sinistra funzionale agli interessi dei padroni e dello Stato.

Luciano Farinelli (Ancona)

Uno spazio politico per l’an-archia
Una avvertenza a scanso di equivoci e di facili ed inutili polemiche: chi è saldamente convinto della necessità e della ineluttabilità della rivoluzione rigeneratrice, così come chi crede che dell’astensionismo degli anarchici possano discutere solo gli anarchici confessi e militanti, non legga quel che segue poiché chi scrive non solo non appartiene (più) a nessuna delle due categorie summenzionate, ma quanto dirà fa perno su questioni e tematiche che la fede nella rivoluzione o il ritenere l’anarchismo una teoria immutabile nel suo darsi danno già per risolte. Detto questo veniamo al tema.
Sappiamo tutti che dire “voto” significa dire “politica” e soprattutto “politico”, cioè ambito in cui il rapportarsi fra esseri umani è permesso, e quindi delineato, dalla separazione, e quindi dalla distanza, di tale rapporto dall’ambito della quotidianità con tutto ciò che questa sottende: rapporti di lavoro e d’amore, necessità biologiche e così via. Questa separazione e distanza dell’ambito politico dal vivere comune è fin da quando, nell’antica Grecia, tale spazio fu creato separando l’agorà, dove cominciò a svolgersi il confronto politico, dall’oikos, in cui si svolgeva la vita quotidiana – costitutiva di esso (come, vedendone solo l’aspetto negativo, hanno sempre sottolineato gli anarchici) poiché, non essendo possibile o pensabile che si possa fare tutto ovunque (chi, senza voler compiere un gesto provocatorio, defecherebbe in piazza?), non è pensabile un rapportarsi degli esseri umani su un piano discorsivo e paritetico se non in tale separatezza e distanza. Per coprire tale distanza senza annullarla (che l’annullamento di tale distanza solo raramente ha significato la libertà finalmente realizzata e generalizzata postulata dal movimento anarchico, mentre più spesso ha voluto dire l’esplodere delle peggiori manifestazioni dell’umano – dai linciaggi allo scatenarsi degli odi individuali, dal disprezzo per la cultura alla caccia al diverso dei pogrom antiebraici o antinegri – o il rapporto diretto fra il dittatore e le masse) e senza renderla granitica (situazione che porta alle dittature e al dominio) due sono stati i modi pensati/sperimentati: la rappresentazione e la rappresentanza. Quest’ultima è quella concezione che – inaugurata con la rivoluzione francese e centrata su una immagine degli uomini come esseri in qualche modo già “decisi” dalla loro pura materialità, come accade nel positivismo o nel marxismo – fa sì che nelle democrazie parlamentari si eleggano persone che dovrebbero rappresentare gli interessi dei loro elettori, cioè individui che portino in quei campi di battaglia simbolici che sono i parlamenti qualcosa che non è rapportabile col resto se non con la forza immediatamente brutale e “oggettiva” delle armi o del numero. Infatti, se presi nella loro pura emergenza, cioè senza alcuna rappresentazione simbolica, desideri, interessi materiali, sono anomici e quindi non solo non possono essere in alcun modo centro di relazione discorsiva, ma finiscono per assoggettare a sé ogni rapporto eventualmente instaurato. E’, pur sotto una patina di “civiltà”, quanto avviene quasi sempre nei parlamenti odierni, in cui la “dialettica politica” è centrata solo sulla forza che i vari interessi materiali riescono ad aggregare e a mettere i campo. In questo modo, e contrariamente a quel che vien detto con colpevole superficialità, lo spazio politico ha finito non per separarsi dal “sociale”, ma per combaciare con esso (come dimostra “tangentopoli”) e la “politica” altro non è diventata che “l’arte” della mediazione e della gestione tecnica del potere. Il risultato è stato Berlusconi, frutto e mallevadore del cittadino italiano medio di oggi. E’ chiaro che, in tale contesto, chiedersi se abbia o no senso, quindi valore, votare significa ben poco. O meglio: pone immediatamente il problema se sia ancora possibile pensare ad un ambito politico, in cui la politica sia quel che intendeva soprattutto essere quando è nata in Grecia: discussione fra le diverse immagini del mondo, del bene, dell’uomo, attuata da chiunque desiderasse misurarsi con tali questioni e fosse in grado di farlo. In tale discussione non era certo possibile che l’interesse materiale in quanto tale fosse al centro del confronto, che invece era occupato dalla continua interrogazione che parole come “bene”, “libertà”, “essere umano” di per sé pongono. Conseguentemente con tale modo di sentire, il dato essenziale per l’agire politico non era il far parte della polis, ma il recarsi nell’agorà, cioè il presentarsi agli altri non per quel che si faceva per vivere (possidente o artigiano, precettore o commerciante), ma perché, presentandosi come dialogante, si voleva anche presentare una immagine del mondo. E’ per questo che, non casualmente (e al di là di una non trascurabile altra serie di questioni che qui sarebbe fuorviante e troppo lungo affrontare), politica e teatro nascono insieme e con la stessa ispirazione di fondo: la rappresentazione. Il teatro metteva in scena, cioè rappresentava, le passioni che animano tutti e la loro potenziale incontrollabilità; il discutere e il decidere nello spazio creato appositamente nella polis permetteva la rappresentazione della infinita diversità umana che si dà non tanto nella materialità dei rapporti di lavoro (un operaio è sempre stato intercambiabile con un altro) o nella anomia dei rapporti passionali (perché amo questa donna e non un’altra?), ma nel modo in cui consapevolmente “abitiamo” con la nostra singolarità il linguaggio che ci accomuna, ma che anche ci permette la differenza e l’apertura al mondo.
Detto tutto questo, cosa resta della questione per cui si discute del voto e dell’astensionismo degli anarchici?
A mio parere resta ancora tutto. Resta del tutto aperta la questione della rifondazione di uno spazio politico che sia luogo della rappresentazione e del confronto aperto fra le varie rappresentazioni: resta il fatto che, come in ogni rappresentazione teatrale, occorre riconoscere che vi è chi esprime meglio un dato personaggio e questo non solo non può essere negato in nome di una assurda eguaglianza omologante, ma soprattutto comporta che non vi possa essere chi fa “tutte le parti in commedia” e quindi vi sia possibilità/necessaria che altri interpretino altre “parti”, con ciò diventando eguali, cioè “pari”. Resta, infine, che tutto ciò non lo si raggiunge da un giorno all’altro o con un colpo di bacchetta magica, ma con una pratica continua e con un impegno che faccia perno non sulla propaganda (non si può propagandare l’essere quel che si può essere cercando se stessi, al massimo si può mostrarlo), ma sulla presenza ovunque sia possibile la rappresentazione, innanzitutto linguistico/discorsiva, delle visioni del mondo, del bene, dell’essere umano. Questa è la libertà possibile dell’an-archia, cioè della continua discussione attorno all’arché costitutivo del vivere con altri. Una libertà che, in quanto an-archica, non può essere valore ipostatizzato, in quanto tale in sé già totalitario o insignificante, ma pratica e modo di essere.
Forse che tutto ciò non risponde ancora al quesito da cui si è partiti? Certo non vi risponde se quel che si cerca è una risposta/formula comprensibile in uno slogan (che, guarda caso, deriva da sluagh-ghairm, il grido di guerra dei clan scozzesi), ma se, invece, quel che si cerca è una domanda che apra all’azione quotidiana e immediata e che viva come dimensione in cui l’essere di ognuno si ricerca e si mostra in cammino, mi pare che, pur senza risposta, ci si possa incamminare in una strada in cui lo stesso far rimanere aperta la domanda è già “risposta”. Certo tutto ciò lascia ad ognuno la scelta se, e per chi e perché, votare qui ed ora, ma, non è sempre così?

Franco Melandri (Forlì)

La necessaria lucidità
Non credo che la nostra specificità risieda soltanto nell’astensionismo perché reputo l’astensionismo non un principio superiore inappellabile e immutabile, ma piuttosto una scelta operativa derivante dalla nostra interpretazione della struttura sociale. Se l’anarchismo è, prima di ogni altra cosa, il rifiuto del principio di autorità, e se la metodologia anarchica, di conseguenza, si fonda sulla necessità di un equilibrio armonico fra i fini individuali e i mezzi da utilizzare, va da sé che risulta quanto mai difficile conciliare questi presupposti fondamentali con il principio della delega irrevocabile e con la partecipazione (anche se mediata attraverso l’individuo votato) a un sistema di regole sociali fondato sull’uso del potere e della coercizione, sistema che indubbiamente ci troviamo a subire, ma che non per questo dobbiamo condividere e accettare come ineluttabile. E generalmente l’anarchico, che è ben consapevole di questa realtà, ha scelto e sceglie di rappresentare la propria volontà di cambiamento operando in quelle strutture e situazioni che non prevedono la creazione di una struttura gerarchica. Perché ogni anarchico sa che cambiare le cose coi metodi dell’azione e della partecipazione diretta è difficile, ma sa anche che farlo con gli strumenti della delega e della gerarchia è addirittura impossibile. Eppure a dimostrazione della eccentricità del pensiero e dell’azione degli anarchici, proprio quello per cui siamo maggiormente caratterizzati, ovvero il nostro astensionismo, viene periodicamente rivisto e rimesso in discussione. Quasi che in noi ci fosse il bisogno di ridefinire costantemente la nostra identità, o perlomeno quella che è più immediatamente percepibile come tale.
A ridosso di ogni scadenza elettorale – che ci viene sempre rappresentata come particolarmente importante e decisiva per il futuro del paese – si riaffaccia quel senso di colpa che nasce da decenni di accuse di qualunquismo mosse all’astensionismo anarchico. E puntualmente anche l’anarchico più “puro e duro” si reinterroga sulla opportunità politica, sulla coerenza etica, sulla scelta strategica del suo astensionismo.
Penso che l’anarchico viva in modo contraddittorio il proprio rifiuto della partecipazione alla politica, perché duplice e contraddittorio è il significato stesso di pratica politica, da una parte intesa come gestione del potere, e quindi affermazione dell’autorità, e dell’altra vissuta come partecipazione diretta e consapevole alla vita sociale e collettiva. Questa visione dicotomizzata, che deriva dal nostro essere anche soggetti sociali e non solamente entità individuali, comporta una sensazione di assenza e invisibilità rispetto alla realtà, sensazione di fronte alla quale una delle risposte praticabili è il ripensamento autocritico e possibilista della scelta astensionista. La necessità elementare di vedere un risultato del nostro lavoro militante, che raramente si evidenzia attraverso gli strumenti dell’azione diretta e della partecipazione non delegata, ci induce in qualche caso a ritenere come scelta tatticamente valida e produttiva, come momento di visibilità politica, quella di delegare la nostra rappresentatività sociale e politica ad un altro soggetto: ottenendo con ciò un effetto esattamente contrario a quello che ci si propone nel momento in cui si decide di votare.
A questo punto bisognerebbe portare il discorso alle sue ultime conseguenze. Certi anarchici sono disposti a transigere sulla scelta strategica dell’astensionismo, per operare la scelta tattica della partecipazione al voto, però non sono disponibili (perché sarebbe troppo dirompente) a presentare una lista “anarchica”; quindi, se votano, la delega la affidano a liste che di anarchico e di libertario hanno ovviamente ben poco, per cui si annullano definitivamente come soggetti politici. Anche ammesso, infatti, che una lista abbia contenuti libertari, nel momento stesso in cui anche noi la sosteniamo finiamo per legittimarla, automaticamente, in quanto rappresentativa delle opzioni libertarie ed antiautoritarie. Con la conseguenza inevitabile di svuotare di potenzialità e visibilità l’anarchismo specifico: ossia di ottenere paradossalmente l’effetto opposto a quello che ci eravamo proposti. Credendo di renderci visibili, scompariamo definitivamente, essendo noi i primi affossatori dell’identità anarchica. L’alternativa, come dicevo, non potrebbe essere altro che la creazione di una lista anarchica, con tanto di capolista e “squadra” pronta a gestire il potere, con un comitato elettorale impegnato soltanto a procacciare voti, e infine, se saremo bravi, con uno o più eletti che verrebbero a rappresentarci in piena legittimità. Penso che neppure il compagno più problematico sull’astensionismo potrebbe arrivare ad ipotizzare tanto, per cui forse non vale neanche la pena di prendere in considerazione questa ipotesi…
Comprendo come la scelta astensionista, soprattutto in situazioni particolarmente drammatiche o presunte tali, non possa essere condivisa con leggerezza. Continuo però a pensare che una analisi a mente fredda condotta col senno di poi (ma la nostra lettura della realtà dovrebbe farci dire “col senno di prima”) non possa non farci restare ragionevolmente intransigenti rispetto alla scelta elettorale; e ho verificato, anche recentemente, che se è difficile in certi frangenti mantenere la necessaria lucidità è poi ancora più difficile riacquistarla in tempi brevi. Ne ho avuto l’ultimo esempio l’anno scorso, dopo il fatidico 27 marzo berlusconiano, quando i giovani anarchici imolesi, che pure avevano fatto campagna astensionista, si sono sentiti gettare addosso dai loro compagni di lavoro, in maggioranza pidiessini, la totale responsabilità della sconfitta della sinistra e della conseguente avanzata della destra. E ho visto il loro sconcerto e i loro ripensamenti di fronte a un’Italia che pareva riaprire le porte al fascismo, mentre nel dibattito politico era entrata la formula dello “scontro elettorale più importante del dopoguerra”. Ebbene, è stato sufficiente lasciar passare poco tempo, per rendersi conto che tutti quei responsabili elettori, paghi di aver fatto il loro dovere e di averci stigmatizzato per il nostro astensionismo, erano tornati alla partita, alla F1 e alle trasmissioni Fininvest; poi, dopo due mesi di scaramucce parlamentari e di tristi scontri di potere, la “drammaticità” si è completamente ridimensionata, riconfermando nei giovani compagni la consapevolezza di una scelta che si ripresentava loro la più partecipata e propositiva.
E questo alla luce dei fatti: in modo empirico e non dogmatico o schematico. Perché il nostro astensionismo nasce dalla sperimentazione e dalla osservazione diretta e attenta delle realtà e delle dinamiche politiche; nasce dalla comprensione che non è votando che si cambiano le cose o che si sconfigge la reazione, e che il nostro ruolo l’interpretiamo meglio e più efficacemente continuando a impegnarci senza delegare; perché la democrazia rappresentativa, anche la più perfetta e più compatibile coi contenuti libertari, deve comunque preservare tutte le strutture di potere e di controllo tipiche di ogni struttura gerarchica e coercitiva.
E allora, perché votare?

Massimo Ortalli (Imola)

Il voto: uno strumento
Secondo me le motivazioni dell’astensionismo anarchico sono state, e sono, di tre tipi.
In primo luogo, si tratta di una questione di princìpi. L’anarchismo è incompatibile con qualsivoglia modello politico fondato sulla rappresentanza; le stesse teorie del federalismo libertario sono in questo senso solo soluzione di ripiego, null’altro se non il riconoscimento che, se le dottrine anarchiche devono vivere nel mondo, dovranno accettare una qualche forma di compromesso con esso, accettando appunto – che so – le forme gestionarie della democrazia diretta e una limitatissima formula di rappresentanza (con delega rigida e ristretta). In questo prospettiva partecipare alle elezioni politiche e amministrative e ai referendum è un gesto incoerente. Tuttavia – e arrivo al punto – il voto assume tale senso di incoerenza solo se si configura come sanzione dell’esistente e se è inteso come espressione di una volontà specificamente politica. In altri termini, la partecipazione alle cerimonie e ai riti della democrazia rappresentativa d’Occidente diviene un problema per un anarchico solo se egli concede al voto una valenza etico-politica piena, se lo considera reale espressione di un progetto complessivo di vita e pensiero, se in esso esaurisce davvero speranze e programmi del mutamento. D’altro canto, se il voto viene considerato uno strumento come un altro per incidere sulle condizioni della vita quotidiana, o sul quadro generale delle configurazioni concettuali e linguistiche (sull’argomento tornerò più avanti), senza che ciò implichi, per il “votaiolo” in questione, consenso o assenso nei confronti delle strutture statali, governative, comunali, eccetera, esso non è in contraddizione con i presupposti dell’anarchismo. Voglio precisare che, a mio parere, questo non è solo l’atteggiamento degli anarchici che votano (me compreso, ovviamente), ma anche quello di larghe fasce della popolazione che probabilmente non vivono il problema nei medesimi termini, ma che adottano similari strategie di condotta. Ancora, questo è un giudizio che – contrariamente alla versione della vulgata – trova spesso conferma nei classici del pensiero anarchico. Lysander Spooner, per esempio, cercò di provare che la partecipazione alle elezioni non poteva in alcun modo configurarsi come una forma di sanzione e accettazione del sistema politico vigente.
Il caso è analogo a quello di un uomo che è stato costretto a combattere in battaglia: o uccide gli altri, o si fa uccidere egli stesso. Dal fatto che egli cerchi di uccidere gli avversari non bisogna quindi dedurre che abbia scelto di combattere quella battaglia.
Spooner non si lasciava abbagliare dalle mistificazioni della democrazia rappresentativa; non possiamo dire altrettanto per gli anarchici dei giorni nostri che concedono al voto un’aura di sacralità, caricandolo di senso, accordandogli assurdamente lo status di criterio decisivo del comportamento politico. Essi cadono in una sorta di duplice equivoco: da un lato accettano il medesimo presupposto degli alfieri della democrazia rappresentativa, mitizzando il gesto “voto” e diffondendone paradossalmente l’interpretazione in chiave di “valore”, dall’altro scadono in una vuota forma di moralismo, rinchiudendosi in una logica settaria e massimalista antitetica ai valori etici ed epistemici dell’anarchismo.
La seconda motivazione forte dell’astensionismo sta nella sua utilità tattica: la campagna contro il voto può divenire un adeguato strumento di mobilitazione pratica e intellettuale, atta all’incoraggiamento di sperimentazioni individuali e collettive alternative alla pratica statuale. In questa prospettiva il criterio decisivo mi sembra essere il giudizio funzionale. Tanto per riprendere il caso più emblematico, nella Spagna dei primi mesi del 1936 le diverse centinaia di migliaia degli iscritti alla CNT permettevano di considerare l’ipotesi astensionista come una premessa realistica per una rivoluzione sociale e politica di ampie proprozioni. E’ evidente che mentre ci avviciniamo all’alba del terzo millennio le prospettive sono differenti. Le ipotesi di mutamento epocale a partire dall’astensione sono affascinanti: tuttavia mi sembrano, nel contesto italiano, e più in generale nella cosiddetta società postindustriale, francamente irrealizzabili. In alcuni casi elaborazioni teoriche di questo genere sono addirittura controproducenti, quando sono costruite su improbabili “resistenze umane” che confondono lo spazio dell’utopia possibile – intesa come orizzonte di aspettative pratiche – con lo spazio dell’utopia immaginaria – luogo di realizzazione dell'”identità libertaria”, biecamente solipsistico, settario e, ancora, moralistico. Il terreno più adeguato per una campagna astensionistica di carattere tattico (volta cioè a incoraggiare esperimenti di autogestione, autoorganizzazione, comunitarismo, ecc.) mi pare essere la piccola comunità: i quartieri e i rioni dei centri urbani e i comuni di piccole dimensioni.
Giungo infine alla terza motivazione forte dell’astensionismo, la meno articolata dal punto di vista teorico e la più esasperante: quella moralistica. Il “voto” – rivestito della stessa aura sacrale che gli conferiscono i democratici – diventa in questa prospettiva un epidemico elemento contaminante: l’anarchico che partecipa alle elezioni “si sporca le mani”, scende a compromessi con il potere, rinuncia alla sua identità, ecc. ecc.. Di converso, i rigidi astensionisti credono di mantenere intatta la purezza dell’ideale, immaginando che il rifiuto del voto conferisca un’immunità epidemiologica: a fronte di alcuni che cercano di perseguire coerentemente una linea di condotta autonoma rispetto allo stato con una serie di esperimenti che sono “altro”, convinzioni decisamente astensioniste sono sbandierate da seri professionisti (al servizio magari di una qualche multinazionale) e da impiegati statali (professori universitari, insegnanti, et similia). Nelle manifestazioni più estreme, questo linguaggio dottrinario viene modellato da istanze religiose (quasi apocalittiche), moralizzatrici e nostalgiche. Si veda il seguente esempio di prosa “millenaristica”, tratto da un’editoriale astensionista pubblicato in “The Raven” nel 1991:
E’ certamente ovvio che nel ricco Occidente la sinistra – di ogni tendenza, compresi molti che si definiscono anarchici – è andata in bancarotta. Non è che l’ideologia sia sbagliata. Che si sia o no d’accordo con i loro obbiettivi, gli unici oggi vivi sono quelli del terzo mondo che sono disposti a rischiare tutto per ciò che vedono come un “mondo migliore”. L’Occidente è marcio sino al midollo, con la sua corruzione e la sua avidità per un numero sempre maggiore di cose materiali, di cui presto si stanca, incoraggiato dai pubblicitari.
Ogni commento è superfluo. E poiché non amo più di tanto le ambiguità, fornisco le mie giustificazioni personali per il voto mirato. In primo luogo, tutti – o quasi tutti – viviamo in un particolare contesto; non mi riferisco solo all’ambiente in senso stretto, ma alla “vivibilità” in generale; per i non masochisti, certi amministratori sono meglio di altri. In secondo luogo – e questo mi sembra più rilevante – non è difficile scorgere come la sperimentazione anarchica – e intendo qui riferirmi sia alla pratica sia alla teoria – fiorisca e si diffonda meglio in un contesto concettuale e linguistico che metta l’enfasi sui valori della libertà, dell’indipendenza, dell’autonomia e, di converso, che ponga ostacoli all’affermazione ulteriore dei princìpi della gerarchia, del dominio e della coercizione. Credo che in questi casi il voto non sia nulla più che uno strumento, privo di particolari afflati etici, per nulla indicativo di “impegni” di qualsiasi tipo: è legittimo considerarlo tale, almeno per quelli che non sono disposti a subirne gli “incanti” ideologici. Chiudo con una saggia considerazione di Errico Malatesta, rigido astensionista di un’altra epoca:
[Qualcuno] preferirebbe che in tutte le occasioni si rispondesse col gesto eroico… e io lo ammiro. Disgraziatamente non siamo tutti eroi, ma non per questo dobbiamo farci più pecore di quel che siamo e volontariamente rendere le leggi anche più oppressive di quello che sono.

Pietro Adamo (Milano)

Il mito seducente della politica
Il suffragio elettorale universale – in Italia in vigore dal 1946 quando per la prima volta hanno votato le donne – è la traduzione sul piano istituzionale del diritto simbolico per il quale ognuno è capace di decidere, attraverso persone appositamente delegate, ciò che concerne la cosa pubblica, secondo determinati criteri democratici dei quali il principio di maggioranza (che vincola la minoranza pur riconosciuta e tutelata) è uno dei più rilevanti.
La partecipazione alla decisionalità collettiva è mediata e incarnata da un ceto politico eletto nelle tornate elettorali; il “concorso” di ingresso e di piena appartenenza a tale ceto è l’elezione.
In altri termini, è sempre opportuno contestualizzare la funzione dell’elezione nelle norme concrete che la attivano. Tali norme, al di là della conquista simbolica, oggi legittimano la partecipazione a un concorso… altrui. Chi vota elegge un ceto politico, attraverso il dispositivo costituzionale del divieto imperativo che sgancia l’eletto dell’essere mero portavoce degli interessi di coloro che lo hanno, appunto, eletto; si viene a realizzare, in tale modo, una trasformazione da portavoce di interessi privati a decisore politico, cioé portatore di interessi collettivi, diretto interprete del bene pubblico.
Se questa è, innegabilmente, la funzione del voto nelle elezioni politiche e amministrative, la differenza cruciale non sta tanto nel livello (nazionale o locale), quanto nell’omologia continua di una funzione simbolica identica attraverso i vari livelli.
Qua si deve innestare, a mio avviso, una discussione anarchica sull’atteggiamento da assumere in simili circostanze. E allora. Da quando la legge me ne ha dato l’opportunità (requisito della maggiore età: 18 anni, un tempo 21, escludendo dal godimento dei diritti politici minorenni già coscienti, per non dire non cittadini pure residenti), non ho mai votato, neanche per i decreti delegati a scuola. Invece, e curiosamente, in qualità (si fa per dire…) di componente la Federazione Anarchica, ho votato più volte nei suoi congressi.
Scoviamo dove sta, se esiste, la apparente contraddizione.
Riguardo alle elezioni, vista la funzione del voto, non mi pento di non avere mai partecipato a un rito congressuale che non mi riguarda. Tra i vari compromessi con le istituzioni statuali che quotidianamente subisco e accetto, sono felice di sottrarmi alla riverenza elettorale. Anzi, mi dispiace di non poter essere capace di sottrarmi sempre più alle prese simboliche dello stato nei miei confronti.
Questa è una tipica posizione di singolarità anarchica. E l’astensione pacifica, la coerenza (rara) tra idee e pratica quotidiana. Presupposto necessario, quindi, ma insufficiente. Me ne rendo conto. Anche perché non sono un fanatico della singolarità anarchica, e mi preoccupo anche dei processi sociali, sulla cui rottura è auspicabile una confluenza sincronica di pratiche ed esperienze libertarie.
Apriamo una parentesi sul referendum. La partecipazione decisionale in via mediata (elezioni) o diretta (referendum) deve essere anch’essa contestualizzata. Altrimenti si corre il rischio di assumere per reale una patina ideologica secondo la quale il referendum è pratica decisionale diretta in cui tutti sono chiamati (e questa temporalità passiva la dice lunga sulla potenza attiva di indire referendum) a decidere l’abrogazione di una norma. Quest’ultima contestualizzazione normativa precisa il nome altrimenti vuoto: i referendum sono per legge abrogativi, delegando sempre al Parlamento l’elaborazione e la decisione di ciò che, eventualmente, riempirà il vuoto creato da un dato esito referendario.
Dal punto di vista della critica alla delega istituzionale, quindi, una singolarità anarchica si sottrae a partecipare a un ennesimo rito monco che segna la vitalità del dominio delle istituzioni statuali sulle coscienze e sulle pratiche quotidiane individuali e collettive. Partecipare al voto significa legittimare il dominio garantendogli la presa su corpi e menti docili e disciplinate, anche nel dissenso. Tra i vari strumenti di rifiuto e di lotta, la sottrazione a tale presa è atto necessario ma insufficiente. Oggi poi si aggiungerebbe il salto qualitativo della manipolabilità dell’opinione pubblica attraverso i processi massmediatici e che incitano plebisciti per scardinare equilibri interni alle faide tra partiti e formazioni di sovranità, che ricorrono strumentalmente al voto (elettorale e referendario) per farsi legittimare unici governanti. Dai governati. Chiusa parentesi.
Perché astenersi è necessario ma insufficiente? Perché votare nei congressi anarchici non è contraddittorio? Perché l’abito non fa il monaco, e un medesimo termine assume valenze simboliche e concrete diverse secondo le regole contestuali che animano il termine in questione.
Il voto nei congressi anarchici è orientativo, esprime statisticamente tendenze, indica aree di consenso e dissenso su temi specifici, senza avere funzioni vincolanti se non per la propria coscienza. In altri termini, a differenza del voto contestualizzato nelle regole del gioco democratico, la minoranza numerica non è obbligata a sottostare e a uniformarsi ai voleri della maggioranza. Anzi è invitata a esprimere le proprie posizioni al pari (qualitativo) della maggioranza (quantitativa). Vale a dire, si rompe il legame perverso del numero che diventa criterio di legislazione, del numero vincente che automaticamente implica la posizione giusta e vera. Questo è, invece, quanto accade in una competizione elettorale.
Indubbiamente, il voto in un congresso anarchico indica una funzione simbolica di appartenenza (in termini teorici, titolarità); ultimamente, però, nei congressi della FAI, hanno votato con pari titolarità aderenti e partecipanti alle sessioni, almeno per quanto riguarda temi relativi a posizioni politiche, e non semplicemente organizzative.
Sono dell’opinione che quei compagni i quali, nonostante tutto, votano in elezioni e referendum, si comportino così perché ritengono che l’insufficienza dell’astensione faccia perno sulla necessità di ordine, diciamo, etico. Come ho cercato di argomentare, la mia pratica astensionista nasce da una tensione tra volontà di rottura e lettura critica del reale. Non saprei dire se obbedisce a principi ideologici o a criteri strategici o tattici. Obbedisce senza dubbio alla mia necessità di sottrarmi, per quanto possibile, alla catena degli ingranaggi simbolici e materiali che fanno di me un frammento e un vettore di statualità.
Certamente da solo non inceppo granché. Da qui l’insufficienza di una pratica astensionista singolare. Ma anche se estesa, la disaffezione di massa alle urne potrebbe rivelare contraccolpi simbolici (è per questo che tutti gli interessati al concorso sollecitano di votare comunque), ma non politicamente incisivi, in fin dei conti, la società statunitense nel suo complesso diserta al cinquanta per cento le elezioni presidenziali senza bloccare il meccanismo elettivo (anche perché là occorre pagare per iscriversi nei registri elettorali, mentre in Italia ogni cittadino diciottenne che non abbia condanne che lo privino dei diritti politici è iscritto automaticamente).
Per incidere sui processi politici collettivi, la pratica astensionista non basta. Su questo c’è consenso. Solo che alcuni compagni saltano a pié pari la critica per riposizionarsi nel campo della politica istituzionale (essere elettori significa confermare il buon andamento dei processi istituzionali). In altri termini, i limiti della politica anarchica (o degli anarchici, se volete), la voglia di contare, di essere presenti in maniera attiva e incisiva, di essere visibili al di là dei contatti personali, giustifica un appiattimento (regressivo) sulla dimensione competitiva e concorrenziale della sfera politico-istituzionale nel concorso per eleggere un ceto politico (di cui non dovremmo/vorremmo far parte)? E inoltre: c’è differenza quantitativa tra dimensione nazionale a dimensione locale?
Credo di avere argomentato in senso negativo, perché uguale è la logica di funzionamento simbolico (il collante delle istituzioni ha bisogno di verifiche della sua tenuta periodicamente, e i riti elettorali servono anche a questo. Basti considerare il crollo della legittimità del governo della ex Germania Orientale: lì i tedeschi hanno votato… con i piedi, sottraendosi alla presa dei governanti orientali per rifugiarsi sotto le ali protettive del marco, quello vero, federale).
Infine, i compagni che scelgono non di elaborare in positivo una conflittualità politica anarchica, o almeno una strategia incisiva di presenza anarchica e libertaria extra-istituzionale, bensì di votare, cadono vittime, a mio modo di vedere, del mito seducente e illusorio della politica. Vale a dire che la decisionalità avente effetti vincolanti per la comunità presa in considerazione, cioè la società, sia situata nella dinamica elettorale. Ora, da più parti viene rilevato il segnale di una simulazione politica che perpetua un simulacro: ormai il processo politico non designa più la decisionalità politica, che trova invece il proprio spazio in ambiti sovranazionali, in vincoli e compatibilità di sistema che sovrasta questo o quel ceto politico di governo. Chi vince, vince per i propri privilegi, ed è sempre costretto ad attuare politiche dettate in separata sede (l’anonimato delle compatibilità capitaliste a livello planetario si svela in strategie uniformi sotto qualsiasi latitudine, con piccole varianti stilistiche di contorno).
In ultima analisi, il dominio planetario lascia una politica implosa a livello locale. Ridursi ad appassionarsi ad essa, o addirittura a prender parte ad essa, in prima persona, significa smarrire il filo della verificabilità dei processi di dominazione cui occorre replicare sottraendosi ad essi, interrompendone i circuiti, progettando alternative esteriori alle logiche di formazione e funzionamento.
Il che significa elaborare in proprio una politica anarchica del presente (se mai è possibile). Si ritorna al nodo cruciale di questo secolo. Sarebbe opportuno concentrarsi su di esso, e non di scioglierlo irriflessivamente secondo una facile scorciatoia che non affronta affatto i dilemmi, le aporie, le insufficienze del nostro pensare, per internalizzare invece pratiche e logiche estranee alla tensione d’autogoverno anarchico.

Salvo Vaccaro (Palermo)

Nel DNA dell’anarchia
Trovarsi di fronte a una pagina bianca è sempre un dramma. So che per iniziare un articolo è un escamotage piuttosto banale, ma tant’è. Spiegare perché io sia contrario all’idea di votare è altrettanto difficile. Ci proverò raccontando un percorso, che poi sarebbe il mio.
Sono partito alla metà degli anni ottanta, aderendo al movimento anarchico più che altro per una mia insofferenza a qualsiasi forma di autorità costituita. Una presa di posizione dettata in sostanza più da un primordiale istinto da lupi fuori dal branco che non invece da una formazione teorica che del resto tuttora non ho.
Allora ero uno studente giovane e pieno degli entusiasmi che si hanno a quell’età. Credevo che la rivoluzione fosse dietro l’angolo e che bastasse parlarne per evocarla. Dovetti ricredermi naturalmente in tutta fretta. Sbattei insomma il muso contro la realtà, che nel mio caso era ed è quella di un piccolissimo borghese in procinto di essere arruolato nell’esercito del sottoproletariato. Fu così che piano piano in me si produsse uno strano cambiamento. Temetti di non riuscire, da anarchico del movimento , ad incidere sulla realtà. Ad indurmi in errore fu un ragionamento solo in parte errato. Credetti che il movimento anarchico avesse cessato di esistere solo perché i massmedia non ne parlavano più.
Da buon giornalista quale ero, e in parte sono ancora, lessi la considerazione di Mac Luhan secondo cui un evento non esiste se non ne parla la TV, come qualcosa di assolutamente ineluttabile. Mi arresi insomma ad un’apparenza che per me si era trasformata in una inalterabile realtà. Fu così che pian piano mi trovai a transitare nella cosiddetta sinistra istituzionale. E così cominciai a votare. Non solo, ma non contento di essermi sporcato i piedi, mi inzaccherai le mani. Mi iscrissi ad un partito, il PDS. Lo feci in una federazione fuori Milano, a San Donato Milanese, convinto che in una situazione più piccola si riuscisse ad incidere meglio sulla realtà.
In quello stesso periodo, siamo all’inizio degli anni novanta, cominciai anche a frequentare il mondo dell’associazionismo di sinistra. Aderii a tanti di quei coordinamenti che ancora oggi non so dove trovassi il tempo di dire di sì a tante cose contemporaneamente. Accadde poi un altro fenomeno curioso. Diventai Santoro dipendente. Cominciavo insomma ad indignarmi a comando, quando la nostra madre telecadodica esigeva. Scesi persino in piazza per festeggiare la vittoria del primo referendum Segni.
Fu un colossale fiasco. Fu allora che cominciai a sbandare. E mentre sbandavo riflettevo. Con molta lentezza del resto, in quanto, pur su posizioni più critiche, ingoiai tutto intero il rospo dalla Chiesa ed anche il Babau Berlusconi mi convinse a mettere la fatidica crocetta sul simbolo di un partito. Soltanto da qualche mese mi sono accorto di avere inanellato una serie notevole di errori, e come una pecorella piuttosto contrita sono tornato sulle mie posizioni di dieci anni fa.
Sarò avaro di conclusioni. Di verità in saccoccia ne ho pochina. Penso però che l’astensionismo sia inscritto nel DNA stesso dell’anarchia. E che vi siano pochi margini di manovra. D’altronde è la storia stessa ad insegnarcelo. L’idea di formare delle liste a livello locale può piacermi solo se si tratta di una provocazione. Non mi pare percorribile invece a livello politico. Per la mia esperienza anche nelle cosiddette liste civiche si vengono a determinare quei meccanismi gerarchici di tipo verticale che troviamo nei partiti. Questo serve al massimo a trovar poltrone. Oltretutto il farlo richiederebbe un ulteriore nostro riconoscimento della forma stato. E scusate ma io non ci sto. Lo stato mi chiede già troppe legittimazioni nella vita quotidiana. Lo stesso discorso vale anche per gli oramai svalutatissimi referendum. Agire diversamente significherebbe darsi delle sonore martellate là dove non batte il sole. E credete a me. Sono martellate che fanno male.
Grazie per lo spazio.

Marco Cilloni (Milano)

Elezioni, città, territorio
Sgomberiamo subito il campo da eventuali dubbi, da oltre dieci anni sono un militante anarchico, ho condiviso e condivido tante battaglie del nostro movimento, da sempre mi sono battuto per il rinnovamento e l’attualizzazione delle nostre idee, dei nostri princìpi e della nostra metodologia d’intervento.
Circa due anni fa ho contribuito assieme ad altre persone provenienti dalle più disparate esperienze politiche (dal cattolicesimo di base all’estrema sinistra) a formare un movimento cittadino basato sui princìpi della democrazia diretta e della partecipazione, che ha come scopo quello di cambiare in modo radicale il modo di intendere gli aspetti più importanti della nostra vita comunitaria (dalla politica alla cultura, dal tempo libero all’economia…).
Tra i metodi usati da questo movimento oltre alle assemblee cittadine, alle consulte, ecc…. c’era anche quello di partecipare alle elezioni municipali.
Questa nuova proposta politica viene premiata dalla gente e sorprendentemente vince le elezioni municipali.
Non voglio addentrarmi nella descrizione di questa esperienza, ce ne sarà occasione sicuramente in seguito.
In queste poche righe voglio solo porre in evidenza alcune riflessioni frutto dall’esperienza fattami prima come promotore di un movimento cittadino e poi come assessore comunale.
Costruire una cultura alla partecipazione e all’autodeterminazione dei popoli dopo una secolare e stagnante cultura alla delega è sicuramente cosa difficile ma non impossibile, convincere e coinvolgere le persone in un progetto che modifica totalmente la loro concezione della vita, un progetto basato non più sulla logica del voto, del clientelismo e così continuando ma sulla partecipazione diretta alla cosa pubblica ed essere in grado di intervenire sempre ed in qualsiasi momento.
Ritengo che un progetto politico serio per il nostro movimento non può non partire dalle città e dal suo territorio.
Dare vita quindi a dei PROGETTI INTERMEDI TERRITORIALI, che abbracciano nella sua totalità tutte le problematiche legate alla vita comunitaria è di fondamentale importanza per lo sviluppo del nostro movimento negli anni futuri.
Questo, a mio avviso, porterà molti compagni a modificare radicalmente la strategia d’approccio alla questione, anche da un punto di vista elettorale.
L’astensionismo che ha caratterizzato da sempre il movimento anarchico mantiene tutta la sua validità rivoluzionaria per quanto riguarda la sua applicazione a livello nazionale (le politiche per esempio) o internazionale, ritengo, alla luce di alcuni esperimenti locali, che se il movimento anarchico riuscirà ad elaborare una strategia valida e globale in riferimento alle esigenze di una comunità o più comunità dello stesso territorio, può provare a sperimentare concretamente, momenti di democrazia diretta, cogestione collettiva della cosa pubblica, partecipazione diretta dei cittadini all’attività amministrativa con assemblee cittadine, consulte ed altro ancora…
Dare vita e corpo ad una metodologia libertaria da sempre teorizzata e quasi mai applicata.
Promuovere, quindi, dei Progetti Territoriali Intermedi significa innanzi tutto sperimentare nuove strade e nuove strategie, compreso quella di partecipare ad elezioni municipali o territoriali (provinciali).
Sia con liste proprie che in liste o movimenti più ampi ma con molte affinità al nostro progetto, sta poi a noi far valere tutto il nostro patrimonio storico politico e culturale, e trasformare la città e il suo territorio come un laboratorio d’utopie. Così come dovremmo sperimentare delle battaglie referendarie di importanza notevole sui più svariati temi: diritti civili, libertà, lavoro, economia, ambiente…Strumento che si coniuga perfettamente e completa la nostra presenza politica localistica (città e provincia) dandogli una risonanza nazionale. Riconosco che quanto scritto sopra, in malo modo ed alquanto scoordinato farà gridare molti compagni allo scandalo, ma ritengo che per uscire dall’empasse in cui si trova il movimento anarchico ormai da molti anni, troppi direi, qualcosa nella sua strategia non ha funzionato, vanno cercate sicuramente altre strade, altre possibilità è un nostro dovere morale etico e politico.
Quanto detto sopra non ha nessuna presunzione, se non quello di promuovere anche in questa direzione un dibattito ed una riflessione che ci aiuti a capire di più un po’ tutti. ( Aldo la Ganga, Nicosia)

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