Niente e nessuno ha l’esclusiva del termine “anarchia”. Chomsky e Tom Lane

Documento originale Noam Chomsky on Anarchism

Traduzione di Manuela Palermi

23 Dicembre 1966 ZNet

Otto domande sull’anarchia Intervista di Tom Lane

Noam Chomsky

Introduzione

Negli ultimi trent’anni Chomsky ha scritto sull’anarchia una notevole quantità di articoli, eppure la gente non si stanca di fargli domande, vorrebbe da lui un quadro d’assieme, dettagliato e concreto, dei cambiamenti sociali.

Le analisi politiche di Chomsky suscitano un senso di offesa e di rabbia per come funziona il

mondo, ma quello che molti lettori vorrebbero capire da lui è cosa fare per cambiarlo. Forse perché, ammirandone moltissimo il lavoro analitico, vorrebbero che indicasse, con la stessa precisione e chiarezza, gli obiettivi e le strategie, e così restano un po’ delusi quando Chomsky si limita ad affermazioni di carattere generale sui valori del socialismo libertario. O forse perché cercano in un grande intellettuale qualcuno che sia in grado di progettare una sorta di “piano maestro”, da poter seguire passo dopo passo, che consenta il raggiungimento di un brillante e splendente futuro. Chomsky però si tiene lontano da certi pronunciamenti. Dice che è difficile indicare in quale specifica forma dovrebbe organizzarsi una società più giusta, che è difficile indicare le alternative ideali al sistema attuale. Sostiene che solo l’esperienza può aiutarci a dare una risposta a queste domande, che quello che deve guidarci nel nostro cammino sono i principi generali sui quali devono basarsi le società future, al di là delle forme specifiche che saranno adottate. I principi generale cui allude Chomsky sono quelli che ci consegnano le tendenze storiche del pensiero e dell’azione conosciute come anarchia.

Secondo Chomsky si può dire poco, a livello generale, sull’anarchia. “Non ho mai affrontato questioni di carattere risolutivo, né mi sono mai provato a scrivere cose esaustive sull’anarchia. In realtà non c’è nessuno che l’abbia fatto, almeno per quanto ne so”, mi scrisse in risposta ad una serie di domande che gli avevo inviato. Chomsky ha scritto su molte cose, per esempio nel recente Powers and Prospects, ma insiste che sulle questioni generali non c’è molto da dire. “L’interesse vero è nelle attuazioni concrete ­ afferma ­ e queste si realizzeranno a tempo e luogo”.

“In America latina ­ dice Chomsky ­ ho discusso molto di questi problemi e, cosa ancora più importante, ho appreso molto, soprattutto grazie alle persone che si stanno misurando con l’attuazione prati ca di una serie di problemi, e molto stesso questa attuazione pratica ha in sé un’idea anarchica. Ho anche avuto l’opportunità di incontrare gruppi anarchici molto vivaci ed interessanti: da Buenos Aires a Belem all’ingresso dell’Amazzonia (per alcuni versi i più moderni che io abbia conosciuto, è impressionante dove si incontrino). Con loro si discuteva di questioni molto mirate e specifiche, a differenza ­ felicemente, penso ­ di quel che succede qui”. Chomsky ha risposto alle mie domande in modo chiaro e conciso. Ho ritenuto opportuno riportare, in forma di breve introduzione, alcune sue riflessioni sull’anarchia, sperando che possano indurre il lettore a cercare altri scritti sul tema e, più importante ancora, a capire ed a sviluppare i concetti dell’anarchia lavorando per una società più libera e democratica.

Tom Lane

Niente e nessuno ha l’esclusiva del termine “anarchia”. È un termine che viene usato da correnti di pensiero e di azione molto diverse tra loro. Esistono molti anarchici cosiddetti “a modo loro” i quali ritengono, spesso argomentando con grande passione, che la loro sia l’unica interpretazione autentica e che le altre non meritano neanche di essere considerate (in alcuni casi le giudicano addirittura criminali). Uno sguardo alla letteratura anarchica contemporanea, particolarmente a quella dell’Est e dei “circoli intellettuali” (forse a loro non piace che li si chiami così), dimostrerà che in molti casi si tratta di una denuncia del deviazionismo di altri, la stessa cosa che accade con il settarismo della letteratura marxista-leninista. Ma la quantità di questo materiale, che non ha nulla di costruttivo, è deprimentemente alta.

Personalmente, non ho alcuna certezza su quale sia la “strada giusta”, e non mi impressiona la sicurezza con cui invece si pronunciano altri, compresi alcuni buoni amici. Penso che la facilità e la capacità che hanno di parlare con tanta sicurezza, non ci porti molto lontano. Possiamo tentare di formulare le nostre previsioni, i nostri obiettivi, i nostri ideali a lunga scadenza; e possiamo (e dobbiamo) impegnarci a lavorare su problemi che abbiano un significato umano. Ma la distanza tra questi due atteggiamenti è davvero considerevole, e non vedo allo stato una strada che li metta assieme, se non ad un livello molto generale e vago. Questa mia puntualizzazione (forse sbagliata, forse no) sarà evidente nelle risposte (molto brevi) che darò alle tue domande.

Noam Chomsky

Otto domande sull’anarchia

1. Quali sono le radici intellettuali del pensiero anarchico e quali i movimenti che nella storia lo hanno sviluppato ed alimentato?

Le correnti di pensiero anarchico che mi interessano (ce ne sono molte) hanno le loro radici nell’Illuminismo e nel liberalismo classico. Ci sono cose interessanti anche nella rivoluzione scientifica del 17° secolo, compresi quegli aspetti che vengono considerati reazionari, come il razionalismo cartesiano. C’è una letteratura su questo (per esempio dello storico delle idee, Harry Bracken; ci ho scritto alcune cose su). Non voglio qui riassumere, voglio solo dire che tendo ad essere d’accordo con Rudolf Rocker, un attivista ed un importante scrittore anarcosindacalista, il quale sosteneva che le idee del liberalismo classico sono cadute sotto le rovine del capitalismo industriale e non si sono più riprese (mi sto riferendo al Rocker degli anni Trenta; decenni più tardi la pensava differentemente). Le idee vengono continuamente reinventate; a mio avviso perché riflettono percezioni ed esigenze umane reali. La Guerra Civile Spagnola è forse l’esempio più importante; dobbiamo però sottolineare che la rivoluzione anarchica che avvenne in buona parte della Spagna, nel 1936, e che assunse varie forme, non fu repentina e spontanea, ma preparata in decenni e decenni di lavoro, di organizzazione, di lotte, di sconfitte e, a volte, di vittorie. Fu molto significativa. Abbastanza per suscitare l’ira di tutti i grandi sistemi di potere: lo stalinismo, il fascismo, il liberalismo occidentale, la maggioranza delle correnti intellettuali e le loro istituzioni dottrinali ­ tutte insieme a condannare e distruggere la rivoluziona anarchica. Un segno della sua importanza, a mio avviso.

2. I critici lamentano che l’anarchia è “utopica, destrutturata”. A questo tu rispondi che ogni stadio della storia ha le sue specifiche forme di autorità e di oppressione e che contro queste occorre lottare; e allora non può essere utilizzata nessuna dottrina predeterminata. Qual è secondo te la forma di anarchia giusta per la nostra epoca?

Sono d’accordo che l’anarchia è utopistica e destrutturata, ma considero più severamente, perché senza sostanza, le dottrine neoliberiste, quelle marxiste-leniniste e tutte le ideologie che negli anni, per ragioni del tutte ovvie, sono ricorse o si sono avvalse del Potere assoluto e della compiacenza degli intellettuali. La ragione della destrutturazione e delle lacune generali (spesso descritte con parole roboanti dagli intellettuali) è che non sappiamo molto dei sistemi complessi e delle società umane; abbiamo solo intuizioni, peraltro di valore limitato, su come potrebbero essere ricostruite e modellate le società future.

L’anarchia, a mio modo di vedere, esprime l’idea che la “prova di validità” debba ricadere sempre su quelli che argomentano che il dominio e l’autorità sono necessari. Debbono dimostrare, con argomenti reali, solidi e consistenti, che la loro affermazione è corretta. Se non possono farlo, allora vuol dire che le istituzioni che difendono debbono essere considerate illegittime. Dipende poi dalle circostanze e dalle condizioni la reazione all’autorità illegittima: non ci sono formule.

Nella nostra epoca i temi di discussione attraver sano uno spettro molto ampio: dalle relazioni personali, in famiglia ed altrove, fino all’ordine politico-economico internazionale. E le idee anarchiche ­ sfidare l’autorità e provocarla perché sia costretta a giustificare se stessa in quanto tale ­ valgono per tutti i livelli.

3. Quale concezione della natura umana ha l’anarchia? La gente sarà meno incentivata a lavorare in una società dove tutti avranno gli stessi diritti? L’assenza di governo non farà sì che il più forte domini i deboli? Il processo decisionale democratico non risulterà troppo conflittuale, portando all’indecisione ed al “governo della plebe” (la regola della moltitudine)?

Io credo che il termine “anarchia” sia basato sulla speranza (vista la nostra ignoranza è difficile andare più in là) che nella natura umana ci siano elementi di fondo quali i sentimenti di solidarietà, di mutuo soccorso, di simpatia, di sostegno per gli altri.

Lavorerà meno la gente in una società con uguaglianza di diritti? Si, fin tanto che sarà costretta al lavoro per sopravvivere; o per averne una ricompensa materiale, un tipo di patologia simile a quella che porta alcuni a provare piacere nel torturare altri. No, se diamo ragione alla dottrina liberale classica, la quale dice che l’impulso a lasciarsi coinvolgere da un lavoro creativo fa parte dell’essenza stessa della natura umana ­ qualcosa che accade sempre, dalla fanciullezza fino alla vecchiaia, quando le circostanze contano (sembrerebbe sospetta quest’affermazione, visto che viene da dottrine che sono al servizio del potere e dell’autorità, ma in questo caso parrebbe valida).

L’assenza di governo permetterà al più forte di dominare il più debole? Non lo sappiamo. Se così fosse, allora dovranno essere costruite forme di organizzazione sociale ­ ci sono varie possibilità ­ che evitino un tale crimine. Quali saranno le conseguenze della presa diretta e democratica delle decisioni? È un’incognita. Le risposte le avremo sul campo. Proveremo e verificheremo.

4. L’anarchia a volte viene chiamata socialismo libertario. In cosa differisce da altre ideologie che vengono pure associate al socialismo, ad esempio il leninismo?

La dottrina leninista sostiene che il partito di avanguardia debba assumere il potere dello Stato per portare al popolo lo sviluppo economico e, in virtù di chissà quale incomprensibile miracolo, la libertà e la giustizia. È un’ideologia che chiama naturalmente in causa gran parte dell’”intellighenzia radicale”, alla quale fornisce una giustificazione per il ruolo che svolge nell’amministrazione statale. Io non riesco a trovare alcuna ragione ­ né logica né storica ­ per prenderla sul serio. Il socialismo libertario (che comprende una parte sostanziale del marxismo) la considera con grandissimo disprezzo. A ragione.

5. Molti “anarco-capitalisti” dicono che anarchia significa libertà di fare quel che vuoi con la tua proprietà, libertà assoluta nello stipulare i contratti con altri. Dal tuo punto di vista, il capitalismo non è in alcun modo compatibile con l’anarchia?

A mio avviso l’anarco-capitalismo è un sistema dottrinale che, se dovesse realizzarsi, istaurerebbe forme di tirannia e di oppressione che nella storia umana non hanno eguali. Non c’è la minima possibilità che queste idee (a mio avviso, orrende) si realizzino, perché qualsiasi società che facesse l’errore colossale di prenderle in considerazione ne sarebbe rapidamente distrutta. L’idea del “libero contratto” tra potentati economici da una parte ed i lavoratori che hanno fame dall’altra, è una beffa crudele. Quel che può forse capitare è che si mettano ad esaminare queste idee (ripeto, assurde) in un seminario accademico, sicuramente in nessun altro luogo.

Debbo comunque confessare che, per molti aspetti, mi trovo d’accordo con persone che si considerano anarco-capitaliste; e per molti anni ho potuto scrivere solo sui loro giornali. Ed inoltre ammiro il loro modo razionale di affrontare le cose ­ fatto raro ­ anche se non penso che si rendano conto delle conseguenze e dei limiti morali delle dottrine che difendono.

6. Come si attuano i principi anarchici nell’educazione? Il titolo di studio, i compiti, gli esami, sono cosa buona? Quale tipo di società è più valida per il libero pensiero e la crescita intellettuale?

Quello che penso, in questo caso basato in parte sulla mia esperienza personale, è che un’educazione decente deve fornire ad una persona un filo conduttore che le permetta di trovare la sua strada; insegnare bene è dare acqua ad una pianta perché cresca, non limitarsi a riempire con quell’acqua il vaso (mi riferisco alle idee poco originali che girano al giorno d’oggi, parafrasate da scritti dell’Illuminismo e del liberalismo classico). Questi sono i principi generali, quelli che considero validi. Occorre poi valutare l’applicazione dei principi alle specifiche circostanze, caso per caso, con l’umiltà e la consapevolezza di quanto poco realmente comprendiamo.

7. Descrivimi, se puoi, come dovrebbe funzionare, nella quotidianità, una società anarchica ideale. Che tipo di istituzioni economiche e politiche dovrebbero esistere e come dovrebbero funzionare? Esisterebbe il denaro? Compreremmo nei negozi? Saremmo padroni delle nostre case? Ci sarebbero leggi? Come sarebbe prevenuto il crimine?

Non mi sogno neanche di risponderti. Queste sono questioni che vanno approfondite attraverso la lotta e l’esperienza.

8. Quali prospettive di realizzazione ha l’anarchia nella nostra società? Che condotta dovremmo tenere?

Le prospettive per la libertà e la giustizia sono illimitate. La condotta da tenere dipende da quel che si vuole ottenere e da cosa si vuole realizzare. Non ci sono, almeno non posso averle io, risposte esaurienti. La domanda è mal posta. Mi sto ricordando di un bello slogan del movimento dei lavoratori della terra in Brasile (da dove sono appena tornato): dicevano che dovevano allargare la superficie della cella fino al punto da poter rompere le inferriate, ma che a volte occorreva persino difendere la gabbia da altri predatori, anche peggiori, che erano fuori: per capirci, difesa del potere illegittimo statale contro la tirannia predatoria privata degli Stati Uniti, un punto che dovrebbe essere ovvio per qualsiasi persona impegnata per la libertà e la giustizia ­ qualsiasi persona, per esempio, convinta che i bambini debbano avere cibo per mangiare ­ e che invece sembra difficile da concepire per molta gente che si considera libertaria ed anarchica. È uno degli impulsi autodistruttivi ed irrazionali della gente che si considera parte della sinistra ma che si tiene lontana dalle condizioni concrete e dalle legittime aspirazioni di coloro che soffrono. Bene, così sembra a me. Sarei felice di discutere ancora questi punti e di ascoltare argomenti contrari, ma solo in un contesto che ci permetta di andare oltre gli slogan ­ cosa che, temo, esclude una buona parte di quel che succede nel dibattito della sinistra, al di là dei tanti piagnistei.

In una lettera a Tom Lane, Chomsky riflette su una società futura.

Rispetto ad una società futura, c’è qualcosa con la quale concordo completamente fin da quando ero un ragazzo. Ricordo che, attorno al 1940, lessi un interessante libro di Diego Abad de Santillan, After the Revolution, dove, criticando i suoi compagni anarchici, tratteggiava in dettaglio il possibile funzionamento di una Spagna anarcosindacalista (si tratta di ricordi di più di cinquanta anni fa, non mi prendere alla lettera). Il mio sentimento allora fu: comprendiamo sufficientemente per rispondere in maniera così dettagliata alle domande della società? Durante gli anni naturalmente ho appreso di più, ma questo ha reso solo più profondo il mio scetticismo su quel che sappiamo e su quel che comprendiamo. In anni recenti ne ho discusso parecchio con Mike Albert, il quale mi incoraggiava ad entrare più in dettaglio sul funzionamento della società o, almeno, a discutere della sua concezione di “democrazia partecipativa”. Non l’ho fatto in entrambi i casi per la stessa ragione. Sono convinto che le risposte può darle solo l’esperienza. Prendi i mercati (se questi possono funzionare in una società vivibile ­ limitati, ovviamente, se il ricordo storico ci fa da guida, per non parlare della logica). Capisco bene qual è il loro male, ma questo non è sufficiente a dimostrare che un sistema che elimini le operazioni di mercato sia preferibile; si tratta semplicemente di un presupposto logico, ma non sappiamo la risposta. E lo stesso vale per tutto il resto.

Noam Chomsky

Documento originale Noam Chomsky on Anarchism Traduzione di Manuela Palermi

Estratto da: Noam Chomsky. Anarchia e Libertà. Datanews. 2003, Roma.

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