Solidarietà ai minorenni No Tav indagati

La procura di Torino lunedì 27 gennaio farà partire gli interrogatori ai
minori indagati per l’iniziativa _SVOLTASI LA SCORSA ESTATE PRESSO LA
DITTA ITINERA. [4]_

Infatti, durante il campeggio studentesco No Tav di giugno, ragazzi e
ragazze provenienti da tutta Italia si sono recati a Salbertrand (sede
dell’impresa) per effettuare un volantinaggio contro questa ditta
colpevole di cementificare e distruggere la valle lavorando all’interno
del cantiere TAV di Chiomonte.

La procura, ancora una volta, ha dimostrato di temere chi, con la
pratica, esprime il proprio dissenso nei confronti di chi devasta e
specula. Sappiamo bene che indagare 43 studenti di cui 13 minorenni
altro non è che un vano tentativo di intimidire e far desistere, e come
tale noi lo consideriamo.

A questi “signori”, che altro non fanno se non alternare il
provvedimento al manganello,possiamo solo rispondere e ribadire che non
faremo mai un passo indietro. PER QUESTO RILANCIAMO UN PRES LA DIO PER
LUNEDÌ 27 GENNAIO ALLE ORE 10 DAVANTI AL TRIBUNALE DEI MINORI DI TORINO
IN CORSO UNIONE SOVIETICA PER NON LASCIARE SOLI GLI STUDENTI
INTEROGATI. Scorsa estate presso la ditta Itinera. [4]

Infatti, durante il campeggio studentesco No Tav di giugno, ragazzi e
ragazze provenienti da tutta Italia si sono recati a Salbertrand (sede
dell’impresa) per effettuare un volantinaggio contro questa ditta
colpevole di cementificare e distruggere la valle lavorando all’interno
del cantiere TAV di Chiomonte.

La procura, ancora una volta, ha dimostrato di temere chi, con la
pratica, esprime il proprio dissenso nei confronti di chi devasta e
specula. Sappiamo bene che indagare 43 studenti di cui 13 minorenni
altro non è che un vano tentativo di intimidire e far desistere, e come
tale noi lo consideriamo.

A questi “signori”, che altro non fanno se non alternare il
provvedimento al manganello,possiamo solo rispondere e

ribadire che non faremo mai un passo indietro.

PER QUESTO RILANCIAMO UN PRESIDIO PER

LUNEDI 27 GENNAIO 2014

ORE 10:00

DAVANTI AL TRIBUNALE DEI MINORI DI TORINO

CORSO UNIONE SOVIETICA 325 TORINO

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De Andrè : perché sono anarchico

Direi d’essere un libertario, una persona estremamente tollerante. Spero perciò d’essere considerato degno di poter appartenere ad un consesso civile perché, a mio avviso, la tolleranza è il primo sintomo della civiltà, deriva dal libertarismo. Se poi anarchico l’hanno fatto diventare un termine negativo, addirittura orrendo…anarchico vuol dire senza governo, anarche… con questo alfa privativo, fottutissimo… vuol dire semplicemente che uno pensa di essere abbastanza civile per riuscire a governarsi per conto proprio, attribuendo agli altri, con fiducia (visto che l’ha in se stesso), le sue stesse capacità. Mi pare così vada intesa la vera democrazia. […] Ritengo che l’anarchismo sia un perfezionamente della democrazia.

Fu grazie a Brassens, maestro di pensiero e di vita, che scoprii di essere un anarchico. Mi ha insegnato per esempio a lasciare correre i ladri di mele, come diceva lui. Mi ha insegnato che in fin dei conti la ragionevolezza e la convivenza sociale autentica si trovano di più in quella parte umiliata ed emarginata della nostra società che non tra i potenti.

Penso che chi fa la mia conoscenza rimanga sicuramente deluso. Perché […] non sono un atleta della parola, del dialogo, non sono allenato in tal senso, non faccio il politico né l’avvocato e quindi ho bisogno di riflettere per non dire delle sciocchezze. Se non rifletto facilmente mi escono fuori dalla bocca dei luoghi comuni. Quando cerco di riuscire a portare avanti un discorso semplicemente parlando, dicendo delle parole, per riempire gli spazi di silenzio, o se tento di stringere, dico delle grandi vaccate.

[…] non mi sono mai fatto uno schema preciso di letture. Talvolta mi è capitato di leggere insieme Asterix con Oblomov di Gonc?rov. […] sono abituato a leggere fin da piccolo. In famiglia c’era l’abitudine che fortunatamente si incastrava bene col mio temperamento, perché sono curioso, facilmente impressionabile e tuttora posso dire di leggere quasi un libro al giorno.

Ho sempre avuto due chiodi fissi: l’ansia di giustizia e la convizione, presuntuosa, di poter cambiare il mondo. Oggi quest’ultima è caduta.

Le mie Nuvole sono […] quei personaggi ingombranti e incombenti nella nostra vita sociale, politica ed economica; sono tutti coloro che hanno terrore del nuovo perché il nuovo potrebbe sovvertire le loro posizioni di potere.

Perchè sono contro la meritocrazia

L’inventore del termine meritocrazia è verosimilmente stato il sociologo inglese Michael Young (1915-2002) che nel 1958 lo usa in un suo libro di impronta satirico-futuristica nel quale descrive l’avvento al potere di una nuova classe che fonda il proprio dominio sul merito [L’avvento della meritocrazia 1870-2033, 1962]. Il testo di Young proietta in un futuro immaginario la teoria delle pari op- portunità, che si traduce in un aspro scontro tra due principi diversi di legittimazione del potere: quello della stirpe e quello del merito. Alla fine quello del merito ha il sopravvento (grazie al perfeziona- mento dei test d’intelligenza e di una selezione sempre più precoce) e si forma quindi una élite non ereditaria, composta «dal 5 per cento della popolazione che sa che cosa vuol dire 5 per cento».

I posti di lavoro più ambìti sono occupati dai migliori cervelli, pro- ducendo così un solco sempre più marcato e irreversibile tra chi sta in alto e chi sta in basso di questa nuova gerarchia. Ciò determina non solo che i perdenti sono ritenuti inferiori, ma che essi stessi sono convinti di esserlo. Tuttavia, questa esclusione dei più fa sor- gere nuove tensioni sociali. I dissidenti danno vita a un movimento rivoluzionario e redigono il Manifesto di Chelsea in cui si legge: società senza classi sarà quella che avrà in sé e agirà secondo una plu- ralità di valori.

Giacché, se valutassimo le persone non solo per la loro intelligenza e cultura, per l’occupazione e il potere, ma anche per la bontà e il coraggio, per la fantasia e la sensibilità, per l’amorevolezza e la gene- rosità, le classi non potrebbero più esistere. Chi si sentirebbe più di soste- nere che lo scienziato è superiore al facchino che ha ammirevoli qualità di padre, che il funzionario statale straordinariamente capace a guadagnar premi è superiore al camionista straordinariamente capace a far crescere rose?

La società senza classi sarà anche la società tollerante, in cui le diffe- renze individuali verranno attivamente incoraggiate e non solo passiva- mente tollerate, in cui finalmente verrà dato il suo pieno significato alla dignità dell’uomo. Ogni essere umano avrà quindi eguali opportunità non di salire nel mondo alla luce di una qualche misura matematica, ma di sviluppare le sue particolari capacità per vivere una vita ricca.

Young è vissuto abbastanza a lungo per vedere le sue previsioni divenire realtà, nel senso che «governo dei migliori» o «meritocra- zia» sono divenuti slogan e dichiarazioni di intenti di schieramenti politici trasversali, a destra come a sinistra. A testimoniare l’av- vento di una società fondata sull’ideologia meritocratica è oggi, tra gli altri, uno tra i più famosi economisti mondiali di impronta li- berale, John K. Galbraith (1908-2006) [L’economia della truffa, 2004]. Egli infatti descrive l’opulenta società occidentale come l’e- sempio più pertinente di un mondo che distorce a suo piacimento la realtà, dando fiato ad alcuni miti: la speculazione come forma d’ingegno, l’economia di libero mercato come antidoto ai mali del mondo, la guerra come strumento di democrazia. Questa società si fonda proprio su quella che Bakunin (insieme a Proudhon e Kro- potkin), più di un secolo fa, intuiva essere la nuova forma di discri- minazione classista che si sarebbe imposta: la meritocrazia. La classe dominante non trova più la sua legittimazione nel possesso del capitale e della proprietà, ma nel possesso di quelle conoscenze niche e scientifiche in grado di gestire e amministrare le società mul- tinazionali e le grandi organizzazioni di massa [cfr. AA.VV., I nuovi padroni, 1978]. Ecco allora che la ricerca dei talenti, misurati se- condo parametri e valori prettamente meritocratici (come Young descriveva e immaginava), è divenuta la principale modalità di sele- zione della nuova classe dirigente e concorre a delineare una diversa e più sofisticata stratificazione sociale, cioè una nuova gerarchia. Meritocrazia e uguaglianza sono quindi termini tra loro inconcilia- bili, mentre è del tutto compatibile valorizzare la diversità genetica (condizione biologica indiscutibile) e al contempo promuovere l’u- guaglianza sociale (condizione socio-politica auspicabile).
Alla luce di queste considerazioni, nel Manifesto di Chelsea si cerca di definire in che cosa consistano queste uguali opportunità: non è tanto offrire pari opportunità per salire lungo la scala so- ciale, quanto permettere a tutte le persone, a prescindere dalla loro «intelligenza», di sviluppare le virtù e i talenti di cui sono dotate, di liberare tutte le loro capacità di apprezzare la bellezza e la profon- dità dell’esperienza umana, tutte le loro facoltà di vivere una vita piena. La meritocrazia, dunque, diviene la nuova forma ideologica del dominio contemporaneo, che finisce solo per perpetuare la vec- chia divisione in classi dell’intera società. Proprio dalle parole di Bakunin, pronunciate nel lontano 1869, possiamo trarre il mo- nito più pertinente rispetto ai guasti che l’avvento della meritocra- zia produce nella società umana:
Chi sa di più dominerà naturalmente chi sa di meno; e quand’anche inizialmente non esistesse fra due classi che questa sola differenza d’istru- zione e d’educazione, questa differenza produrrebbe in poco tempo tutte le altre, il mondo umano si ritroverebbe nelle condizioni attuali, sarebbe cioè diviso nuovamente in una massa di schiavi e in un piccolo numero di dominatori, e i primi lavorerebbero, come oggi, per gli ultimi [Michail Bakunin, L’istruzione integrale, 1869]. http://ita.anarchopedia.org/Anarchismo_e_Politica:_La_revisione_di_Berneri

Il cretinismo anarchico ( Camillo Berneri)

Verso la fine del 1935 Berneri si fa sempre più critico nei confronti del movimento anarchico e delle sue deficienze sia culturali sia propagandisti che. Il seguente intervento — comparso nella rubrica Rilievi del numero del 12 ottobre 1935 dell’Adunata (pp. 7-8), firmato L’Orso — segnala senz’altro un inasprimento della sua posizione, sia pure limitato, in questo breve scritto, ai problemi della vita militante, descritti con un sarcasmo ai limiti della rabbia. Le frasi di apertura r indubbiamente una sensazione, un’esigenza, che caratterizzerà potentemente l’attività di Berneri nei mesi successivi.

Benché urti associare le due parole, bisogna riconoscere che esiste un cretinismo anarchico. Ne sono esponenti non soltanto dei cretini che non hanno capito un’acca dell’anarchia e dell’anarchismo, ma anche dei compagni autentici che in esso sono irretiti non per miseria di sostanza grigia bensì per certe bizzarrie di conformazione cerebrale. Questi cretini dell’anarchismo hanno la fobia del voto anche se si tratti di approvare o disapprovare una decisione strettamente circoscritta e connessa alle cose del nostro movimento, hanno la fobia del presidente di assemblea anche se sia reso necessario dal cattivo funzionamento dei freni inibitori degli individui liberi che di quell’assemblea costituiscono l’urlante maggioranza, ed hanno altre fobie che meriterebbero un lungo discorso, se non fosse, quest’argomento, troppo scottante di umiliazione. Il problema della libertà, che dovrebbe essere sviscerato da ogni anarchico essendo il problema basilare della nostra impostazione spirituale della questione sociale, non è stato sufficientemente impostato e delucidato. Quando, in una riunione, mi capita di trovare il tipo che vuole fumare anche se l’ambiente è angusto e senza ventilazione, infischiandosene delle compagne presenti o dei deboli di bronchi che sembrano in preda alla tosse canina, e quando questo tipo alle osservazioni, anche se cordiali, risponde rivendicando la “libertà dell’io”, ebbene, io che sono fumatore e per giunta un poco tolstoiano per carattere, vorrei avere i muscoli di un boxeur negro per far volare l’unico in questione fuori dal locale o la pazienza di Giobbe per spiegargli che è un cafone cretino.
Se la libertà anarchica è la libertà che non viola quella altrui, il parlare due ore di seguito per dire delle fesserie costituisce una violazione della libertà del pubblico di non perdere il proprio tempo e di annoiarsi mortalmente. Nelle nostre riunioni bisognerebbe stabilire la regola della condizionale libertà di parola: rinnovabile ogni dieci minuti. In dieci minuti, a meno che non si voglia spiegare i rapporti tra le macchie solari e la necessità dei sindacati o quella tra la monere haeckeliana e la filosofia di Max Stirner, si può, a meno che si voglia far sfoggio di erudizione o di eloquenza, esporre la propria opinione su una questione relativa al movimento, quando questa questione non sia di … importanza capitale. Il guaio è che molti vogliono cercare le molte, numerose, svariate, molteplici, innumerevoli ragioni, come diceva uno di questi oratori a lungo metraggio, invece di cercare e di esporre quelle poche e comprensibili ragioni che trova e sa comunicare chiunque abbia l’abito a pensare prima di parlare. Disgraziatamente accade che siano necessarie delle riunioni di ore ed ore per risolvere questioni che con un po’ di riflessione e di semplicità di spirito si risolverebbero in mezz’ora. E se qualcuno propone, estremo rimedio alla babele vociferante, un presidente, in quel regolatore della riunione che ha ancor minore autorità di quello che abbia l’arbitro in una partita di foot-ball, certe vestali dell’Anarchia vedo no… un duce. Per chi questo discorso? I compagni della regione parigina che hanno, recentemente, affrontato la spesa e la fatica di recarsi ad una riunione da non vicine località per assistere allo spettacolo di gente che urlava contemporaneamente intrecciando dialoghi che diventavano monologhi per la confusione imperante e delirante, si sono trovati, ritornando mogi mogi verso le loro case, concordi nel pensare che la gabbia dei pappagalli dello zoo parigino è uno spettacolo più interessante.
Quando degli anarchici non riescono ad organizzare quel problema meno difficile di quello della quadratura del circolo, di esporre a turno il proprio pensiero, un regolatore diventa indispensabile.
Questa è quella che io chiamo l’auto-critica. Ed è diretta a tutti coloro che rendono necessario un regolatore di riunioni anarchiche. Cosa che è ancora più buffa di quello che pensino coloro che se ne scandalizzano. Molto buffa e molto grave. E grave perché resa, molte volte, necessaria proprio là dove dovrebbe essere superflua.

Camillo Berneri