Il PKK, le YPG e lo Stato Islamico

Il PKK, le YPG e lo Stato Islamico —- Le notizie che vanno per la maggiore raccontano le storie degli orrori commessi dallo Stato Islamico (IS) in Siria ed in Iraq ma anche di come gli Stati Uniti vogliano apparentemente mettere fine a questi orrori per ragioni umanitarie. Quello che non viene mai detto dai media privati e di Stato è da dove viene l’IS, quali sono le vere ragioni di questo nuovo intervento degli USA in Medio Oriente, della volontà degli USA di isolare e distruggere le uniche due forze che stanno realmente combattendo contro l’IS: il PKK e le YPG. —- Come è nato lo Stato Islamico —- L’evoluzione dell’IS da oscuro gruppo a forza di rilievo in Medio Oriente risale all’invasione ed occupazione statunitense dell’Iraq nel 2003, che portò alla morte di 1 milione e 400mila persone e ad atti di brutalità nei confronti della popolazione. Cosa che naturalmente ha alimentato sentimenti anti-USA in tutto il paese.

L’occupazione statunitense dell’Iraq si basava sulla tattica del divide et impera. Allo scopo di indebolire le possibilità di una resistenza unitaria all’occupazione, gli USA hanno appoggiato l’autonomia di parti del popolo curdo nell’Iraq settentrionale sotto il governo del Governo Regionale Curdo (KRG), guidato da un corrotta classe dominante filo-USA. Gli Stati Uniti hanno anche favorito la violenza settaria in Iraq, sempre per rendere difficile ogni unità popolare contro l’occupazione. In questo quadro rientra l’appoggio ad un governo fantoccio – nonostante fosse guidato dalla linea dura dei politici sciiti più vicini al regime iraniano – che ha represso ampi settori della popolazione sunnita.

E’ in questo contesto che l’IS si è sviluppato come forza sotto la guida di Abu Bakr al-Baghdadi. Molte persone, in particolare sunniti, si sono unite all’IS perché lo vedono come l’unica organizzazione capace di difendere la popolazione sunnita e di resistere tanto all’occupazione USA quanto al governo fantoccio di Baghdad. Ecco perché l’IS ha guadagnato un sostegno di base nonostante sia un’organizzazione brutale ed autoritaria.

Benché l’IS sia un’organizzazione anti-imperialista ed anti-USA, lo è da una posizione reazionaria e di estrema destra. Da tempo persegue lo scopo di instaurare uno stato totalitario sotto la sua dittatura che incorpori ampie porzioni del Medio Oriente. Nel perseguimento di questi suoi ambiziosi scopi politici l’IS si è fatto una storia di atrocità ed omicidi di massa commessi contro i suoi oppositori, siano essi musulmani o membri di rivali gruppi jihadisti. Tutti quelli ritenuti come loro oppositori sono stati trattati con estrema violenza, specialmente coloro dimostratisi riluttanti o non disposti ad abbracciare la loro ideologia estremista. Nella loro politica è centrale la sistematica oppressione delle donne. Tale visione misogina si è tradotta nella riduzione in schiave sessuali delle donne catturate.

Inizialmente, quando l’IS iniziava ad essere una forza in Iraq, gli USA chiusero deliberatamente un occhio, anche se c’erano le prime atrocità, perché gli Stati Uniti volevano che l’Iraq restasse diviso. Quando gli USA se ne sono andati dall’Iraq nel 2011, l’IS controllava già parti del paese.

L’intervento in Siria getta benzina sul fuoco

Non contenti di aver destabilizzato l’Iraq, nel 2011 gli USA iniziarono ad usare le proteste di massa e la guerra civile che ne è seguita in Siria per destabilizzare ed indebolire il regime di Assad. Non si trattava ovviamente di un loro appoggio alle proteste ed alle frazioni in lotta contro il regime di Assad nella guerra civile, perché non era loro interesse sostenere la domanda di democrazia in Siria, quanto piuttosto per gli USA di difendere i propri interessi imperialisti. Era evidente che per gli USA il regime di Assad era troppo vicino alla Russia ed all’Iran. Infatti, gli USA non volevano destabilizzare il regime siriano per la sua brutalità – di ieri e di oggi – quanto perché il governo siriano non era del tutto in linea (per sue proprie ragioni) con i programmi dell’imperialismo USA nella regione.
Quando nel 2011 in Siria scoppiarono le proteste popolari contro il regime, nel contesto della Primavera Araba e sulla base di un reale desiderio di mettere fine alla dittatura di Assad per creare una società migliore nel paese, gli Stati Uniti si attivarono per trarre vantaggi dalla nuova situazione. Benché le proteste di massa in Siria non fossero alimentate dagli USA, questi le hanno usate e retoricamente sostenute per cercare di far progredire i loro piani.

Alla brutale repressione delle proteste da parte del regime di Assad è seguita la guerra civile, in cui sono emersi vari gruppi armati. Alcuni erano jihadisti, altri più laici. Alcune frazioni dell’esercito al comando di generali corrotti hanno abbandonato il regime agli inizi della guerra civile costituendosi in Esercito Siriano Libero (FSA), subito rifornito di armi dagli USA.

Ma, nonostante le posizioni anti-USA, gli Stati Uniti hanno armato anche vari gruppi estremisti islamici e jihadisti che erano entrati in guerra contro il regime siriano. Ben presto molti miliziani di questi gruppi estremisti sono entrati nell’IS (che agli inizi era vagamente legato ad al-Qaeda, per poi distaccarsene per differenze politiche e tattiche). Alcune delle più importanti forze combattenti che sono entrate nell’IS erano milizie con esperienze di combattimento in Cecenia, a cui gli USA hanno fornito armamenti appena si sono unite alla guerra in Siria. Come risultante di questo processo in Siria, l’IS è diventato una della più potenzi forze militari – essendosi dotato di armamenti tra cui i carri armati T-55 e T-72 ed i missili SCUD presi dalle altre forze e di equipaggiamento di origine USA portato dalle altre forze jihadiste – e dal 2013 è padrone di parti della Siria, in particolare della città di al-Raqqa.

Nelle città siriane sotto il suo controllo, come al-Raqqa, l’IS ha instaurato una dura dittatura. Chiunque viene visto come un oppositore viene eliminato, anche tramite esecuzioni di massa. Il controllo dell’IS non viene esercitato solo sulla base della paura, ma anche sull’erogazione di welfare. L’IS ha effettivamente nazionalizzato alcune industrie, il settore bancario, lasciando anche che alcune industrie rimanessero alla proprietà privata. Ha anche imposto tasse più alte per i ricchi, sviluppando con tali proventi maggiori servizi sociali. Nonostante, dunque, sia una forza di estrema destra, l’IS si è guadagnato con tali misure il sostegno delle popolazioni delle aree siriane sotto il suo controllo.

Nel 2014, l’IS ha usato le sue basi in Siria per lanciare nuove operazioni militari in Iraq. Nel corso di questa nuova fase della sua campagna militare in Iraq ha sconfitto l’esercito iracheno in diverse parti del paese, appropriandosi di grandi quantità di moderni armamenti USA che erano stati forniti all’esercito iracheno. Quando l’IS ha assediato pozzi di gas e di petrolio iracheni di importanza per gli USA ed è divenuto una minaccia militare per il governo iracheno e per il KRG alleati degli ISA, allora l’IS è diventato un problema per gli Stati Uniti.

Il sostegno al KRG ed al governo iracheno

Per assicurarsi la riconquista dei pozzi di gas e di petrolio occupati dall’IS e per fermarne l’avanzata in Iraq, gli Stati Uniti stanno fornendo servizi di intelligence ed armi al KRG ed al governo iracheno. Gli USA hanno anche condotto attacchi aerei contro l’IS in Iraq e di recente in Siria su aree come al-Raqqa. La realtà però è che l’esercito iracheno ed il KRG sono stati inefficaci contro l’IS. Il che ha portato gli USA a dispiegare delle forze speciali in Iraq, apparentemente a supporto dell’esercito iracheno e dei curdi del KRG, ma in realtà per affrontare direttamente l’IS. Certo è che se il governo iracheno ed il KRG continuano a dimostrarsi inefficienti contro l’avanzata dell’IS, gli USA potrebbero essere costretti ad impiegare altre truppe per cercare di fermare l’IS.
Le forze progressiste

Ci sono, comunque, forze progressiste – il PKK e le YPG – in Iraq ed in Siria che si sono dimostrate efficaci, ancorché male armate, nel contrastare l’IS. Ma gli USA si rifiutano di appoggiare il PKK e le YPG contro l’IS, a causa della politica progressista di questi due gruppi.
Il PKK ha una lunga storia di lotta di liberazione nazionale contro la Turchia, alleato degli USA, ed è considerato da questi un’organizzazione terroristica. Nel corso di questa guerra, i quadri del PKK hanno acquisito una vitale esperienza militare.

Recentemente, il PKK ha combattuto l’IS per fermarne l’espansione nel nord dell’Iraq dove si stava rendendo responsabile di atrocità contro le popolazioni residenti. Lo scorso agosto il PKK si è mobilitato dalla Turchia in Iraq per fermare il massacro dei rifugiati curdi da parte dell’IS. E continuano a mantenere posizioni chiave nell’Iraq settentrionale.

Nonostante l’iniziale influenza maoista, il PKK e soprattutto il suo fondatore Abdullah Öcalan sono stati fortemente influenzati da alcune idee – sebbene non tutte – del socialista libertario Murray Bookchin. Lo stesso Bookchin che agli inizi della sua vita politica era uno stalinista, si è poi spostato su posizioni anarchiche adottando una forma di socialismo libertario fondato sul comunalismo e sul municipalismo libertario. Per cui, anche se il PKK nasce come gruppo di guerriglia marxista-leninista, a partire dai primi anni 2000, è andato adottando le idee di sinistra libertaria, cuore degli scritti di Bookchin.

Avendo parte di esso fatto dei passi verso una forma di libertarianismo di sinistra, il PKK ha assunto posizioni critiche sullo Stato come struttura, ora visto come oppressivo, gerarchico ed in ultima analisi difensore di una minoranza dominante e del capitalismo. Lo scopo del PKK ed il fine delle sue lotte è una rivoluzione nel Medio Oriente, cosa che induce gli USA a diffidare. All’interno di questa rivoluzione ed in linea con il suo orientamento da sinistra libertaria, il PKK ha esplicitamente stabilito che non è suo scopo creare uno stato, bensì un sistema di democrazia diretta che verrebbe istituito da assemblee popolari, consigli e comuni confederati tra loro. Questo sistema è stato chiamato “confederalismo democratico”. Sebbene questo sistema sia anti-statalista, reputi lo Stato quale ostacolo decisivo alla libertà ed all’uguaglianza e fornisca una visione dell’auto-governo basato sulla democrazia diretta, permangono degli elementi di ambiguità tattica sul fatto se lo Stato debba essere esplicitamente liquidato nel processo rivoluzionario (come sostengono gli anarchici) o se lo Stato possa semplicemente ritirarsi all’interno di un espandersi della democrazia diretta, senza necessariamente essere liquidato.

Oltre ad essere per una forma di auto-governo libertario, il PKK è anticapitalista e punta a cercare di costruire un’economia che sia gestita per soddisfare i bisogni del popolo. Per cui si punta a creare un’economia più ugualitaria, ma non è stato stabilito se tale economia sarebbe basata sull’autogestione dei lavoratori e sulla socializzazione dei mezzi di produzione e della ricchezza. Perciò, sebbene sia stato fortemente influenzato da idee di sinistra libertaria e benché si tratti di un movimento progressista (anche alla luce della forte presenza femminista), il PKK non può essere considerato come del tutto anarchico.

Gli USA, ovviamente, non prendono bene la politica progressista del PKK dal momento che se una rivoluzione basata sulle idee del PKK dovesse prendere piede in Medio Oriente, gli interessi imperialisti statunitensi nella regione verrebbero completamente compromessi.

Influenzati da alcune di queste idee del PKK, ma apparentemente non da tutte, i Curdi nella Siria settentrionale – un’area nota come Rojava – hanno iniziato dal 2011, all’indomani della rivolta contro il regime siriano, a istituire consigli ed assemblee. Questi organismi – a volte definiti col termine di comuni – sono confederati insieme nel Comitato Supremo Curdo che funziona come organismo di coordinamento. Sebbene si tratti di strutture basate sulla democrazia diretta, non è chiaro se anche l’economia sta subendo trasformazioni in una direzione più ugualitaria. Cioè non è chiaro se la democrazia diretta nella sfera politica sia stata estesa anche alla sfera economica. Inoltre, non è chiaro – e non è menzionato nei vari report – se nella Rojava ci siano stati dei passi verso la socializzazione o la collettivizzazione dei mezzi di produzione e della ricchezza, anche se si sa di redistribuzione delle terre. Nonostante ciò, la sperimentazione di consigli e di assemblee nella Rojava va avanti (pur in presenza di minacce interne da parte di partiti che vorrebbero istituire una struttura statalista). Ciò che anche è progressista e che va avanti è la liberazione delle donne, che è uno dei fronti avanzati delle iniziative nella Rojava.

Per difendere il territorio della Rojava sono state istituite nel 2011 le YPG, una struttura militare a milizie. All’interno di esse le donne svolgono un ruolo dirigente. Sono state le YPG le forze più efficienti nei combattimenti contro l’IS in Siria. Certo è che la milizie YPG hanno acquisito esperienza come combattenti in un breve lasso di tempo, dal momento che prima di essere impegnate nella difesa del territorio contro l’IS, le YPG hanno dovuto difendersi da elementi del FSA (con cui però sono ora alleate in chiave anti-IS), o da altri gruppi jihadisti e dall’esercito siriano.

Per tutto il 2013 ed agli inizi del 2014, le YPG hanno fatto arretrare l’IS allargando i confini della Rojava. Alla fine del settembre 2014, però, l’IS ha lanciato un’altra grande offensiva contro la Rojava, utilizzando non meno di 40 carri armati contro le YPG che invece non dispongono di sufficienti armi pesanti. Attualmente, le YPG stanno combattendo una grande battaglia contro l’IS per il controllo della strategica città di Kobani, dentro il territorio della Rojava. Con i recenti bombardamenti degli USA contro l’IS nella Rojava, l’IS ha spostato ancora altre forze sul fronte di Kobani.

Tuttavia, per gli USA, le YPG ed il PKK restano minacce al pari dell’IS. La ragione sta nel fatto che nonostante certi limiti, queste forze stanno dimostrando che la società può essere gestita dal popolo in un modo più democratico e potrebbe essere possibile mettere fine al capitalismo, allo Stato, al patriarcato ed al dominio di classe grazie alle lotte ed ai movimenti di massa. Ecco perché gli USA si rifiutano di fornire assistenza alle YPG ed al PKK. A riprova di ciò, gli USA e la Turchia hanno concesso ai combattenti dell’IS di attraversare liberamente il confine turco per attaccare il PKK e le YPG. Inoltre, la Turchia ha bloccato con la forza al confine tutti coloro, soprattutto Curdi, che volevano entrare per unirsi alla lotta contro l’IS, specialmente ora che Kobani è sotto minaccia. Aggiungiamo che ora gli USA sembrano intenzionati a spingere il KRG a lanciare un attacco contro il PKK e possibilmente contro le YPG, nonostante l’incombenza della minaccia dell’IS.

Conclusioni

E’ evidente che l’IS è una forza reazionaria che non offre nessuna speranza per un futuro migliore per il Medio Oriente. L’IS vuole instaurare una dittatura e si mostra del tutto intollerante verso chiunque dissenta dalla sua politica. Dalle scelte degli USA, si coglie altrettanto chiaramente che non gli importa granché della democrazia o delle atrocità commesse dall’IS. Gli USA non sono interessati a che ci sia un Medio Oriente pacificato, libero ed uguale, dal momento che la sola cosa che sanno offrire è ancora più miseria per la classe lavoratrice della regione. Per la classe lavoratrice del Medio Oriente, solo le politiche e le iniziative messe in atto dal PKK e dalle YPG offrono – al momento – qualche prospettiva di un futuro migliore. Ecco perché, perversamente, gli USA vogliono distruggerle.
Shawn Hattingh

Traduzione a cura di FdCA-Ufficio Relazioni Internazionali.
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#RemiFraysse, muore un giovane partigiano di 21 anni ucciso alla zad di Testet.

Sabato 25 ottobre era stata indetta una manifestazione al cantiere per la costruzione della diga di Sivens. Quest’opera è contrastata dagli ambientalisti e dai piccoli agricoltori che fanno riferimento alla Confederation Paysanne. La diga servirebbe gli interessi di alcune grandi aziende agricole e distruggerebbe l’unica zona umida della zona. Siamo nel Tarn, nella zona pirenaica a ovest di Tolosa. —- Migliaia di manifestanti provenienti da tutta la Francia hanno partecipato all’iniziativa contro la diga e in solidarietà con chi resiste nei boschi, nonostante i violenti attacchi della polizia degli ultimi mesi. —- Dopo il corteo del pomeriggio ci sono stati scontri con la polizia. Le truppe dell’antisommossa hanno usato gas lacrimogeni, pallottole di gomma e granate assordanti. Le cariche nel bosco sono andate avanti per tutta la notte.
Tra le due e le tre Remi, un ragazzo di 21 anni, è stato trovato morto da vigili del fuoco e gendarmi.

Remi probabilmente è morto durante gli scontri.

Secondo la gendarmeria il corpo del compagno era nel bosco. Diversa la versione di alcuni manifestanti che sostengono che Remi si trovava nei pressi degli sbarramenti della polizia e si è accasciato dopo un lancio di granate.

Né la Prefettura né la polizia hanno fatto dichiarazioni, in attesa dell’autopsia prevista per oggi.

I resistenti della ZAD di Notre Dame des landes, in un loro comunicato parlano esplicitamente di assassinio e invitano a manifestare contro la violenza di Stato.

Domenica sera c’é stata una prima manifestazione di protesta a Gaillac.
Oggi sono state indette iniziative di fronte alle Prefetture in tutta la Francia.

Potete trovare informazioni e aggiornamenti su questi siti.

Il collettivo contro la diga “Tant qu’il y aura des bouilles”

Il sito lionese rebellyon

Sull’esperienza libertaria della ZAD del Testet sull’ultimo numero di LeMonde Libertaire c’è un interessante articolo di Iannis Vouluntas. Lo trovate qui.
http://www.monde-libertaire.fr/passe-et-present-de-lanarchisme/17293-la-zad-de-sivens-une-experience-libertaire-dans-le-tarn
per info e aggiornamenti:
http://www.anarresinfo.noblogs.org

Intervista col comandante delle YPG: a Kobanê l’ISIS ha perso

Mehmûd Berxwedan – esponente del Comando Generale delle YPG – è stato intervistato dal giornalista Ersin Çaksu per la testata turca filo-curda “Özgür Gündem”. Berxwedan ha dichiarato a Çaksu che tutti coloro i quali hanno detto che Kobanê “era caduta” o che “sarebbe caduta” si sono ritrovati smentiti, e che se venisse aperto un corridoio per la città, l’ISIS sarebbe completamente spazzato via dall’area. Di seguito l’intera intervista. —- Intanto vorrei ringraziare il comandate Berxwedan per aver trovato il tempo di rispondere ad alcune nostre domande in una simile situazione. Per prima cosa, perché Kobane è così importante per l’ISIS? Perché attaccano con forze ingenti?
In una nostra precedente intervista avevamo dedicato molto spazio al perché Kobanê è diventata un obiettivo militare. Il 19 luglio 2012 segna la data in cui a Kobanê è iniziata la Rivoluzione della Rojava, facendo della città un simbolo di resistenza e di libertà. Kobanê è diventata così l’espressione della volontà del popolo curdo della Rojava. Da Kobanê la rivoluzione si è diffusa al resto della Rojava. Per questa ragione Kobanê non era prevista nei piani sia di certe potenze internazionali che di certe potenze regionali le quali non vogliono che i Curdi possano esprimere liberamente la loro volontà. Da quel giorno fino ad oggi queste potenze hanno fatto di tutto per spezzare e distruggere la volontà popolare dei Curdi. Non sono riusciti a raggiungere il loro fine, ma da più di un anno e mezzo hanno preso di mira Kobanê in particolare. Dunque perché proprio Kobanê? Perché Kobanê non ha nessuna via di comunicazione con le altre regioni, né col cantone di Cizîrê né con quello di Efrîn. La regione di Kobanê è completamente circondata dalle bande dell’ISIS. Pensavano di poter distruggere Kobanê assediandola. Gli attacchi che hanno portato alla città per oltre un anno e messo dovevano servire a questo. Credevano di spezzare la resistenza di Kobanê e di far cadere la città in poco tempo. Ma non sono riusciti a raggiungere lo scopo. Alla fine si sono accorti che nonostante concentrassero qui tutta la loro forza, non sarebbero riusciti a realizzare i loro piani per Kobanê. Per questa ragione hanno ammassato forze provenienti da Derazor, da Rakka e da ancora più lontano in Iraq ed allo stesso tempo forze disponibili nella regione da Jerablus e Sêxler da utilizzare per la conquista di Kobanê. Posso affermare che hanno schierato il 70% delle loro forze per prendere la città.

C’è solo l’ISIS dietro questo piano?

Ovviamente ci sono anche certi Stati che non intendo menzionare, perché ben noti. Stati che vogliono spezzare la determinazione del popolo curdo che è emersa proprio qui. Se Kobanê cade, allora anche gli altri cantoni che sono stati istituiti, anche la volontà che è emersa, anche le YPG che stanno crescendo ovunque e che stanno assumendo in ruolo importante nella rivoluzione siriana subirebbero un colpo significativo. Perché questa è una realtà che può avere un ruolo guida e svilupparsi lungo direttrici democratiche. In particolare la Turchia ed altre potenze che sostengono l’ISIS hanno deliberatamente pianificato questo attacco. Volevano spezzare la nostra determinazione proprio qui. Volevano vincere qui. Se vincono qui, poi colpiranno le altre regioni una dopo l’altra e potranno colpire Cizîrê ed Efrîn. Agli inizi avevano cercato di sfondare a Jez’aa, a Rabia ed a Serêkaniyê, ma senza riuscirci. Perché lì avevano un certo numero di forze ma non riuscivano a soffocarci. Poi hanno ritenuto che potevano circondare Kobanê sui 4 lati per vincere la nostra resistenza. Sarebbe stato un successo per l’ISIS e per i suoi sostenitori. Volevano compensare qui le loro sconfitte in Iraq ed a Cizîrê. Volevano risollevarsi il morale prendendo Kobanê. Fino ad ora ci sono due forze che sono emerse con successo in Siria. Una siamo noi e l’altra è l’ISIS. Ora si tratta di vedere chi sconfigge chi. Le strade sono due. Una è quella delle gang degli invasori, l’altra è quella della democrazia. E’ una sfida. Per questa ragione l’ISIS ha ammassato tutte le sue forze e coll’appoggio di stati stranieri hanno attaccato Kobanê con questa intensità.

Questa dura battaglia si protrae da più di un mese. Cosa è successo nel corso di questo mese?Quali armi hanno usato contro di voi? Che tipo di battaglia è stata? E voi come avete risposto?

Questa battaglia che dura ormai da più di un mese non somiglia a nessun’altra battaglia. In termini di dimensioni, di intensità e forme di attacco è una battaglia ben diversa dalle altre. Loro hanno attaccato simultaneamente in forze da 4-5 direzioni. Hanno mobilitato reparti di attacco e reparti operativi portati da fuori. Hanno attaccato con le stesse forze con cui avevano preso intere città in poche ore e messo in ginocchio interi governi. E’ stato con le stesse forze e con la stessa tattica che hanno aggredito Kobanê. Sono arrivati con carri armati, artiglieria, mortai ed armamenti pesanti sottratti all’esercito siriano, a quello iracheno ed al Libero Esercito di Siria. Hanno usato anche tattiche come i bombardamenti. Naturalmente pensavano che sarebbe andata come a Mosul ed in altre regioni che avevano conquistato e che quindi avrebbero preso Kobanê in solo due giorni. Infatti avevano pianificato che Kobanê avrebbe resistito solo una settimana. La Turchia ed altre potenze pure non ci avevano dato che una settimana. Abbiamo dovuto resistere con armi leggere ad attacchi portati con armi pesanti, perché finora nessuno ci ha aiutato.

Quando dite nessuno…

Né le forze della coalizione, né una potenza straniera e nessun’altra potenza ci ha fornito un qualsiasi tipo di armi.

Il Primo Ministro della KRG [Governo Regionale del Kurdistan, che amministra il Kurdistan iracheno autonomo, ndt] Neçirvan Barzan ha rilasciato un comunicato in cui diceva che ci aveva inviato delle armi. Ma non ci è arrivato nessun aiuto, nemmeno dal governo del KRG. Niente armi da nessuno Stato e nemmeno da un governo curdo. No, nessuno ci ha dato delle armi. Abbiamo risposto all’attacco con le sole armi leggere che abbiamo e con mezzi preparati ricorrendo alle nostre risorse. Abbiamo dovuto condurre una battaglia sapiente sul piano tattico.

Quale tipo di tattica?

L’ISIS aveva pianificato di distruggere la maggior parte delle nostre forze nei villaggi prima di avvicinarsi alla città. Pensavano di liquidare le nostre forze nei villaggi per poi entrare in città innalzando le armi. Noi abbiamo sviluppato delle tattiche che tenevano conto del loro piano. Non c’è stato un solo villaggio in cui non abbiamo combattuto. Abbiamo combattuto in ogni villaggio ed in ogni borgo proteggendoli con le nostre forze disponibili. Abbiamo subito perdite ed abbiamo avuto i nostri martiri. Ma siamo riusciti comunque a preservare le nostre forze. Così siamo riusciti a prolungare i giorni di resistenza, cosa che ci ha permesso di passare al contrattacco. Abbiamo assunto come principio cardine quello di preservare le nostre forze per poi contrattaccare. All’ISIS, che aveva pianificato di distruggere entro una settimana la maggior parte delle nostre forze nei villaggi, non abbiamo permesso di entrare in città per almeno 3 settimane. Abbiamo pianificato di usare la nostra vera forza dentro la città. Volevamo che il punto di svolta fosse questo.

La vostra strategia vi faceva apparire come soccombenti, mentre in realtà a soccombere era l’ISIS con i suoi sostenitori.

Proprio così. Non abbiamo fatto quello che loro volevano facessimo. Non abbiamo radunato le nostre forze nei villaggi per mandarle al massacro. Abbiamo assunto come principio base quello di preservare le nostre forze e di contrattaccare. Abbiamo risposto adottando diverse tattiche. Per un periodo la battaglia si è sviluppata all’interno della città. Erano certi che la città sarebbe caduta, come lo era anche Erdogan quando aveva detto che Kobanê “era caduta e cadrà”. Erano sicuri che avrebbero detto le preghiere per l’Eid è [festa che conclude il Ramadan, ndt] nella città, che avrebbero preso la città e che vi avrebbero recitato le loro preghiere. Infatti molti Stati erano giunti alla conclusione che Kobanê sarebbe caduta. Tutti ne erano certi e nel frattempo noi stavamo battendo l’ISIS. E’ passato un mese ed ora siamo nel secondo mese. Si tratta di una resistenza storica. Una nuova leggenda scritta con il sangue dei tanti eroi che sono caduti da martiri a Kobanê. Una leggenda che vive grazie alla resistenza dei tanti nostri amici che ora stanno combattendo al fronte. Si sono infranti i sogni e le speranze di coloro che dicevano che Kobanê sarebbe caduta. Negli ultimi 3 giorni non sono stati in grado di avanzare di un solo passo. Negli ultimi 3 giorni non stiamo più arretrando e riprendiamo terreno passo dopo passo. L’ISIS è finito. Sono stanchi. Ed indeboliti. La loro potenza è stata distrutta e la capacità operativa spezzata. Distrutte anche le forze che avevano addestrato. Non sto esagerando. In ogni strada di Kobanê ci sono i corpi dei miliziani dell’ISIS. Sotto le macerie di ogni casa distrutta c’è un miliziano dell’ISIS. Abbiamo raccolto centinaia di armi negli ultimi tre giorni. In questi 3 giorni l’ISIS è stato battuto a Kobanê. Nel primo mese abbiamo resistito e ci siamo mossi sul piano tattico. Nel secondo mese stiamo puntando a distruggere l’ISIS a Kobanê. Ora il nostro obiettivo non è solo la resistenza, ma la vittoria.

Molti dei miliziani dell’ISIS che sono stati uccisi vengono descritti come abbastanza giovani, senza barba e senza capelli lunghi. Cosa significa?

Il 70% delle loro forze d’assalto più esperte è morto. Addestrano altre forze collocate nella regione. Non possiamo sapere se ne porteranno altre dall’Iraq, dal Pakistan, dall’Afghanistan o dall’Azerbaijan. Le forze che avevano addestrato in precedenza sono diminuite. Abbiamo visto molti ragazzini nelle cui mani avevano messo dei fucili. Di recente stanno addestrando unità femminili chiamate Ketibe-i Unsa. Ora vogliono ottenere dei risultati addestrando forze che vengono da lontano. Ma gli ultimi 3 giorni sono stati decisivi per spezzare il loro morale, la loro iniziativa e per fermare la loro avanzata. L’ISIS ha capito che non sarà facile conquistare la gran parte di Kobanê. Ovviamente noi non stiamo combattendo solo nella città. Combattiamo anche fuori della città. C’è voluta una grande resistenza per giungere a questa fase. Ecco perché l’ISIS ha capito che la sua strategia di arrivare e prendere qualsiasi località in 3-4 giorni non funzionerà con Kobanê. L’area intorno a Kobanê non è come quella intorno a Mosul, in Iraq e/o in altre zone della Siria. Kobanê non è come una base militare siriana che loro possono prendere in 3 giorni. Qui non funzionano né i loro camion-bomba né altre armi. Naturalmente questa è la nostra città. Ne conosciamo ogni strada, ogni via. Noi possiamo prevedere da quale direzione arriveranno ed andiamo a colpirli. Dopo un mese di resistenza ora stiamo avanzando. Fino a ieri gli abbiamo ripreso 5-6 quartieri. Infatti sul fronte occidentale stiamo combattendo fuori della città. E sarà così passo dopo passo fino alla vittoria.

Ha parlato delle unità femminili Ketibe-i Unsa. Come si muovono e quante sono?

Sono state addestrate per i bombardamenti. Hanno dato loro da fare il fottuto lavoro sporco. Sono state addestrate anche per tenere alto il morale e fare numero. Per dire: “vedi le nostre unità femminili sono qui”. Ma finora non hanno ottenuto nessun risultato col loro impiego.

Recentemente i miliziani dell’ISIS sono stati visti bombardare a caso la città con mortai ed artiglieria ed attaccare con i camion-bomba. Come si può interpretare tutto questo?

Se l’ISIS sta lanciando camion-bomba a caso ed attacca a distanza con i mortai e nel frattempo diffonde notizie del tipo “vedete siamo qui e stanno arrivando altre numerose forze” vuol dire che sono in seria difficoltà. Questo è un loro tipico modo di fare. Quando non possono fare niente, fanno ricorso a tutti i metodi. Quando diffondono notizie in cui dicono che una milizia è arrivata da Rakka, un’altra da Minbic ed un’altra da un altro posto, vuol dire che l’ISIS non sta facendo passi avanti. Poi usano questi camion-bomba come forma di guerra psicologica. Naturalmente abbiamo preso le nostre precauzioni. Tante volte ci hanno attaccato in questo modo e nessuno dei nostri compagni ha perso neanche un dito. Cercano di stare in piedi ricorrendo a questi metodi. Ma allo stato attuale l’ISIS è stato sconfitto. Non hanno raggiunto i loro obiettivi nel tempo che avevano previsto. Dovevano prendere la città in una settimana, ma è passato un mese e non l’hanno presa. Chi aveva detto:”Kobanê è caduta e cadrà” è stato smentito. Fondamentalmente sono loro che hanno perso.

Comandante Berxwedan, ieri l’ISIS ha colpito con un razzo un silos di grano della agenzia di stato turca TMO. Poi hanno sparato sulla Turchia colpi di mortaio. Che cosa significa tutto questo?

Se avessero sparato un solo colpo verso la Turchia, la Turchia avrebbe scatenato l’inferno. Le loro perdite sono in aumento. Non penso che volevano colpire scientemente la Turchia. Era solo un razzo. Una volta che l’hai lanciato non lo puoi più controllare. Con i mortai è la stessa cosa. Ma anche in questo caso, quando un territorio subisce un attacco c’è sempre una risposta. Invece la Turchia non ha fatto una piega. Mica hanno chiesto “perché mai i vostri mortai stanno colpendo il nostro territorio?” L’ISIS non avrebbe mai colpito scientemente il suo partner.

Quanta parte della città è sotto il controllo dell’ISIS? C’è preoccupazione nella popolazione civile?

Di fatto a ovest sono fuori della città. A sud sono penetrati appena nelle ultime case, una zona che non è realmente parte della città, ma che fa parte del villaggio di Memîdê e non della città. A est invece sono entrati in città. Cioè circa il 30-35% della città.

Parliamo delle incursioni aeree della coalizione contro l’ISIS. C’è qualche sorta di coordinamento tra voi e la coalizione? Quali sono gli effetti degli attacchi aerei sulla lotta contro l’ISIS?

La verità è che nei primi giorni dell’attacco alla città non c’è stato nessun aiuto. Se avessero dato il loro appoggio nei primi giorni come hanno fatto in seguito, l’ISIS non sarebbe arrivato in città. Per i primi 15-20 giorni non c’è stato nessun aiuto da parte della coalizione costituitasi per combattere l’ISIS. Ma negli ultimi 10 giorni hanno avuto un ruolo importante. Stanno svolgendo un lavoro importante in coordinamento con le YPG. Stanno operando con grande attenzione. Fino ad ora non c’è stata confusione o pasticci.

Ma non ci sono stati casi di civili e di combattenti delle YPG colpiti dagli aerei della coalizione, come sostengono alcune fonti?

Quanto sostenuto da alcune fonti televisive riguardo ad un civile ucciso ed a combattenti delle YPG colpiti, non risulta corretto. Fino ad ora nessun civile è morto a causa dei bombardamenti aerei né ci sono stati nostri combattenti colpiti. In tutti gli attacchi aerei sono stati colpiti obiettivi ISIS con grande precisione e con grande livello di coordinamento. Di fatto nelle aree controllate dall’ISIS non ci sono più abitanti e quindi nemmeno morti tra i civili. Fino ad oggi gli aerei della coalizione hanno lavorato con grande cura e possiamo dire con successo. E li ringraziamo sia per la collaborazione con noi che per la grande attenzione che hanno dimostrato. Hanno dato un grosso colpo all’ISIS e tutto questo continua.

E’ dunque possibile cacciare l’ISIS da Kobanê solo con le operazioni aeree?

Fino ad un certo punto le operazioni aeree portano dei vantaggi. Loro sono stati colpiti duramente. Ma le forze che ottengono i risultati reali sono quelle di terra. Lo abbiamo detto fin dall’inizio. Se la coalizione che è stata formata contro l’ISIS vuole distruggerli occorre che fornisca armi alle forze che combattono sul terreno. E queste forze sul terreno sono le YPG e le YPJ. Occorre lavorare su questa possibilità. Dovrebbe essere possibile per noi ricevere rinforzi da fuori. Ma la Turchia non lo permette. Infatti siamo circondati. Occorre aprire un corridoio ufficiale per coloro che vogliono unirsi a noi nella lotta. Un corridoio dove possano passare armi e munizioni. Siamo noi che stiamo già combattendo. E non lo facciamo male. Ci sono anche alcuni gruppi del Libero Esercito di Siria che stanno operando con noi. Abbiamo insieme costituito il Burkan el-Firat, il centro operativo unitario. E l’ISIS ha perso 10 miliziani. Questa è una potenzialità per una forza comune di Arabi e Curdi. Ma comunque nessuno ci aiuta. Bisogna che la coalizione se ne renda conto. Non hanno fatto per noi quello che hanno fatto per i Peshmerga nel Kurdistan meridionale. Quando a sud sono iniziate le operazioni aeree, ci sono stati anche gli approvvigionamenti di armi. Per questa ragione hanno conquistato terreno. Noi continueremo a resistere con le nostre forze ma se si vuole davvero sconfiggere l’ISIS allora occorre che ci aiutino. Questa è una delle condizioni per sconfiggere l’ISIS. Bisogna aprire un corridoio. Bisogna fare pressioni sulla Turchia perché apra un corridoio ufficiale.

C’è una data in cui potrete dire di aver buttato l’ISIS fuori da Kobanê?

Non ci siamo dati nessuna data ma la vittoria è vicina. Ora siamo passati ad una nuova fase. Stiamo indebolendo l’ISIS con diversi passaggi e con tattiche che li metteranno fuori combattimento. Kobanê non è come gli altri posti. Così come loro pensano di spezzare la nostra volontà a Kobanê noi avremo invece il nostro più grande successo. Qui proclameremo la vera libertà.

E la resistenza iniziata lungo il confine nord? Quali conseguenze ha avuto la loro azione?

Quando 3-4 mesi fa iniziarono gli attacchi, il nostro popolo del Nord Kurdistan in particolare ha sopportato un grande sacrificio. Non solo hanno sostenuto il nostro morale ma ci hanno anche dato sostegno. Molti giovani del nord hanno scavalcato le recinzioni di confine per venire a Kobanê ed unirsi alla resistenza. Ed ora sono con noi. Ma più di recente l’intero popolo del nord ha dimostrato una resistenza ancora più grande. Anche le azioni nel sud e nell’est del Kurdistan ed in Europa sono stati un grande balsamo per il morale. Ci hanno fatto capire che non siamo soli. L’intero Kurdistan ha dimostrato ancora una volta di essere con noi. E questo veramente ci ha dato maggiore responsabilità. Ringraziamo tutti coloro che ci hanno dato sostegno. Ancora una volta ci inchiniamo con rispetto verso coloro che sono morti da martiri nel nord e nella Rojhilat (est) durante le azioni del nostro popolo. Li rispettiamo per essere stati dei resistenti fino al martirio a Kobanê. Li consideriamo i nostri martiri della resistenza di Kobanê. Ringraziamo chiunque ci ha sostenuto ancora una volta ed affermiamo che questa resistenza ha bisogno di proseguire. Ogni giovane del Kurdistan del nord dovrebbe partecipare alla resistenza a Kobanê. Anche i giovani di Kobanê dovrebbero ritornare in città ed assumersi le responsabilità per la loro terra. Dovrebbero fare di tutto per ritornare qui a difendere Kobanê.

Cosa aggiungere in conclusione?

Sappiano coloro i quali immaginano che noi abbandoneremo Kobanê, che noi non retrocederemo mai da Kobanê. Possa cascare il mondo e scomparire tutti noi, ma non abbandoneremo mai Kobanê.

Traduzione a cura di FdCA-Ufficio Relazioni Internazionali da The Rojava Report:
Related Link: http://rojavareport.wordpress.com/2014/10/17/interview-with-ypg-commander-isis-has-lost-in-kobane/
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A – I n f o s Notiziario Fatto Dagli Anarchici
Per, gli, sugli anarchici

Rojava e Kobane come la Spagna del ’36 ( David Graeber)

Nel 1937, mio padre si arruolò volontario per combattere nelle Brigate Internazionali in difesa della Repubblica Spagnola. Quello che sarebbe stato un colpo di Stato fascista era stato temporaneamente fermato da un sollevamento dei lavoratori, condotto da anarchici e socialisti, e nella maggior parte della Spagna ne seguì una genuina rivoluzione sociale che portò intere città sotto il controllo di sistemi di democrazia diretta, le fabbriche sotto la gestione operaia e le donne ad assumere sempre più potere.

I rivoluzionari spagnoli speravano di creare la visione di una società libera cui il mondo intero avrebbe potuto ispirarsi. Invece, i poteri mondiali dichiararono una politica di “non intervento” e mantennero un rigoroso embargo nei confronti della repubblica, persino dopo che Hitler e Mussolini, apparenti sostenitori di tale politica di “non intervento”, iniziarono a fare affluire truppe e armi per rinforzare la fazione fascista. Ne risultarono anni di guerra civile terminati con la soppressione della rivoluzione e con uno dei più sanguinosi massacri del secolo.

Non avrei mai pensato di vedere, nel corso della mia vita, la stessa cosa accadere nuovamente. Ovviamente, nessun evento storico accade realmente due volte. Ci sono infinite differenze fra quello che accadde in Spagna nel 1936 e quello che sta accadendo ora in Rojava, le tre province a larga maggioranza curda nel nord della Siria. Ma alcune delle somiglianze sono così stringenti e così preoccupanti che credo sia un dovere morale per me, cresciuto in una famiglia le cui idee politiche furono in molti modi definite dalla Rivoluzione spagnola, dire: non possiamo fare sì che tutto ciò finisca ancora una volta allo stesso modo.

La regione autonoma del Rojava, così come esiste oggi, è uno dei pochi raggi di luce – un raggio di luce molto luminoso, a dire il vero – a emergere dalla tragedia della Rivoluzione siriana. Dopo aver scacciato gli agenti del regime di Assad nel 2011, nonostante l’ostilità di quasi tutti i suoi vicini, il Rojava non solo ha mantenuto la sua indipendenza, ma si è configurato come un considerevole esperimento democratico. Sono state create assemblee popolari che costituiscono il supremo organo decisionale, consigli che rispettano un attento equilibrio etnico (in ogni municipalità, per esempio, le tre cariche più importanti devono essere ricoperte da un curdo, un arabo e un assiro o armeno cristiano, e almeno uno dei tre deve essere una donna), ci sono consigli delle donne e dei giovani, e, in un richiamo degno di nota alle Mujeres Libres della Spagna, c’è un’armata composta esclusivamente da donne, la milizia “YJA Star” (l’”Unione delle donne libere”, la cui stella nel nome si riferisce all’antica dea mesopotamica Ishtar), che ha condotto una larga parte delle operazioni di combattimento contro le forze dello Stato Islamico.

Come può qualcosa come tutto questo accadere ed essere tuttavia perlopiù ignorato dalla comunità internazionale, persino, almeno in gran parte, dalla sinistra internazionale? Principalmente, sembra, perché il partito rivoluzionario del Rojava, il PYD, lavora in alleanza con il turco Partito Curdo dei Lavoratori (PKK), un movimento combattente marxista impegnato sin dagli anni Settanta in una lunga guerra contro lo Stato turco. La Nato, gli Stati Uniti e l’Unione Europea lo classificano ufficialmente come “organizzazione terroristica”. Nel frattempo, l’opinione di sinistra lo descrive spesso come Stalinista.

Ma, in realtà, il PKK non assomiglia neppure lontanamente al vecchio, organizzato verticalmente, partito Leninista che era una volta. La sua evoluzione interna, e la conversione intellettuale del suo fondatore, Abdullah Ocalan, detenuto in un’isola-prigione turca dal 1999, lo hanno condotto a cambiare radicalmente i propri scopi e le proprie tattiche.

Il PKK ha dichiarato che esso non cerca nemmeno più di creare uno Stato curdo. Invece, ispirato in parte dalla visione dell’ecologista sociale e anarchico Murray Bookchin, ha adottato una visione di “municipalismo libertario”, invitando i curdi a formare libere comunità basate sull’autogoverno, basate sui principi della democrazia diretta, che si federeranno tra loro aldilà dei confini nazionali – che si spera che col tempo diventino sempre più privi di significato. In questo modo, suggeriscono i curdi, la loro lotta potrebbe diventare un modello per un movimento globale verso una radicale e genuina democrazia, un’economia cooperativa e la graduale dissoluzione dello stato-nazione burocratico.

A partire dal 2005 il PKK, ispirato dalla strategia dei ribelli zapatisti in Chiapas, ha dichiarato un cessate il fuoco unilaterale nei confronti dello Stato turco e ha iniziato a concentrare i propri sforzi nello sviluppo di strutture democratiche nei territori di cui già ha il controllo. Alcuni si sono chiesti quanto realmente sinceri siano questi sforzi. Ovviamente, elementi autoritari rimangono. Ma quello che è successo in Rojava, dove la Rivoluzione siriana ha dato ai curdi radicali la possibilità di condurre tali esperimenti su territori ampi e confinanti fra loro, suggerisce che tutto ciò è tutt’altro che un’operazione di facciata. Sono stati formati consigli, assemblee e milizie popolari, le proprietà del regime sono state trasformate in cooperative condotte dai lavoratori – e tutto nonostante i continui attacchi dalle forze fasciste dell’ISIS. Il risultato combacia perfettamente con ogni definizione possibile di “rivoluzione sociale”. Nel Medio Oriente, almeno, tali sforzi sono stati notati: particolarmente dopo che il PKK e le forze del Rojava per combattere efficacemente e con successo nei territori dell’ISIS in Iraq per salvare migliaia di rifugiati Yezidi intrappolati sul Monte Sinjar dopo che le locali milizie peshmerga avevano abbandonato il campo di battaglia. Queste azioni sono state ampiamente celebrate nella regione, ma, significativamente, non fecero affatto notizia sulla stampa europea o nord-americana.

Ora, l’ISIS è tornato, con una gran quantità di carri armati americani e di artiglieria pesante sottratti alle forze irachene, per vendicarsi contro molte di quelle stesse milizie rivoluzionarie a Kobané, dichiarando la loro intenzione di massacrare e ridurre in schiavitù – si, letteralmente ridurre in schiavitù – l’intera popolazione civile. Nel frattempo, l’armata turca staziona sui confini, impedendo che rinforzi e munizioni raggiungano i difensori, e gli aeroplani americani ronzano sopra la testa compiendo occasionali, simbolici bombardamenti dall’effetto di una puntura di spillo, giusto per poter dire che non è vero che non fanno niente contro un gruppo in guerra con i difensori di uno dei più grandi esperimenti democratici mondiali.

Se oggi c’è un analogo dei Falangisti assassini e superficialmente devoti di Franco, chi potrebbe essere se non l’ISIS? Se c’è un analogo delle Mujeres Libres di Spagna, chi potrebbero essere se non le coraggiose donne che difendono le barricate a Kobané? Davvero il mondo – e questa volta, cosa più scandalosa di tutte, la sinistra internazionale, si sta rendendo complice del lasciare che la storia ripeta se stessa?

Traduzione da : http://www.theguardian.com/commentisfree/2014/oct/08/why-world-ignoring-revolutionary-kurds-syria-isis

Anarchia è la filosofia della Tollerenza (di Camillo Berneri)

La coscienza relativistica della verità e del bene, se porta a guardare le cose da un angolo visuale più largo e conduce, quindi alla tolleranza, porta ad un pericolo: lo scetticismo. Minaccia di indebolire la molla dell’azione, specie di quella implicante il sacrificio. Bianco o nero: bisognerebbe vedere così, per lottare senza incertezze; per dare alla nostra volontà una direzione rettilinea. Ma questa posizione non è possibile nella nostra epoca, in cui lo spirito critico s’è affilato e in cui la vita è complessa; per l’incrociarsi delle varie correnti ideologiche e trasmutare di valori morali, per il poliedrico aspetto dei problemi di vita politica, economica, sociale.

La tolleranza, del resto, non implica scettica valutazione della vita; dubbio sui fini e sui metodi. E non giustifica il ritrarsi egoistico dell’opera comune. Né implica tolstoiana rinuncia alla violenza.

Tolleranza vale: coscienza del processo relativistico della verità, che non è un quid assoluto anteposto all’errore, ma il passaggio da una ad un’altra verità; un divenire. La verità è un momento dell’errore, e viceversa. La verità, quindi, non è A o B, ma la negazione di uno dei due termini, per il principio di contraddizione. Processo di negazione – affermazione che costituisce il progresso intellettuale. Ma tutto questo vale nella metafisica. Nella vita vi sono delle verità assolute come sono quelle che rampollano dal sentimento. Sono quelle ragioni che la ragione non conosce, delle quali ci parla il Pascal. Nella vita la verità è ciò che si crede vero. E’ ciò che serve di punto di appoggio alla ragione, di stimolo e di conforto al sentimento; di leva all’azione. Verità è per me, ad esempio, il dovere della ribellione contro l’ingiustizia sociale e l’oppressione politica. Di questa verità sono certo, perché ne sento l’impeto e la bellezza.

La tolleranza ha, dunque, due piani di possibilità: quello intellettuale e quello morale. Quanto al primo è tollerante colui che conoscendo il valore dello scambio di idee, della loro fusione o contrasto, non respinge aprioristicamente le ideologie altrui, ma si accosta ad esse e tenta penetrarle; per trarne ciò che vi è di buono. Questa tolleranza è abbastanza frequente fra le persone colte e chi prova l’assillo del pensiero riesce ad acquistarne l’ambito. La naturale conseguenza di questa tolleranza sarà il rispetto per qualsiasi espressione di qualsiasi credo religioso, filosofico, estetico.

Quanto al secondo è tollerante colui che, pur avendo fede in un gruppo di principi e sentendo profondamente la passione di parte, comprende che altri, per il loro carattere, per l’ambiente in cui vivono, per l’educazione ricevuta, ecc., non partecipa alla sua fede e alla sua passione. La distinzione tra il male e il malvagio, tra la tirannide e gli oppressori è scolastica, e chi concepisce la vita come lotta per il bene e per la libertà deve combattere coloro che intralciano la sua opera di redenzione. Ma il suo spirito, pur negando come formalistica la distinzione sopracennata nei riguardi del problema morale dell’azione, giunge a combattere senza l’odio bruto che non sa la pietà e non aspira ad un mondo in cui la violenza non sia più necessaria.

Tolleranza, dunque, non è scetticismo intellettuale né apatia morale.

Parrà ad alcuno che, dati i tempi che corrono e data la nostra condizione di vinti, sia inutile e fors’anche fuori di luogo il trattare della tolleranza. Mi pare, invece, proprio questo il momento opportuno. L’intolleranza degli altri ci mostra la sua faccia briaca. Guardiamola, prima che la bufera trascini anche noi.

I fascisti che bruciano i giornali di opposizione sono, per lo più quegli stessi sovversivi che non leggevano che i giornali del proprio partito e ci giuravano sopra.

I fascisti che fanno a pezzi le bandiere rosse sono, per lo più, quelli che non volevano che i preti suonassero le campane, che disturbavano le processioni, che offendevano gli ufficiali, ecc. Là dove l’ineducazione sovversiva era maggiore il fascismo s’è sviluppato prima e più largamente. Perché l’intolleranza della violenza spicciola è il portato della miseria e grettezza intellettuale e di una scarsa e deviata sensibilità morale.

Che cosa hanno fatto i dirigenti dei partiti di sinistra per combattere l’intolleranza bruta? Ben poco. Erano quasi tutti tribuni.

E il tribuno è il servo della folla.

L’intolleranza cieca e brutale ha disperso in mille sensi l’energia aggressiva delle avanguardie. Invece di concentrarsi sui punti vitali delle difese borghesi e statali s’è divisa e suddivisa in piccole azioni sporadiche. Piccoli fuochi di paglia, bastanti a svegliare il cane di guardia ed insufficienti a dar fuoco alla casa. Bisogna che i rivoluzionari coscienti non si lascino intenerire dalle violenze inutili, dalle malvagità. La rivoluzione è una guerra, e chi l’accetta non può perdersi dietro all’episodio singolo. Ma in un periodo pre-rivoluzionario è necessario che la tolleranza dei coscienti costringa per quanto può la violenza acefala nei limiti di un’azione diretta contro nemici reali e in un periodo post-rivoluzionario è necessario che i tolleranti intervengano contro le inutili e vili rappresaglie, che servirebbero di rpetesto alla dittatura.

Anche riguardo alla tolleranza il giusto morale e l’utile politico concordano.

E a svolgere quest’azione di tolleranza, con la propaganda e con la forza, dobbiamo essere noi. I comunisti hanno una mentalità domenicano-giacobina, i socialisti riformisti sono dei De Amicis che si perdono in un impotente sentimentalismo. Noi possiamo abbinare la violenza e la pietà, in quell’amore per la libertà che ci caratterizza politicamente ed individualmente.

La tolleranza è un concetto squisitamente nostro, quando non si intenda con questo termine il menefreghismo.

L’anarchia è la filosofia della tolleranza.

La pietà verso chi delinque è il substrato della nostra negazione del diritto penale.

Il nostro internazionalismo è basato sul principio della possibilità di pacifica convivenza di vari gruppi etnici aventi una lingua, una storia, usi, costumi diversi. Così la nostra concezione di assoluta libertà di stampa, di parola, d’insegnamento è basata sulla convinzione che non siano dannose varie e contrastanti correnti di pensiero, quando queste si correggano reciprocamente nel libero gioco della loro concorrenza. Anche nel campo economico, la nostra tolleranza si afferma, riguardo all’artigianato di fronte alla grande industria, alla piccola proprietà rurale di fronte all’agricoltura collettiva. Noi siamo i liberisti del socialismo appunto per questa fiducia nella possibilità di fusione degli estremi, di soluzione armonica degli opposti. E per il senso dinamico della vita, che alla rigida uniformità ci fa preferire l’infinita varietà e negli uomini e nelle cose.

La nostra intolleranza (violenza) è concepita e sentita come condizione necessaria della più ampia tolleranza. Respinta la società dal campo delle competizioni egoistiche, e tragiche per la loro necessità, in quello più ampio dei contrasti ideologici, spirituali, noi crediamo sarà realizzata quella città che oggi pare utopistica: la città del buon accordo.

Non si uccide per un pezzo di pane tra satolli. Non si ucciderà per dissidi ideali in una società che assicura il benessere materiale, che non minaccia la vita dei suoi membri, che permette loro di raggiungere quel livello spirituale, a cui siamo giunti fino da ora quasi tutti, all’altezza del quale la violenza ripugna e il rispetto è possibile.

Le lotte religiose furono sanguinose in secoli di miseria e di tenebre. Oggi non lo sono più. E là dove lo sono, come nell’Irlanda e nell’India, al fanatismo s’innesta determinante ambientale del primo, la ragione economica; sotto forme politico-sociali.

L’anarchia non sarà la società dell’armonia assoluta, ma la società della tolleranza.

Ma l’anarchia, come ammoniva giustamente il Fabbri, non diviene per una specie di fatalità storica. Diverrà se la vorremo, fin d’ora, con chiarezza di pensiero e costanza di volontà. Se la costruiremo in noi e negli altri, giorno per giorno: con la propaganda e con l’azione nella quale dovrebbe avere il primo posto l’esempio di coerenza.

E a proposito di coerenza credo che sia un nostro pericolo quello dell’intolleranza della tolleranza. Non è un bisticcio di parole. In quest’errore è caduto il Rousseau quando nel Contratto sociale scrive: «Bisogna senza pietà bandire dalla Repubblica tutti i settarii che dicono: non v’è salvezza fuori dalla nostra chiesa; perché siffatta intolleranza in materia di dogma porta con sé necessariamente l’intolleranza in materia civile, l’ineguaglianza, l’ingiustizia e le discordie. Lo Stato non dovrà accettare fra i suoi membri, che quelli che aderiranno a questo Credo morale e sociale; esso punirà con le più gravi pene, anche con la morte, chiunque, dopo averlo accettato, lo rinnegherà con la parola o con la condotta».

Nessuno di noi arriverebbe a questo punto. Ma su questa strada alcuni ci sono, specie per quanto riguarda la religione.

Ci sono delle persone religiose che nutrono simpatia per il nostro programma politico-sociale, ma che arrivano ad esso partendo da presupposti di carattere etico-religioso. Ebbene io dubito che esse potrebbero, senza trovarsi a disagio, far parte della nostra famiglia politica. Esse sarebbero intolleranti, riguardo alla religione. Vale a dire non si conformerebbe all’ateismo della maggioranza e cercherebbero di convertire il maggior numero di compagni. Io credo che in questo non ci sarebbe gran che di male. Perché convertirebbero pochi e quei pochi rimarrebbero, se lo sono, dei buoni compagni.

A questo punto qualcuno protesterà. E’ per quelli che non sono d’accordo con me che ho scritto questo articolo.

1924.

Obama Vuole Sconfiggere Isis, ma non Molto

Pulgarías

[Di Kevin Carson. Originale pubblicato su Center for a Stateless Society il 30 agosto 2014 con il titolo Obama Wants to Defeat ISIS — But Not That Badly. Traduzione di Enrico Sanna.]

Guerriglieri dell”Isis

L’amministrazione Obama ha recentemente annunciato una politica di intervento limitato in Iraq, con l’uso di droni per allontanare la possibilità che Isis conquisti i territori autonomi curdi. Il principale alleato americano è il governo regionale curdo di Massoud Barzani. Gli aiuti americani contro Isis si limitano alle regioni curde in Iraq.

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