Mafia Capitale, madri omicide e l’ipocrita furia popolare

Uno dei pilastri della vulgata psicologica è che di solito si odia negli altri quello che siamo noi stessi. Detto in parole semplici puntiamo il dito con livore su ciò che ci turba così profondamente perché ci fa paura, perché ci assomiglia. Che l’essere umano abbia parti buie, inconsce, scandalose e schifose non è un mistero: ce l’ha insegnato il nazismo. Gli spettatori spesso sono complici perché non è dato spettacolo senza pubblico. Ho visto le interviste su Carminati a giovani e imprenditori di Ponte Milvio a Piazza Pulita: tutti sapevano, qualcuno usufruiva di servigi, tutti tacevano. Ma il popolo bue urla contro la classe dirigente, la stessa che ha votato. Di cosa parliamo? Sei schiavo e complice ogni giorno ma ti fa comodo, dopo che gli altri scoperchiano la merda, punti il dito. Lo stesso vale per chi riempie di urla forcaiole la presunta assassina di Loris, la madre. Medea e i drammi greci ci avevano insegnato che la maternità è ambiguità, Freud e psicanalisti ne hanno scritto all’infinito. In tutte le mitologie esiste l’archetipo della grande Madre di vita e di morte: Ecate per i greci. L’utero materno può dare la vita ma anche inglobare il figlio in nevrosi, lacci e lacciuoli che lo uccidono. Inoltre esiste un male: la depressione, sottovalutato, denigrato e rimosso dalla società perché il depresso da pena solo quando s’ammazza, schifo nel quotidiano. Alleggerirsi dal peso della responsabilità individuale del menefreghismo quotidiano non esorcizza né la corruzione né gli omicidi. Ma fa molto comodo ad una pletora di narcisisti giudicanti, vuoti, senza orrore di se stessi perché troppo presi a guardare nel l’abisso altrui. Un’alternativa alla morbosità dell’urlo e del chiacchiericcio morboso e pornografico c’è: capire. Se non si comprendono le cause di un evento, esso si riproporrà nei secoli dei secoli. Amen:)

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