Perché e come il fascismo vinse di Errico Malatesta

L’anarchico campano fu uno dei pochi, sia in campo rivoluzionario che in campo riformista, a comprendere la vera essenza del fenomeno autoritario in atto. Ecco due suoi scritti, rispettivamente del 1922 e del 1923.

Mussolini al potere

A coronamento di una lunga serie di delitti, il fascismo si è infine insediato al governo.

E Mussolini, il duce, tanto per distinguersi, ha cominciato col trattare i deputati al parlamento come un padrone insolente tratterebbe dei servi stupidi e pigri.

Il parlamento, quello che doveva essere “il palladio della libertà”, ha dato la sua misura.

Questo ci lascia perfettamente indifferenti. Tra un gradasso che vitupera e minaccia, perché si sente al sicuro, ed una accolita di vili che pare si delizi nella sua abiezione, noi non abbiamo da scegliere. Constatiamo soltanto – e non senza vergogna – quale specie di gente è quella che ci domina ed al cui giogo non riusciamo a sottrarci.

Ma qual è il significato, quale la portata, quale il risultato probabile di questo nuovo modo di arrivare al potere in nome ed in servizio del re, violando la costituzione che il re aveva giurato di rispettare e di difendere?

A parte le pose che vorrebbero parere napoleoniche e non sono invece che pose da operetta, quando non sono atti da capobrigante, noi crediamo che in fondo non vi sarà nulla di cambiato, salvo per un certo tempo una maggiore pressione poliziesca contro i sovversivi e contro i lavoratori. Una nuova edizione di Crispi e di Pelloux è sempre la vecchia storia del brigante che diventa gendarme!

La borghesia, minacciata dalla marea proletaria che montava, incapace a risolvere i problemi fatti urgenti dalla guerra, impotente a difendersi coi metodi tradizionali della repressione legale, si vedeva perduta ed avrebbe salutato con gioia un qualche militare che si fosse dichiarato dittatore ed avesse affogato nel sangue ogni tentativo di riscossa. Ma in quei momenti, nell’immediato dopoguerra, la cosa era troppo pericolosa, e poteva precipitare la rivoluzione anziché abbatterla. In ogni modo, il generale salvatore non venne fuori, o non ne venne fuori che la parodia. Invece vennero fuori degli avventurieri che, non avendo trovato nei partiti sovversivi campo sufficiente alle loro ambizioni ed ai loro appetiti, pensarono di speculare sulla paura della borghesia offrendole, dietro adeguato compenso, il soccorso di forze irregolari che, se sicure dell’impunità, potevano abbandonarsi a tutti gli eccessi contro i lavoratori senza compromettere direttamente la responsabilità dei presunti beneficiari delle violenze commesse. E la borghesia accetta, sollecita, paga il loro concorso: il governo ufficiale, o almeno una parte degli agenti del governo, pensa a fornir loro le armi, ad aiutarli quando in un attacco stavano per avere la peggio, ad assicurar loro l’impunità ed a disarmare preventivamente coloro che dovevano essere attaccati.

I lavoratori non seppero opporre la violenza alla violenza perché erano stati educati a credere nella legalità, e perché, anche quando ogni illusione era diventata impossibile e gli incendi e gli assassinii si moltiplicavano sotto lo sguardo benevolo delle autorità, gli uomini in cui avevano fiducia predicarono loro la pazienza, la calma, la bellezza e la saggezza di farsi battere “eroicamente” senza resistere – e perciò furono vinti ed offesi negli averi, nelle persone, nella dignità, negli affetti più sacri.

Forse, quando tutte le istituzioni operaie erano state distrutte, le organizzazioni sbandate, gli uomini più invisi e considerati più pericolosi uccisi o imprigionati o comunque ridotti all’impotenza, la borghesia ed il governo avrebbero voluto mettere un freno ai nuovi pretoriani che oramai aspiravano a diventare i padroni di quelli che avevano serviti. Ma era troppo tardi. I fascisti oramai sono i più forti ed intendono farsi pagare ad usura i servizi resi. E la borghesia pagherà, cercando naturalmente di ripagarsi sulle spalle del proletariato.

In conclusione, aumentata miseria, aumentata oppressione.

In quanto a noi, non abbiamo che da continuare la nostra battaglia, sempre pieni di fede, pieni di entusiasmo.

Noi sappiamo che la nostra via è seminata di triboli, ma la scegliemmo coscientemente e volontariamente, e non abbiamo ragione per abbandonarla. Così sappiano tutti coloro i quali hanno senso di dignità e pietà umana e vogliono consacrarsi alla lotta per il bene di tutti, che essi debbono essere preparati a tutti i disinganni, a tutti i dolori, a tutti i sacrifici.

Poiché non mancano mai di quelli che si lasciano abbagliare dalle apparenze della forza ed hanno sempre una specie di ammirazione segreta per chi vince, vi sono anche dei sovversivi i quali dicono che “i fascisti ci hanno insegnato come si fa la rivoluzione”.

No, i fascisti non ci hanno insegnato proprio nulla.

Essi hanno fatto la rivoluzione, se rivoluzione si vuol chiamare, col permesso dei superiori ed in servizio dei superiori.

Tradire i propri amici, rinnegare ogni giorno le idee professate ieri, se così conviene al proprio vantaggio, mettersi al servizio dei padroni, assicurarsi l’acquiescenza delle autorità politiche e giudiziarie, far disarmare dai carabinieri i propri avversari per poi attaccarli in dieci contro uno, prepararsi militarmente senza bisogno di nascondersi, anzi ricevendo dal governo armi, mezzi di trasporto ed oggetti di casermaggio, e poi esser chiamato dal re e mettersi sotto la protezione di dio… è tutta roba che noi non potremmo e non vorremmo fare. Ed è tutta roba che noi avevamo preveduto che avverrebbe il giorno in cui la borghesia si sentisse seriamente minacciata.

Piuttosto l’avvento del fascismo deve servire di lezione ai socialisti legalitari, i quali credevano, e ahimè! credono ancora, che si possa abbattere la borghesia mediante i voti della metà più uno degli elettori, e non vollero crederci quando dicemmo loro che se mai raggiungessero la maggioranza in parlamento e volessero – tanto per fare delle ipotesi assurde – attuare il socialismo dal parlamento, ne sarebbero cacciati a calci nel sedere!

Errico Malatesta

(“Umanità Nova”, 25 novembre 1922)

Perché il fascismo vinse

La forza materiale può prevalere sulla forza morale, può anche distruggere la più raffinata civiltà se questa non sa difendersi con mezzi adatti contro i ritorni offensivi della barbarie.

Ogni bestia feroce può sbranare un galantuomo, fosse anche un genio, un Galileo o un Leonardo, se questi è tanto ingenuo da credere che può frenare la bestia mostrandole un’opera d’arte o annunziandole una scoperta scientifica.

Però la brutalità difficilmente trionfa, ed in tutti i casi i suoi successi non sono stati mai generali e duraturi, se non riesce ad ottenere un certo consenso morale, se gli uomini civili la riconoscono per quella che è, e se anche impotenti a debellarla ne rifuggono come da cosa immonda e ripugnante.

Il fascismo che compendia in sé tutta la reazione e richiama in vita tutta l’addormentata ferocia atavica, ha vinto perché ha avuto l’appoggio finanziario della borghesia grassa e l’aiuto materiale dei vari governi che se ne vollero servire contro l’incalzante minaccia proletaria; ha vinto perché ha trovato contro di sé una massa stanca, disillusa e fatta imbelle da una cinquantenaria propaganda parlamentaristica; ma soprattutto ha vinto perché le sue violenze e i suoi delitti hanno bensì provocato l’odio e lo spirito di vendetta degli offesi ma non hanno suscitato quella generale riprovazione, quella indignazione, quell’orrore morale che ci sembrava dovesse nascere spontaneamente in ogni animo gentile.

E purtroppo non vi potrà essere riscossa materiale se prima non v’è rivolta morale.

Diciamolo francamente, per quanto sia doloroso il constatarlo. Fascisti ve ne sono anche fuori del partito fascista, ve ne sono in tutte le classi ed in tutti i partiti: vi sono cioè dappertutto delle persone che pur non essendo fascisti, pur essendo antifascisti, hanno però l’anima fascista, lo stesso desiderio di sopraffazione che distingue i fascisti.

Ci accade, per esempio, d’incontrare degli uomini che si dicono e si credono rivoluzionari e magari anarchici i quali per risolvere una qualsiasi questione affermano con fiero cipiglio che agiranno fascisticamente, senza sapere, o sapendo troppo, che ciò significa attaccare, senza preoccupazione di giustizia, quando si è sicuri di non correr pericolo, o perché si è di molto il più forte, o perché si è armato contro un inerme, o perché si è in più contro uno solo, o perché si ha la protezione della forza pubblica, o perché si sa che il violentato ripugna alla denunzia – significa insomma agire da camorrista e da poliziotto. Purtroppo è vero, si può agire, spesso si agisce fascisticamente senza aver bisogno d’iscriversi tra i fascisti: e non sono certamente coloro che così agiscono, o si propongono di agire fascisticamente, quelli che potranno provocare la rivolta morale, il senso di schifo che ucciderà il fascismo.

E non vediamo gli uomini della Confederazione, i D’Aragona, i Baldesi, i Colombino, ecc., leccare i piedi dei governanti fascisti, e poi continuare ad essere considerati, anche dagli avversari politici, quali galantuomini e quali gentiluomini?

Queste considerazioni, che del resto abbiamo fatte tante volte, ci sono rivenute alla mente leggendo un articolo di “L’Etruria Nuova” di Grosseto, che ci siamo meravigliati di vedere compiacentemente riprodotto da “La Voce Repubblicana” del 22 agosto. È un articolo del “suo valoroso direttore”, il bravo Giuseppe Benci, il decano dei repubblicani della forte Maremma (tanto per servirci delle parole della “Voce”) il quale a noi è sembrato un documento di bassezza morale, che spiega perché i fascisti hanno potuto fare in Maremma quello che hanno fatto.

Sono note le gesta brigantesche dei fascisti nella sventurata Maremma. Là, più che altrove, essi hanno sfogato le loro passioni malvagie. Dall’assassinio brutale alle bastonature a sangue, dagli incendi e dalle devastazioni fino alle tirannie minute, alle piccole vessazioni che umiliano, agli insulti che offendono il senso di dignità umana, tutto essi hanno commesso senza conoscere limite, senza rispettare nessuno di quei sentimenti che, nonché essere condizione di ogni vivere civile, sono la base stessa dell’umanità in quanto è distinta dalla più infima bestialità.

E quel fiero repubblicano di Maremma parla loro in tono dimesso e li tratta da “gente di fede” e mendica per i repubblicani la loro sopportazione e quasi la loro amicizia, adducendo i meriti patriottici dei repubblicani stessi.

Egli “ammette che il governo (il governo fascista) ha il diritto di garantirsi il libero svolgimento della sua azione” e lascia intendere che quando i repubblicani andranno al potere faranno su per giù la stessa cosa. E protesta che “nessuno potrà ammettere che da noi (a Grosseto) il partito repubblicano abbia con qualsiasi atto tentato di ostacolare l’esperienza della parte dominante” e si vanta di “non aver per nulla intralciata l’azione del governo ritraendosi perfino dalle lotte elettorali per attendere che l’esperimento si compia. Cioè attendere che si compia l’esperimento di dominazione su tutta Italia da parte di quella gente che ha straziato la sua Maremma.

Se lo stato d’animo di quel signor Benci corrispondesse allo stato d’animo dei repubblicani e la sorte del governo fascista dovesse dipendere da loro, avrebbe ragione Mussolini quando dice che resterà al potere trent’anni. Vi potrebbe restare anche trecento.

Errico Malatesta

(“Libero Accordo”, 28 agosto 1923)

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