Conversazioni di Cura

Tutti noi, in modo più o meno consapevole, facciamo ricorso ai Bias Cognitivi per interpretare la realtà e il mondo che ci circonda. Ma cosa sono esattamente i Bias Cognitivi? Scopriamolo assieme in questa interessante chiacchierata del nostro Achille Saletti con la psicologa e blogger (Il Fatto Quotidiano, Huffington Post) e psicoterapeuta Barbara Collevecchio.

Oggi cadde Berlino. Assieme alla liberazione, gli stupri di massa

Oggi ricorre il 75° anniversario della liberazione di Berlino e della Germania dal Terzo Reich, da quel regime che noi tutti riteniamo a ben vedere “il Male totale”.  Ma in questa celebrazione ci sono vittime che non hanno mai avuto davvero voce: milioni di donne stuprate, il cui dolore è stato ingoiato, negato e mal studiato per anni. 

Chissà come era il cielo di Berlino quegli ultimi giorni, chissà se si poteva vedere bene, nascosti come si era nelle cantine dei palazzi, stipati e ammassati al buio, con il frastuono delle sirene, con il rumore dell’artiglieria, le urla in russo e in tedesco. Chissà come sarà stato uscire fuori durante l’assedio per procurarsi il cibo. Spesso non si riconoscevano più le strade perché erano crollati interi blocchi di palazzi, interi quartieri smembrati, strade irriconoscibili. Si faceva a turno, si lasciava la cantina o il rifugio e si usciva fuori per cercare acqua o un tozzo di pane. Allora la città che conoscevi non era più la stessa, ma un ammasso di rovine, spari, corpi trucidati, adolescenti smembrati nel tentativo di fermare “gli Ivan”, i Russi, che ormai da Tempelhof e altri quartieri erano entrati in città.

Esci come un topo dalla tua tana e vedi giovani impiccati agli alberi o pali, forse madri che li piangono come Cristi morti: giovani disertori, che non volevano arruolarsi per la battaglia finale e che fino alle ultime ore furono presi dalle SS e ammazzati lì per strada, esposti come vergogna. E chissà in quelle cantine quanti, tra i tanti che tremavano e pisciavano e si ammalavano e piangevano e imprecavano insieme, avevano aiutato la Gestapo ad arrestare un vicino che aveva nascosto il medico di famiglia o libraio ebreo del quartiere. Chissà come deve essere stato condividere lo spazio, la paura, e la rabbia, tra persone così diverse. Il signor Hermann che imprecava contro “i porci comunisti”, assieme al dottor Fritz che imprecava contro “i porci nazisti “ e quel “bastardo dello zoppo”, Goebbels, che ancora aveva il coraggio per radio e sui giornaletti di Propaganda di dire che la guerra non era finita, che il popolo tedesco avrebbe trionfato. 

E poi esci, è il tuo turno, le viscere si contraggono e sudi terrore. Forse tra cadaveri e fango e macerie, il tuo sguardo si ferma sulle pagine di un diario scritto a mano, occhiali rotti o il giocattolo di un bambino; forse ti fermi e quella frazione di secondo della tua vita diventa un varco di coscienza e ti ricordi di quando hai dovuto fingere di non essere iscritto ai sindacati comunisti e di odiare gli ebrei, forse una morsa alla gola ti farà capire che davanti a quelle macerie, a quel rogo, ai quei corpi, tu hai colpa. 

Perché sei stato zitto, perché avevi figli, perché avevi paura o perché in fondo, pensavi davvero che gli ebrei toglievano il lavoro ai tuoi ragazzi, o perché in fondo il feldmaresciallo del piano di sopra era tanto una brava persona, o perché, in fondo, così fan tutti. 

I berlinesi non erano dei grandi amanti di Hitler, Hitler odiava Berlino che era piena zeppa di spie, una città piena di locali gay e lesbo, di prostitute, gigolò, avventurieri, comunisti, anarchici, vagabondi, artisti. Tutti avevano preso e terrorizzato: iniziando dai quartieri comunisti fino ai locali della bella vita pieni di omosessuali. Ma le notti brave berlinesi erano continuate, in clandestinità o alla luce del sole, con i cabaret e il sesso, la sifilide e la cocaina, tanto amata anche dei gerarchi nazisti. 

Ora Berlino era una possente statua crollata, la famosa “Berolina”, che come un’Atena nordica sconfitta, non poteva più proteggere i suoi figli e figliastri. 

Gli “Ivan” erano entrati in città, “ che liberazione!” pensarono molti, altri si suicidavano per le strade combattendo follemente, altri, la maggior parte, restava nelle cantine. Ad aspettare.

Marta, Elga, Ruth, non solo solo nomi, ma alcune tra le due milioni di donne che gli storici sostengono siano state stuprate durante la liberazione della Germania dai nazisti. Molte di loro erano in quelle cantine con i figli piccoli, senza mariti perché in guerra. Ho letto alcune delle loro storie e visto documentari. Queste storie non sarebbero mai emerse se non fosse per altre donne che hanno vissuto di prima persona, raccontato e raccolto le loro storie. Due di loro sono Marta Dietschy-Hillers e Helke Sander .

La sera del 26 aprile 1945 i reparti dell’ottava Armata Rossa al comando del generale Vasilij Ivanovič Čujkov, si impadronirono dell’aeroporto di Tempelhof,  un quartiere di Berlino. Furono le prime unità che entrano in città. Il generale stabilì il suo quartier generale poco lontano dal quartiere situato in Manfred-von-Richthofen-Straße 13, dove abitava Marta Dietschy-Hillers che ha pubblicato i suoi diari di quei giorni. Un bestseller inizialmente anonimo: ”Una donna a Berlino. Diario Records dal 20 aprile al 22 giugno 1945″. Marta nel suo diario racconta la sua vita e quella dei suoi vicini di casa in cantina, quando ho vissuto a Berlino ho ripercorso quei luoghi non lontani dal mio stesso quartiere, una zona al confine tra Kreuzberg e Shoeneberg ( il famoso quartiere di gay e cabaret dove visse La Dietrich e poi Bowie). Scrive nel suo libro sui giorni nascosta in cantina:

“Siamo per lo più dell’alta e bassa borghesia, con una spolverata di lavoratori. Mi guardo intorno e faccio il punto della situazione. La prima è la moglie del panettiere, due guance rosse e paffute fasciate in un collare di pelle d’agnello. […] Il gobbo dottore in chimica della compagnia di bibite, accasciato sulla poltrona come uno gnomo. […] Erna e Henni del panificio, che restano con il loro datore di lavoro perché era impossibile per loro tornare a casa.

[…] il panettiere che è andato nel suo appezzamento di terreno per seppellire il suo argento (è l’unico nell’edificio con un biglietto rosso di III classe) […] Di fronte a me c’è un signore anziano, un uomo d’affari, avvolto in coperte e che suda febbrilmente. Accanto a lui c’è sua moglie, che parla con la “s” di Amburgo, e la loro figlia diciottenne, che chiamano Stinchen, con la stessa “s”. […] Il magro direttore delle poste in pensione e sua moglie […]. Anche l’ingegnere del terzo piano è assente, insieme alla moglie e al figlio”.

Marta, come moltissime altre donne che conosceva, fu stuprata dai soldati dell’Armata Rossa anche 15 volte di seguito e in gruppo, furono stuprate ragazzine di 10 anni, anziane, disabili e donne già incinte. Marta da giovane era stata comunista, aveva anche vissuto in Russia  nel settembre del ’31,  a Mosca. Nel maggio del 1936, sua madre fu rinchiusa in un ospedale psichiatrico per aver urlato invettive contro i nazisti. Il  25 giugno 1941 morì inaspettatamente. La causa ufficiale della morte fu l’insufficienza cardiaca. Non si sa se fosse vero o se fosse diventata vittima della politica di eutanasia dei nazisti.

Scrive ancora Marta:

“Was I for… or against? What’s clear is that I was there, that I breathed what was in the air, and it affected all of us even if we didn’t want it to.”

La sua visione della fine della guerra, il suo sguardo spietato, a volte cinico, sui suoi connazionali e la visione femminista furono in anticipo sui suoi tempi: quando il libro fu pubblicato in tedesco nel 1959 dalla piccola casa editrice di Helmut Kossodo, incontrò poca approvazione. Per anni le violenze sessuali subite dalle donne tedesche sono state messe a tacere o taciute per vergogna o per paura di delegittimare l’antinazismo e la denazificazione. La prima edizione del diario che è stata pubblicata negli Stati Uniti nel 1954 con il titolo “Una donna a Berlino” con la prefazione di Marek, in cui egli testimoniava l’autenticità del diario, invece andò benissimo. Seguirono presto altre traduzioni in dodici lingue .

Helke Sander , femminista tedesca, ha intervistato diverse donne tedesche che furono violentate a Berlino dai soldati sovietici nel maggio 1945. La maggior parte delle donne non ha mai parlato della loro esperienza con nessuno, soprattutto a causa della vergogna legata allo stupro nella cultura tedesca dell’epoca. Helke Sander documenta le gravidanze, gli aborti, i figli illegittimi che ne sono risultati, così come la rottura dei rapporti familiari, la stigmatizzazione che queste donne hanno subito, e la costrizione mentale e fisica che queste donne hanno subito all’epoca degli stupri e i trattati tra i tedeschi e i sovietici che non hanno mai parlato di risarcimenti per gli stupri. Intervista anche i soldati sovietici e tedeschi che hanno ammesso di aver violentato le donne durante la guerra. Sander utilizza filmati d’archivio, rievocazioni, testimonianze personali e commenti a voce alta per descrivere l’entità e il risultato degli stupri di guerra. Chiarisce inoltre che il suo lavoro è politicamente motivato a portare gli stupri di guerra all’attenzione dei comitati internazionali, sostenendo che gli stupri di guerra continuano ancora oggi. Il suo film ha convinto le Nazioni Unite a considerare lo stupro di guerra come un crimine di guerra: qui una sua bellissima intervista: “BEFreier und BeFreite”documentario tradotto in inglese “Liberators take liberties”. 

In “Crimini non detti: lo stupro di donne tedesche alla fine della seconda guerra mondiale”, la storica Miriam Gebhardt presenta ai lettori un resoconto dettagliato e accuratamente studiato dell’entità della violenza sessuale perpetrata dalle forze alleate contro le donne tedesche. La recente discussione si è concentrata principalmente sulle aggressioni commesse dalle truppe sovietiche, ma l’autrice sostiene che questo non rappresenta l’intero quadro.

Sono passati 75 anni, sono nati bambini da quegli stupri, tanto dolore è rimasto sepolto tra le macerie di Berlino, che oggi, 75 anni fa, cadeva inesorabilmente assieme ad un regime che aveva fatto della psicopatia, morale ed etica. Quelle donne, pur nella celebrazione, non vanno dimenticate. 

L’Italia incattivita, Trump, Salvini e l’archetipo del Bullo

Cosa significa crescere, diventare adulti? Per alcuni sviluppare la propria personalità e realizzarla nel mondo, con tutte le sue difficoltà e scogli da superare; per altri perdere un magico mondo autarchico in cui si è onnipotenti, in cui esistono fate e sirene. Per alcuni crescere, significa perdere la totipotenzialità adolescenziale, quella sensazione inebriante di invincibilità, di negazione del principio di realtà, di autorevolezza e, in fin dei conti, di negazione della morte.

Ognuno di noi sa benissimo quanto sia difficile passare dallo stato di adolescenti e bambini a quello di adulti, e quanto questo momento sia segnato dalla ribellione.PUBBLICITÀ  

Ribellarsi è giusto? Certo che lo è, ed è anche inevitabile e sano. Come possiamo diventare noi stessi se prima non uccidiamo metaforicamente i nostri genitori? Il problema sorge quando questo processo sano di ribellione si irrigidisce e dalla sana ribellione verso l’ottusità dell’autorità, ci si incancrenisce nel disprezzo cinico e regressivo nei confronti di tutto ciò che è invece, autorevole.

Tra autorevolezza e autorità c’è infatti una bella differenza: se spesso l’autorità si impone in modo rigido e violento, l’autorevolezza invece viene riconosciuta senza imposizioni. Questo processo quindi dipende molto dal tipo di genitori che abbiamo avuto. Se abbiamo subito genitori autoritari, il nostro adolescente interiore rischia di rimanere intrappolato in una risposta autodistruttiva che può portarci a diventare cinici, bulli, violenti, non fecondi.

Una ribellione, una insurrezione può avere un profondo senso psichico quando diventa nutriente, feconda, quando alla distruzione delle vecchie norme stantie, subentra la creazione. Non a caso la grande Emma Goldman diceva: “Se non posso ballare, non è la mia rivoluzione”.

Cosa c’entra tutto questo con lacerazione della nostra società e con la politica?

A oggi un po’ ovunque in Occidente, abbiamo due schieramenti principali: politici che usano una comunicazione da Bullo (Trump, Orban, Salvini, Grillo) i così chiamati Populisti o sovranisti e altri che vengono identificati nell’establishment.

I primi, quelli che io credo aderiscano all’archetipo del Bullo, cioè un Peter Pan irrigidito nel cinismo e rabbia contro i padri, riversano attraverso la loro propaganda nei social la loro personalissima “Isola che non c’è”: una tale quantità di rabbia non elaborata, di gogna verso i nemici e cinismo, da inflazionare l’inconscio collettivo, irrigidire le rappresentazioni sociali e diffondere un clima molto poco sano nel dibattito pubblico.

Quando viene risvegliato al livello sociale l’archetipo di Peter Pan, non significa solamente che tutta la società non vuole invecchiare, nega la morte, l’impegno e sogna di vivere in un’eterno godimento infantile. C’è un lato ancora più distruttivo dell’archetipo che è quello di sfociare in vendetta verso i padri cattivi, odio, cinismo come risposta al tradimento dei genitori che non sono stati capaci di dare sicurezza e accoglimento.

Ci si sclerotizza nell’archetipo del bullo, tanto più si hanno avuto genitori distanti e autoritari, genitori e specialmente padri che hanno fallito nel far sentire i figli protetti, al sicuro (notare quanto l’ossessione di Trump e Salvini sia la sicurezza).

Questo non vuol dire che Trump o Salvini, con i loro insulti, con il loro inveire e additare i nemici, con il loro metterli alla gogna, siano malati: semplicemente la loro leadership risponde a una profonda mancanza, a una profonda sofferenza che c’è nella nostra società.

Jung scriveva del nazismo che rappresentò la patologia di una intera nazione, ma gli psichiatri che a Norimberga visitarono e sottoposero a test i gerarchi nazisti, non rilevarono alcuna patologia personale, anzi QI superiori alla media. Quindi non ci illudiamo: i messaggi da bulli e di odio o di persuasione possono sembrare stupidi, infantili ma dietro c’è una precisa strategia e la conoscenza di un target da colpire, la consapevolezza che con certe determinate affermazioni, si provoca piacere e soddisfazione in una fetta di popolazione, la si istiga allo sfogo immediato e non filtrato, della rabbia sociale.

Salvini e Trump non sono che il sintomo di una grossa parte della società che chiede vendetta ed è arrabbiata contro Capitan Uncino che non è altro che la vecchia classe dirigente, rea di averla tradita. Se è vero che l’1% dei ricchi detiene più del 50% della ricchezza mondiale, che le diseguaglianze martoriano le nostre nazioni, che c’è un gap pazzesco tra periferie, zone rurali e centro delle città, se è vero che piena occupazione non vuoi dire equa distribuzione della ricchezza, se è vero che c’è stata corruzione, distanza dal popolo, mancanza dia ascolto (vedi recente rapporto del CISE), allora ci rendiamo immediatamente conto come il problema non è Salvini, non è Trump che danno volgarmente voce a questa rabbia, ma che una sofferenza non è stata ascolta e che la famosa ” gente” si è sentita tradita.

Come reagite voi ad un tradimento? Non siamo ipocriti: molti di noi arrivano a diventare violenti, aggressivi, a usare parolacce. Molti di noi additano l’amante e lo mettono alla berlina, e odiano il traditore. È umano. Ciò che non è sano però è che non ci sia elaborazione, che il bullismo sia diventato oramai fenomeno nazionale e che sul web e anche fuori oramai si sia sdoganato il bullismo contro chiunque sia diverso.

Ciò che non è sano e non è neppure umano, è scrivere o urlare “sporco negro” a qualcuno, o “troia” a qualunque donna osi criticare il proprio leader. Anche Lucignolo e Peter Pan avevano la loro banda, ricordate i bambini sperduti? Se gli togliete l’aura fiabesca, essi si trasformano in spietati bulli pronti a malmenare il più debole.

C’è una bella differenza tra il continuare a saper sognare, tra il mantenere viva la nostra parte fanciullesca, quella capace di andare contro gli schemi e la bieca autorità e lo scivolare nell’appartenenza ad una gang violenta. Questa scelta paranoide di diventare fan più che sostenitori politici, la dice lunga su ciò che questo stile di leadership da Bullo. La ricerca della perfezione, le prove di devozione, i giuramenti su magici contratti, l’odio per chiunque sia diverso, la strafottenza, le risposte da bullo, l’arroganza, lo scagliarsi su chi è più debole cosa sono?

Quando un gruppo di bambini trova un cucciolo di gattino e invece di nutrirlo, lo martoria, quando identificano nel bambino più debole una vittima, e nel più arrogante e violento il leader, non stanno facendo altro che scagliarsi con ferocia contro tutto ciò che più gli fa paura: la debolezza. Bullizzare vuol dire tradire il proprio senso di inferiorità vissuto come insostenibile e quindi proiettato all’esterno. Picchiare o insultare il diverso o chi non la pensa come noi tradisce la nostra insicurezza.

A cosa dovrebbe servire questa analisi? A capire che la nostra società ha una profonda sofferenza che viene incarnata nella venerazione di leader bulli e cinici che permettono a troppi di sfogare frustrazioni e rabbia non contro un sistema iniquo ma attraverso l’immediato godimento della ruspa.

La ruspa, simbolo magico regressivo dello sfogo, del buttar tutto ciò, del togliere via lo sporco. Quando non si ha il coraggio di guardare allo sporco che c’è dentro di noi. Chi, all’opposizione crede che la risposta sia altrettanto disprezzo per le masse ignoranti e arrabbiate, non solo tradisce il suo disprezzo e quindi paura della povertà e sofferenza sociale, ma li alimenta, colpevolmente.