Carlo contro la potente famiglia tedesca di produttori di materassi. Un pezzo bellissimo tratto da “Cronache berlinesi ” di Giancarlo Rossi

Surrealismo allo stato brado.

Sarà capitato a tutti di avere dei nemici potenti; in questo momento storico mi capita di essere sotto la mira di un rampollo di una delle più ricche famiglie d’Europa.

Gli Hartmann, i più grandi produttori ed esportatori di materassi del continente.

Che la professione di materassaio possa celare subdole incognite, ce lo dimostra la storia di Licio Gelli, non di meno in questa particolare situazione, occorre specificare che a me, purtroppo, non capita di avere a che fare con un venerabile maestro di un qualche ordine massonico, bensì con un fulminato dedito al metadone, e ai cattivi pensieri.

Sono da poco uscito dal commissariato di Neukoelln, nel quale ero entrato per rispondere all’accusa di lesioni personali; sebbene non fossi sicuro di chi potesse avermi denunciato, un’ideuzza ce l’avevo, e il mio intuito non mi inganna mai.

Del resto anche il rampollo in questione, con le sue attività, mi agevola la comprensione degli eventi, avendomi nell’ultimo anno già denunciato per furto, e associazione a delinquere.

Nella fattispecie mi accusava di averlo spinto, e di avergli leggermente storto un pollice, cosa che veramente farebbe ridere, se dietro di essa non si celasse un dramma, una condizione deprecabile dell’essere, una sconfitta per tutta l’umanità.

Il giovane infatti (oddio tanto giovane non è, avrà tipo 50 anni, ma nella mente… ah la mente…) mi accusa di averlo cacciato da casa mia, dopo essermelo ritrovato nella mia amaca una notte di luglio dell’anno scorso, dopo essere rincasato, la qual cosa è vera.

Non so se abbiate mai provato l’ineguagliabile sensazione di rientrare in casa e trovarci qualcuno dentro, non invitato.

È una specie di spavento, anche se si trattta di qualcuno di conosciuto.

Anzi a ben vedere, fa molto più spavento trovarsi in casa in questo modo un conoscente, piuttosto di un perfetto estraneo.

Ora bisogna dire che non sono nuovo a questo tipo di avventure; un po’ per la mia natura informale, un po’ perché sono povero in canna, vivo con la porta del mio balcone al pianterreno costantemente aperta, e già un paio di volte mi è capitato al risveglio di trovarci persone che non sapevo ci fossero, ma che ci si vuol fare, a me vivere rinchiuso non piace.

Il signor Hartmann era una persona che consideravo nella cerchia delle mie frequentazioni; direi un amico, perché per me amico significa chiunque che, anche se nella merda, non userebbe mai il suo malessere per nuocere a te; qualche bevuta e qualche bel concerto insieme ce li siamo pure fatti, e spesso la sua maniera di fare mi aveva animato a promettergli di gettarlo nel canale, e sono quelle cose che si dicono quando non si ha intenzione di metterle in pratica, poiché sarebbe controproducente avvertire d’antemano la vittima designata al proposito.

Essendo stato allontanato dalla sua stessa famiglia per i suoi comportamenti, purché rinunci a occuparsi degli affari di famiglia, gli viene corrisposta la somma di 2500 euro netti al mese, ma non è raro trovarlo spiantato a metà mese, esattamente come me che vivo con 404 euro netti al mese, e qua si aprono vaste praterie per considerare la realtà del valore del denaro, ma non è questo il momento, altrimenti non finisco più.

Fatto sta che tutte le lesioni che secondo lui gli ho provocato constano di una spinta, e di una leggera torsione del pollice, mentre lo buttavo fuori di casa, dopo che vi si era introdotto a mia insaputa.

Il poliziotto stesso era incredulo; ho dovuto fargli notare che erano presunti fatti risalenti a un anno e mezzo fa; nella sua ingenuità di poliziotto era convinto si parlasse di fatti di questa estate.

Eh eh ehe, non conosce Bobby Hartmann!

Quello è capace di risalire i fiumi del tempo e arrivare al Neolitico, se qualcosa gli suona storto.

Ebbene dopo un’ora di interrogatorio, mentre mi il poliziotto congedava, gli ho chiesto direttamente che cosa stessi rischiando con una denuncia del genere.

Francamente, mi ha risposto, un bel niente.

Il signor Hartmann ha esposto nell’ultimo periodo un tal numero di denunce, che persino la polizia non lo può più prendere sul serio.

E questo, se ci si pensa è fondamentalmente tragico.

Maledetta empatia che riesce a farmi soffrire anche quando si tratta di persone che mi vogliono fare del male!

Come se tutto questo non fosse sufficiente appena uscito dalla stazione di polizia mi sono recato al supermercato per annegare la mia sofferenza nell’alcool, e sulla porta chi ci trovo?

Micole, una donna che avevamo dato per morta nella cerchia di alcolizzati del parco, della quale lei ne fa parte ,e per la quale avevo scritto poco tempo fa un commovente necrologio.

La vedo lì, viva e vegeta, e mi sono avvicinato per sincerarmi che non fosse un’apparazione medianica, sapete sono un po’ un medio, un persa, un ittita.

Ha risposto molto sospettosamente alle mie domande per accertarmi che non fosse morta davvero, mi ha salutato e se ne è andata.

Noi diamo la colpa all’alcol e alle droghe, ma mentiamo sapendo di mentire.

E pensare che le avevamo fatto un così sentito trauerfeier, e c’era scappata anche una lacrima furtiva.

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Esploratrice, femminista, anarchica : la storia affascinate di Alexandra David-Néel la prima donna in Tibet

esploratrice, femminista, anarchica

Nel settembre del 1969, moriva Alexandra David-Néel. Conosciuta per essere stata la prima donna europea a entrare nella capitale del Tibet, Lhassa, fu anche negli anni della sua giovinezza anarchica e femminista.

Alexandra David nacque il 24 ottobre 1868 a Saint-Mandé da un padre istitutore amico del geografo Elisée Reclus che aveva incontrato sulle barricate della Comune, e da una madre cattolica, che richiese che beneficiasse di una educazione religiosa. Il convento di Bois-Fleuri, dove trascorse la sua infanzia non la confortò nelle sue convinzioni cristiane. In seguito, si interressò in compenso alle spiritualità orientali (soprattutto il buddismo) per il resto della sua vita.

 

Alexandra scambiò una corrispondenza per tutta la sua infanzia ed adolescenza con Elisée Reclus, che la condusse ad interessarsi sin dai suoi 18 anni alle idee anarchiche. Essa sognò allora di “abolire le frontiere ed i dispotismi” e scrisse per un certo periodo sul giornale L’étoile socialiste, in cui pubblicò i suoi primi articoli. Alexandra iniziò così una carriera di scrittrice che non doveva più interrompere. Nel 1899, pubblicò un trattato anarchico, Pour la vie [Per la vita]. Continuò la corrispondenza con Reclus sino alla morte di quest’ultimo avvenuta nel 1905. In contraddizione con i suoi scritti libertari, frequentò durante la stessa epoca la massoneria.

Una femminista dissidente

Allo stesso tempo, Alexandra si interessò alle idee femministe. Divenne una libera collaboratrice di La Fronde, giornale femminista gestito cooperativisticamente da donne. Partecipò anche ad alcune riunioni del Consiglio delle donne francesi. Ma le sue idee anarchiche la condussero a respingerne alcune posizioni, come la rivendicazione del diritto al voto, preferendo la lotta per l’emancipazione  economica, causa essenziale secondo lei dell’infelicità delle donne non potendo esse essere indipendenti finanziariamente.

Per queste ragioni, Alexandra si allontanò in seguito da queste femministe provenienti per la maggior parte dalla borghesia e che consideravano la lotta economica di poco conto. Non rinnegò tuttavia mai le idee femministe, e tentò per tutta l avita di essere quanto più indipendente possibile, soprattutto economicamente. Possedeva sin dal suo matrimonio, avvenuto il 4 agosto 1904 con l’ingegnere Philippe Néel, una fortuna personale con la quale doveva finanziare i suoi viaggi. Suo marito non fu il suo mecenate come vuole la leggenda.

Il 9 agosto, Alexandra partì per un viaggio di studio che doveva durare 18 mesi. Di fatto, non doveva ritornare in Europa che nel 1925. Per 14 anni, Alexandra effettuò un’odissea attraverso l’Estremo Oriente, nel corso della quale si convertì al buddismo e si trovò un compagno di viaggio, Yongden, un Tibetano di 14 anni che lei adottò. Insieme viaggiarono attraverso l’India, il Nepal, la Birmania, il Giappone, la Corea, la Cina, ed entrarono due volte clandestinamente in Tibet, in barba alle autorità coloniali britanniche. La sua impresa, penetrare nel febbraio del 1924 nella città santa di Llassa, assicurò la sua fama in Europa e negli Stati Uniti, e fece di lei un’icona dell’emancipazione delle donne presso le femministe dell’epoca.

 

Cento anni nel 1968

Dopo un secondo viaggio in Asia dal 1937 al 1946, si stabilì definitivamente a Digne-les-bains dove finì i suoi giorni continuando a scrivere. Un anno prima della morte (all’età di 100 anni), seguì con una soddisfazione non dissimulata gli avvenimenti di Maggio 68, di cui alcuni slogan comeL’obbedienza è morte, avrebbero potuto essere i suoi nel 1888. Ricevette anche presso lei un gruppo di giovani anarchici. Dichiarò in seguito: “Durante la rivolta studentesca, ho notato con sorpresa che le bandiere nere erano state spiegate accanto alle bandiere rosse dei socialisti. […] Credevo che i gruppi anarchici appartenevano come i nichilisti russi a un passato vecchio di mezzo secolo e avevano cessato di esistere” [1]. Vedendo risorgere per le strade e le riviste le idee dei suoi vent’anni, fece ristampare i suoi primi scritti.

Inguaribile viaggiatrice, a cent’anni passati, alcune settimane prima della morte, Alexandra faceva rinnovare il suo passaporto…

Il Tibet prima dell’occupazione cinese

Gli scritti di Alexandra David-Néel sul Tibet sono tra le più rare testimonianze su ciò che era il paese prima del 1950. Mistificato in occidente, idealizzato da Hollywood come un paradiso buddista, demonizzato dal regime cinese e i maoisti (che l’estrema sinistra a tendenza a seguire senza verificare le fonti) che li presentano come un inferno feudale e clericale, il Tibet dell’epoca è soggetto a polemiche. I viaggi di Alexandra David-Néel apportano delle risposte: se trova una società isolata in cui pratica ancora la servitù, descrive anche una società portatrice di pratiche ecologiche in avanti sui tempi e in cui la pena di morte era abolita sin dal 1898, il che fu rimesso in questione dall’occupazione cinese.

 

Ma ciò che è più notevole in queste testimonianze, è l’influenza dei Britannici sul paese. È vero che gli imperialisti inglesi avevano. sin dal 1893, aperto una prima base commerciale sul Tetto del mondo. In seguito  le truppe Inglesi occuparono Llasa nel 1904 e si attribuirono dei privilegi diplomatici e commerciali esclusivi (sfruttamento delle miniere, ecc.). Per impedire altre influenze straniere, i Britannici vietarono l’ingresso al Tibet agli stranieri, proibizione che Alexandra non rispettò. Scrisse in seguito al suo prima soggiorno in Tibet nel 1916: “La politica britannica è di non lasciare entrare in Tibet che dei soldati o dei mercanti inglesi. Ho dovuto abbandonare il Sikkim […] Non potendo prendersela con me, il residente [proconsole inglese del Sikkim] a molto vigliaccamente imposto delle forti multe a gente della frontiera“.

 

 

Poco nota, la prima opera di Alexandra David-Neel, Pour la vie[Per la vita], firmato Alexandra Myrial e prefatto da Elisée Reclus, è un vigoroso opuscolo anarchico. In questo libro, che comprende altri testi, si scoprono gli attacchi in blocco contro la chiesa, la patria, la proprietà, ecc. Vi si risente l’influenza dell’individualismo di Stirner e degli stoici. La futura grande viaggiatrice vi denuncia anche il matrimonio e i pesi della maternità che gravano sulle donne.

 

Gli editori dell’epoca furono spaventati e rifiutarono la pubblicazione di questo libro scritto da una donna che rifiutava gli abusi dello Stato, dell’esercito, della chiesa, dell’alta finanza. Per supplire a questi rifiuti, Jean Haustont con cui viveva in libera unione dal 1896, si fece editore e stampò egli stesso questo volumetto. Quest’ultimo fu notato negli ambienti anarchici e tradotto in cinque lingue.

Nico P. 

[Traduzione di Ario Libert]

LINK al post originale:

Alexandra David-Néel, exploratrice, féministe, anarchiste

l delirio del Sindacato autonomo di polizia sui NO Tav e le ragioni del sabotaggio per Mandela, De Luca e Celestini

Il testo del comunicato del SAP : “La diffusione in Valdisusa di manifesti eversivi che rivendicano con orgoglio le violenze e le devastazioni dei mesi scorsi è un reato grave. A nostro avviso si configura, nella migliore delle ipotesi, l’istigazione senza commissione, da cui possono anche scaturire, secondo le norme vigenti, adeguate misure di sicurezza.Per certi No Tav, ad esempio, un po’ di sana e ricostituente fatica fisica in una colonia agricola o in una casa lavoro potrebbe davvero essere la soluzione migliore”.

E’ quanto afferma Gianni Tonelli, presidente nazionale del sindacato di polizia Sap. Tonelli esprime preoccupazione ”per questa deriva violenta e sovversiva, svariati siti internet e documenti legati al movimento No Tav inneggiano alla lotta armata e all’insurrezione, difendono e giustificano i reati commessi da soggetti accusati di terrorismo e definiscono lo Stato stesso come terrorista. Fino a che punto possiamo tollerare questi comportamenti e questi atteggiamenti straordinariamente negativi, che rischiano di diventare prassi quotidiana, quasi normalità? Non vogliamo apparire corporativi o repressivi, ma si sappia che a pagare il prezzo più alto per queste violenze e devastazioni sono in primo luogo i poliziotti impegnati nei servizi di ordine pubblico”.

Scriveva Mandela che oggi il mainstream osanna : ” Sono in pos­sesso di una lau­rea e ho eser­ci­tato per vari anni, in società con Oli­ver Tambo, la pro­fes­sione di avvo­cato. Sono un pri­gio­niero con­dan­nato a cin­que anni di reclu­sione per essere uscito dal paese senza un per­messo e per aver inci­tato la gente a scio­pe­rare alla fine del mag­gio 1961. (…) Non nego, comun­que, di aver pro­gram­mato azioni di sabo­tag­gio. Non le ho pro­gram­mate per avven­ta­tezza o per­ché amo la vio­lenza. Le ho pro­gram­mate a seguito di una valu­ta­zione serena e pacata della situa­zione poli­tica venu­tasi a creare dopo molti anni di tiran­nia, di sfrut­ta­mento e di oppres­sione della mia gente da parte dei bianchi.

Ammetto subito che sono stato una delle per­sone che ha con­tri­buito a for­mare l’Umkonto we Sizwe e che, fino al mio arre­sto nell’agosto 1962, ho svolto un ruolo di primo piano nelle sue attività.Gli afri­cani vogliono per­ce­pire un sala­rio che per­metta loro di vivere. Gli afri­cani vogliono fare il lavoro che sono capaci di fare e non un lavoro che il governo dichiara che sono capaci di fare. Gli afri­cani vogliono avere la pos­si­bi­lità di vivere dove tro­vano un lavoro e non essere cac­ciati da un’area per­ché non ci sono nati. Gli afri­cani vogliono avere la pos­si­bi­lità di pos­se­dere la terra nei luo­ghi dove lavo­rano, e non essere obbli­gati a vivere in case prese in affitto che non potranno mai sen­tire pro­prie. Gli afri­cani vogliono fare parte della popo­la­zione gene­rale e non essere con­fi­nati a vivere nei ghetti”. http://ilmanifesto.it/i-neri-sono-sfruttati-e-oppressi-il-sabotaggio-e-legittimo/

Ascanio Celestini: “No Tav? I sabotaggi sono poca cosa in confronto alla distruzione di una montagna”

E il pericoloso terrorismo, paventato dal procuratore capo di Torino Giancarlo Caselli, diventa “ridicolo e irresponsabile”. Perché i valsusini che sabotano le reti con le cesoie sono al massimo paragonabili a Rosa Parks, la donna nera che osò sedersi sull’autobus destinato ai bianchi. “Mentre dall’altra parte c’è un esercito che per fortuna non ha ancora sparato”.

Basterebbe una visita ai cantieri dell’alta velocità, aggiunge Celestini, per comprendere che “persino i militari e le forze dell’ordine non vedono l’ora di tornare a casa”. E gli incendi alle aziende che secondo gli inquirenti sono attribuibili alle frange dure del movimento? “Non c’è confronto tra il danno causato a un capannone e il danno di una montagna distrutta. E comunque verificherei le reali responsabilità…

Basta andare in Val di Susa per rendersi conto che la situazione è completamente diversa e che coloro che si oppongono al progetto non sono terroristi. Il vero pericolo in quella valle sono lo Stato e le aziende che tentano di entrare nel gigantesco affare.

La confessione di Erri De Luca:
“Ho partecipato ai sabotaggi No Tav”

Lo scrittore: “In Val di Susa le parole non bastano. In Italia c’è un leader politico che invita a imbracciare i fucili, ma di fronte alle sue parole nessuno reagisce” “Il termine sabotaggio fa parte di una lunghissima tradizione di lotte del movimento operaio e sindacale. Ho fatto una constatazione: in una valle che vive in stato d’assedio e militarizzata per difendere un’opera inutile e dannosa, e dove non ci sono altri modi per farsi ascoltare, si ricorre al sabotaggio. Io non uso le parole a caso. Le parole hanno un peso. Per esempio: il più importante premio letterario di questo Paese è stato vinto da un libro che si intitola: Resistere non serve a niente (di Walter Siti, vincitore dello Strega, ndr). Ecco, io non avrei mai pensato di intitolare un libro così.

Gli Anarchici di Canosa “adulti miti e tolleranti”

Culture's Blog

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Il termine anarchia ha origini greche e deriva dall’unione del suffisso “a” (usato per indicare una mancanza, una privazione) e “arché”, che significa potere, comando: quindi “senza comando”. Gli anarchici, teorizzavano una società che si autorganizza senza leggi o apparati statali, considerati come uno strumento di imposizione, un’autorità esterna.

Il movimento anarchico ebbe, tra ‘800 e ‘900, una grande diffusione, anche in Italia dove, i vari gruppi formatisi, si unirono nella Federazione Anarchici Italiani (nata a Carrara nel 1945) di cui faceva parte anche l’attivissima associazione di anarchici di Canosa di Puglia.

Pasquale Barbella, ex pubblicitario pugliese, vissuto a Canosa da giovane, ricorda nel suo libro Confessioni di una macchina per scrivere gli anarchici canosini in questa maniera: “tutti portavano rispetto agli anarchici, la vera specialità del luogo (Canosa era la Carrara del Sud). Gli anarchici erano adulti miti e tolleranti spesso sorridenti a dispetto di un curriculum…

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BERNERI E CAMUS (di Matteo De Cesare)

 

29 maggio 2013 alle ore 17.19

Figura di intellettuale atipico e militante anarchico, Camillo Berneri  fu assassinato in Spagna nel corso dell’epurazione voluta da Stalin. Le sue opere sono ora raccolte e commentate in un unico volume: Stefano d’Errico,  Anarchismo e politica,  Milano 2007, Mimesis  editore.

Professore di filosofia, militante antifascista ed esponente di alto livello del movimento libertario, l’intellettuale lodigiano ha espresso tante riserve critiche nei confronti del marxismo e delle ipotesi politiche che sacrificano gli ideali della libertà alle ragioni della giustizia sociale.

Con Albert Camus, Camillo Berneri vede nell’ esperienza spagnola un fenomeno epocale. La guerra civile del 1936 ha significato ancora una volta l’ affermazione della politica della potenza e delle armi. Ha soffocato lo spirito della libertà e ha rivelato il vero volto dell’ideologia tedesca come si era storicamente realizzata nell’ Europa dell’ Est. Denuncia la svolta illiberale del movimento operaio, egemonizzato dalla politica moscovita. La critica dell’ ”operaiolatria”, del mito dell’ industrialismo, della delega senza condizioni e della sudditanza del sindacato e delle istituzioni della società civile al partito coincidono in larga misura con le considerazioni critiche di Camus sul processo di involuzione della rivoluzione di ottobre nella sua deriva nichilistica. Entrambi sostengono l’ esigenza di stemperare le forme di collettivismo che individuano nella dittatura di classe il volano dell’ emancipazione umana. A loro avviso, dalla dittatura del proletariato a quella del partito il passo è breve.

Il linguaggio chiaro ed incisivo di Berneri e la sua denuncia delle ambiguità dell’atteggiamento di Mosca durante la guerra civile spagnola convincono gli avversari politici a liberarsi della sua presenza. Fu assassinato a Barcellona nel 1937 dai sicari di Stalin. In questa vicenda è stato determinante il contributo di Togliatti, Longo e Vidali. Con lui scompare quella verità, direbbe Camus, che tenta di mettere in discussione le ragioni del realismo politico a favore di quanto c’è di più nobile nell’uomo

(da Matteo De Cesare, L’invincibile estate, Albert Camus. Salerno 2013)

De Andrè : perché sono anarchico

Direi d’essere un libertario, una persona estremamente tollerante. Spero perciò d’essere considerato degno di poter appartenere ad un consesso civile perché, a mio avviso, la tolleranza è il primo sintomo della civiltà, deriva dal libertarismo. Se poi anarchico l’hanno fatto diventare un termine negativo, addirittura orrendo…anarchico vuol dire senza governo, anarche… con questo alfa privativo, fottutissimo… vuol dire semplicemente che uno pensa di essere abbastanza civile per riuscire a governarsi per conto proprio, attribuendo agli altri, con fiducia (visto che l’ha in se stesso), le sue stesse capacità. Mi pare così vada intesa la vera democrazia. […] Ritengo che l’anarchismo sia un perfezionamente della democrazia.

Fu grazie a Brassens, maestro di pensiero e di vita, che scoprii di essere un anarchico. Mi ha insegnato per esempio a lasciare correre i ladri di mele, come diceva lui. Mi ha insegnato che in fin dei conti la ragionevolezza e la convivenza sociale autentica si trovano di più in quella parte umiliata ed emarginata della nostra società che non tra i potenti.

Penso che chi fa la mia conoscenza rimanga sicuramente deluso. Perché […] non sono un atleta della parola, del dialogo, non sono allenato in tal senso, non faccio il politico né l’avvocato e quindi ho bisogno di riflettere per non dire delle sciocchezze. Se non rifletto facilmente mi escono fuori dalla bocca dei luoghi comuni. Quando cerco di riuscire a portare avanti un discorso semplicemente parlando, dicendo delle parole, per riempire gli spazi di silenzio, o se tento di stringere, dico delle grandi vaccate.

[…] non mi sono mai fatto uno schema preciso di letture. Talvolta mi è capitato di leggere insieme Asterix con Oblomov di Gonc?rov. […] sono abituato a leggere fin da piccolo. In famiglia c’era l’abitudine che fortunatamente si incastrava bene col mio temperamento, perché sono curioso, facilmente impressionabile e tuttora posso dire di leggere quasi un libro al giorno.

Ho sempre avuto due chiodi fissi: l’ansia di giustizia e la convizione, presuntuosa, di poter cambiare il mondo. Oggi quest’ultima è caduta.

Le mie Nuvole sono […] quei personaggi ingombranti e incombenti nella nostra vita sociale, politica ed economica; sono tutti coloro che hanno terrore del nuovo perché il nuovo potrebbe sovvertire le loro posizioni di potere.

Perchè sono contro la meritocrazia

L’inventore del termine meritocrazia è verosimilmente stato il sociologo inglese Michael Young (1915-2002) che nel 1958 lo usa in un suo libro di impronta satirico-futuristica nel quale descrive l’avvento al potere di una nuova classe che fonda il proprio dominio sul merito [L’avvento della meritocrazia 1870-2033, 1962]. Il testo di Young proietta in un futuro immaginario la teoria delle pari op- portunità, che si traduce in un aspro scontro tra due principi diversi di legittimazione del potere: quello della stirpe e quello del merito. Alla fine quello del merito ha il sopravvento (grazie al perfeziona- mento dei test d’intelligenza e di una selezione sempre più precoce) e si forma quindi una élite non ereditaria, composta «dal 5 per cento della popolazione che sa che cosa vuol dire 5 per cento».

I posti di lavoro più ambìti sono occupati dai migliori cervelli, pro- ducendo così un solco sempre più marcato e irreversibile tra chi sta in alto e chi sta in basso di questa nuova gerarchia. Ciò determina non solo che i perdenti sono ritenuti inferiori, ma che essi stessi sono convinti di esserlo. Tuttavia, questa esclusione dei più fa sor- gere nuove tensioni sociali. I dissidenti danno vita a un movimento rivoluzionario e redigono il Manifesto di Chelsea in cui si legge: società senza classi sarà quella che avrà in sé e agirà secondo una plu- ralità di valori.

Giacché, se valutassimo le persone non solo per la loro intelligenza e cultura, per l’occupazione e il potere, ma anche per la bontà e il coraggio, per la fantasia e la sensibilità, per l’amorevolezza e la gene- rosità, le classi non potrebbero più esistere. Chi si sentirebbe più di soste- nere che lo scienziato è superiore al facchino che ha ammirevoli qualità di padre, che il funzionario statale straordinariamente capace a guadagnar premi è superiore al camionista straordinariamente capace a far crescere rose?

La società senza classi sarà anche la società tollerante, in cui le diffe- renze individuali verranno attivamente incoraggiate e non solo passiva- mente tollerate, in cui finalmente verrà dato il suo pieno significato alla dignità dell’uomo. Ogni essere umano avrà quindi eguali opportunità non di salire nel mondo alla luce di una qualche misura matematica, ma di sviluppare le sue particolari capacità per vivere una vita ricca.

Young è vissuto abbastanza a lungo per vedere le sue previsioni divenire realtà, nel senso che «governo dei migliori» o «meritocra- zia» sono divenuti slogan e dichiarazioni di intenti di schieramenti politici trasversali, a destra come a sinistra. A testimoniare l’av- vento di una società fondata sull’ideologia meritocratica è oggi, tra gli altri, uno tra i più famosi economisti mondiali di impronta li- berale, John K. Galbraith (1908-2006) [L’economia della truffa, 2004]. Egli infatti descrive l’opulenta società occidentale come l’e- sempio più pertinente di un mondo che distorce a suo piacimento la realtà, dando fiato ad alcuni miti: la speculazione come forma d’ingegno, l’economia di libero mercato come antidoto ai mali del mondo, la guerra come strumento di democrazia. Questa società si fonda proprio su quella che Bakunin (insieme a Proudhon e Kro- potkin), più di un secolo fa, intuiva essere la nuova forma di discri- minazione classista che si sarebbe imposta: la meritocrazia. La classe dominante non trova più la sua legittimazione nel possesso del capitale e della proprietà, ma nel possesso di quelle conoscenze niche e scientifiche in grado di gestire e amministrare le società mul- tinazionali e le grandi organizzazioni di massa [cfr. AA.VV., I nuovi padroni, 1978]. Ecco allora che la ricerca dei talenti, misurati se- condo parametri e valori prettamente meritocratici (come Young descriveva e immaginava), è divenuta la principale modalità di sele- zione della nuova classe dirigente e concorre a delineare una diversa e più sofisticata stratificazione sociale, cioè una nuova gerarchia. Meritocrazia e uguaglianza sono quindi termini tra loro inconcilia- bili, mentre è del tutto compatibile valorizzare la diversità genetica (condizione biologica indiscutibile) e al contempo promuovere l’u- guaglianza sociale (condizione socio-politica auspicabile).
Alla luce di queste considerazioni, nel Manifesto di Chelsea si cerca di definire in che cosa consistano queste uguali opportunità: non è tanto offrire pari opportunità per salire lungo la scala so- ciale, quanto permettere a tutte le persone, a prescindere dalla loro «intelligenza», di sviluppare le virtù e i talenti di cui sono dotate, di liberare tutte le loro capacità di apprezzare la bellezza e la profon- dità dell’esperienza umana, tutte le loro facoltà di vivere una vita piena. La meritocrazia, dunque, diviene la nuova forma ideologica del dominio contemporaneo, che finisce solo per perpetuare la vec- chia divisione in classi dell’intera società. Proprio dalle parole di Bakunin, pronunciate nel lontano 1869, possiamo trarre il mo- nito più pertinente rispetto ai guasti che l’avvento della meritocra- zia produce nella società umana:
Chi sa di più dominerà naturalmente chi sa di meno; e quand’anche inizialmente non esistesse fra due classi che questa sola differenza d’istru- zione e d’educazione, questa differenza produrrebbe in poco tempo tutte le altre, il mondo umano si ritroverebbe nelle condizioni attuali, sarebbe cioè diviso nuovamente in una massa di schiavi e in un piccolo numero di dominatori, e i primi lavorerebbero, come oggi, per gli ultimi [Michail Bakunin, L’istruzione integrale, 1869]. http://ita.anarchopedia.org/Anarchismo_e_Politica:_La_revisione_di_Berneri

Il cretinismo anarchico ( Camillo Berneri)

Verso la fine del 1935 Berneri si fa sempre più critico nei confronti del movimento anarchico e delle sue deficienze sia culturali sia propagandisti che. Il seguente intervento — comparso nella rubrica Rilievi del numero del 12 ottobre 1935 dell’Adunata (pp. 7-8), firmato L’Orso — segnala senz’altro un inasprimento della sua posizione, sia pure limitato, in questo breve scritto, ai problemi della vita militante, descritti con un sarcasmo ai limiti della rabbia. Le frasi di apertura r indubbiamente una sensazione, un’esigenza, che caratterizzerà potentemente l’attività di Berneri nei mesi successivi.

Benché urti associare le due parole, bisogna riconoscere che esiste un cretinismo anarchico. Ne sono esponenti non soltanto dei cretini che non hanno capito un’acca dell’anarchia e dell’anarchismo, ma anche dei compagni autentici che in esso sono irretiti non per miseria di sostanza grigia bensì per certe bizzarrie di conformazione cerebrale. Questi cretini dell’anarchismo hanno la fobia del voto anche se si tratti di approvare o disapprovare una decisione strettamente circoscritta e connessa alle cose del nostro movimento, hanno la fobia del presidente di assemblea anche se sia reso necessario dal cattivo funzionamento dei freni inibitori degli individui liberi che di quell’assemblea costituiscono l’urlante maggioranza, ed hanno altre fobie che meriterebbero un lungo discorso, se non fosse, quest’argomento, troppo scottante di umiliazione. Il problema della libertà, che dovrebbe essere sviscerato da ogni anarchico essendo il problema basilare della nostra impostazione spirituale della questione sociale, non è stato sufficientemente impostato e delucidato. Quando, in una riunione, mi capita di trovare il tipo che vuole fumare anche se l’ambiente è angusto e senza ventilazione, infischiandosene delle compagne presenti o dei deboli di bronchi che sembrano in preda alla tosse canina, e quando questo tipo alle osservazioni, anche se cordiali, risponde rivendicando la “libertà dell’io”, ebbene, io che sono fumatore e per giunta un poco tolstoiano per carattere, vorrei avere i muscoli di un boxeur negro per far volare l’unico in questione fuori dal locale o la pazienza di Giobbe per spiegargli che è un cafone cretino.
Se la libertà anarchica è la libertà che non viola quella altrui, il parlare due ore di seguito per dire delle fesserie costituisce una violazione della libertà del pubblico di non perdere il proprio tempo e di annoiarsi mortalmente. Nelle nostre riunioni bisognerebbe stabilire la regola della condizionale libertà di parola: rinnovabile ogni dieci minuti. In dieci minuti, a meno che non si voglia spiegare i rapporti tra le macchie solari e la necessità dei sindacati o quella tra la monere haeckeliana e la filosofia di Max Stirner, si può, a meno che si voglia far sfoggio di erudizione o di eloquenza, esporre la propria opinione su una questione relativa al movimento, quando questa questione non sia di … importanza capitale. Il guaio è che molti vogliono cercare le molte, numerose, svariate, molteplici, innumerevoli ragioni, come diceva uno di questi oratori a lungo metraggio, invece di cercare e di esporre quelle poche e comprensibili ragioni che trova e sa comunicare chiunque abbia l’abito a pensare prima di parlare. Disgraziatamente accade che siano necessarie delle riunioni di ore ed ore per risolvere questioni che con un po’ di riflessione e di semplicità di spirito si risolverebbero in mezz’ora. E se qualcuno propone, estremo rimedio alla babele vociferante, un presidente, in quel regolatore della riunione che ha ancor minore autorità di quello che abbia l’arbitro in una partita di foot-ball, certe vestali dell’Anarchia vedo no… un duce. Per chi questo discorso? I compagni della regione parigina che hanno, recentemente, affrontato la spesa e la fatica di recarsi ad una riunione da non vicine località per assistere allo spettacolo di gente che urlava contemporaneamente intrecciando dialoghi che diventavano monologhi per la confusione imperante e delirante, si sono trovati, ritornando mogi mogi verso le loro case, concordi nel pensare che la gabbia dei pappagalli dello zoo parigino è uno spettacolo più interessante.
Quando degli anarchici non riescono ad organizzare quel problema meno difficile di quello della quadratura del circolo, di esporre a turno il proprio pensiero, un regolatore diventa indispensabile.
Questa è quella che io chiamo l’auto-critica. Ed è diretta a tutti coloro che rendono necessario un regolatore di riunioni anarchiche. Cosa che è ancora più buffa di quello che pensino coloro che se ne scandalizzano. Molto buffa e molto grave. E grave perché resa, molte volte, necessaria proprio là dove dovrebbe essere superflua.

Camillo Berneri

L’anarchismo non è normativo. Non dice come essere liberi Karl Hesse

Bellissimo pezzo di Karl Hess

C’è solo un tipo di anarchico. Non due. Solo uno. Un anarchico, di quell’unico genere, è definito dalla letteratura e dalla lunga tradizione della posizione stessa, ed è un individuo che si oppone all’autorità imposta attraverso il potere gerarchico dello stato. L’unico ampliamento a questa definizione che mi sembri ragionevole è dire che un anarchico si sollevi contro ogni autorità imposta. Un anarchico è un volontarista.
Ora, oltre a questo, gli anarchici sono persone e, come tali, contengono le mille sfaccettature della personalità umana. Alcuni anarchici marciano, volontariamente, sotto la croce di Cristo. Alcuni si affollano, volontariamente, intorno ad altre figure che amano e che sono fonte di ispirazione. Alcuni vogliono fondare delle cooperative industriali volontarie. Alcuni cercano di stabilire volontariamente la produzione agricola all’interno di kibbutz. Alcuni vogliono, volontariamente, estraniarsi da tutto, compresi tutti i loro rapporti con altre persone; gli eremiti. Alcuni anarchici hanno deciso volontariamente, di accettare solo oro come pagamento, di non coopererare mai. Alcuni anarchici, volontariamente, adorano il sole e la sua energia, costruiscono cupole, mangiano solo vegetali e suonano il salterio. Alcuni anarchici adorano il potere degli algoritmi, giocano a giochi strani e si infiltrano in strani templi. Alcuni anarchici vedono solo le stelle. Alcuni anarchici vedono solo il fango.

Spuntano da un solo seme, non importa come fioriscano le loro idee. Il seme è la libertà. E questo è tutto. Non è un seme socialista. Non è un seme capitalista. Non è un seme mistico. Non è un seme determinista. E’ semplicemente una dichiarazione. Noi possiamo essere liberi. Quello che viene dopo sono tutte scelte e probabilità.

L’anarchia, la libertà, non ci dice come le persone libere si comporteranno o in quali modi si organizzeranno. Ci dice semplicemente che le persone hanno la capacità di organizzarsi.
L’anarchismo non è normativo. Non dice come essere liberi. Dice solo che la assenza di imposizioni, la libertà, può esistere.
Recentemente, in un giornale libertario, ho letto l’affermazione per cui il libertarismo sia un movimento ideologico. Può ben esserlo. In un contesto di libertà loro, tu, o noi, ognuno, ha la libertà di sostenere l’ideologia o qualsiasi altra cosa che non costringa altri a privarsi della loro libertà. Ma l’anarchismo non è un movimento ideologico. E’ una dichiarazione ideologica. Sostiene che tutti gli individui abbiano la capacità di essere liberi. Dice che tutti gli anarchici vogliono la libertà. Poi tace. Dopo questa pausa di silenzio, gli anarchici aggiungono la storia dei loro gruppi e proclamano come loro, non come anarchiche, le ideologie. Loro sanno come sarà, in quanto anarchici, sanno come ci si organizzerà, descrivono eventi, celebrano la vita e il lavoro futuri.

L’anarchismo è l’idea-martello che spezza le catene. La libertà è il risultato e, in libertà, tutto è fine alle persone e alle loro ideologie. Non è fine All’ ideologia. L’anarchismo dice, in effetti, che non c’è una ideologia superiore o dominante. Sostiene che le persone che vivono nella libertà creino le loro storie e i loro stipulino accordi con e all’interno di essa.

Una persona che descrive un mondo in cui tutti devono o dovrebbero comportarsi, marciando al tempo di un tamburo semplicemente non è un anarchico. Una persona che dice di preferire un certo modo, e si augura che anche gli altri decidano di seguirlo, ma che comunque è convinta spetti a loro decidere, può certamente essere un anarchico e probabilmente lo è.
La libertà è la libertà. L’anarchismo è l’anarchismo. Non formaggio svizzero o chissà cos’altro. Non è proprietà. Non è coperto dal copyright. Sono vecchie idee rivolte a tutti che fanno parte della cultura umana. Possono essere scritte con tanti aggettivi dopo il trattino ma non sono nei fatti emendate. Esistono da sole. La gente ci aggiunge trattini ed ideologie supplementari.
La libertà, infine non è uno spazio in cui gli individui possono vivere. Non gli dice come vivranno. Dice, e dirà in eterno, solo quello che noi possiamo.

Articolo tratto da: http://liberteo.wordpress.com/