“Amore e Psiche. Un’interpretazione nella psicologia del profondo” di Erich Neumann

Cosa accade a Psiche, che spinta dalle forze matriarcali ostili all’uomo si avvicina al letto munita di lampada e coltello per uccidere il presunto mostro, e che adesso riconosce essere Eros? …. Si tratta del risveglio di Psiche in quanto psiche, del fatale momento in cui la donna emerge per la prima volta dalle tenebre del suo inconscio e dalla severità del vincolo matriarcale e, incontrando l’uomo individual- mente, ama, cioè riconosce Eros…
La Psiche che si avvicina al giaciglio di Eros non è più la creatura languidamente irretita e stordita dal piacere che vive nell’oscuro paradiso del sesso e del desiderio; risvegliata dall’irruzione delle sorelle, Psiche diventa consapevole del pericolo in cui si trova, ed è ora con tutto lo spietato spirito del matriarcato che va a uccidere il mostro, l’uomo-belva che con queste nozze di morte l’ha strappata alla terra e l’ha rapita nelle tenebre. Ma al chiarore della luce nuovamente accesa, con la quale illumina l’inconscia oscurità della sua precedente esistenza, riconosce Eros. Psiche ama…
La Psiche che scopre il vero aspetto di Eros e infrange il tabù della sua invisibilità, non sta più di fronte al maschile come la vecchia Psiche ingenua e infantile, ma non è neanche soltanto afferrante e afferrata; essa è invece così mutata nella sua nuova femminilità, che perde il suo amante, anzi lo deve perdere In questa situazione amorosa di una femminilità che diventa cosciente attraverso l’incontro e il confronto, conoscenza, sofferenza e sacrificio costituiscono un’identità…
L’azione di Psiche provoca così tutte le sofferenze legate all’individuazione, nelle quali una persona ha esperienza di se stessa di fronte a un partner che è altro da lei e non soltanto a lei connesso. Psiche ferisce se stessa e ferisce Eros, e le loro simili ferite decretano la dissoluzione della loro originaria unione inconscia. Ma solo grazie a questo doppio ferimento sorge l’amore, il cui senso sta nell’unire nuovamente ciò che è stato separato; solo grazie ad esso sorge la possibilità di un incontro, condizione dell’amore tra due individualità…

(tratto da Erich Neumann, “Amore e Psiche. Un’interpretazione nella psicologia del profondo”, traduzione di Vittorio Tamaro, Astrolabio editore.)

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La fase anale del M5S , il bisogno di espulsioni e le bugie sui dissidenti

La servitù volontaria degli utili idioti

Étienne de La Boétie, precursore di Stirner, Proudhon, Bakunin e Tolstoj in giovanissima età scrisse Il Discorso sulla servitù volontaria, un pamphlet che circolò clandestinamente in Francia fino al 1576. Domanda centrale dell’opera è : “perché gli uomini, fatti per essere liberi, rinunciano con tanta naturalezza alla loro libertà?”.
In onore della libertà e contro i tiranni il “Discorso” divenne ispiratore della causa del popolo eroico, antesignano della rivoluzione francese.
Il Discorso sostiene che i tiranni detengono il potere in quanto sono i sudditi a concederglielo, e legittimare quindi ogni forma di potere. Secondo l’autore «La consuetudine ha un grande influsso sulle nostre azioni, esercita il suo potere soprattutto nell’insegnarci a servire… La prima ragione per cui gli uomini servono di buon animo è perché nascono servi e sono allevati come tali». Quel che vien messo sotto accusa è dunque tutto quel complesso di meccanismi psicologici, intellettuali e sociali che conducono il singolo individuo all’assuefazione nei confronti della struttura di dominio che caratterizza la società. Per il potere e il tiranno la servitù del cortigiano è preferibile alla libertà dell’uomo libero, che rifiuta di essere sottomesso e di obbedire .

Si chiede l’autore : «Da dove ha potuto prendere tanti occhi per spiarvi se non glieli avete prestati voi? come può avere tante mani per prendervi se non è da voi che le ha ricevute? Siate dunque decisi a non servire più e sarete liberi! »

Dopo che il sistema di voto del M5S, in mano alla Casaleggio e associati ha sancito l’espulsione dei dissidenti, rivolgo la stessa domanda ed esortazione a tutti gli elettori del Movimento.

“Via chi spala merda sul movimento” urla la sempre elegante Lombardi e sul web arrivano commenti di questo tono: “@DPlavan: Abbiamo vinto! Eliminate quei quattro traditori. Alla forca!!! #beppegrillo #M5S”

E’ con un click che si ammazza la libertà di pensiero ed espressione? da dove viene questo bisogno evacuativo? se stimoli la pancia, ottieni prodotti sfinterici

Il carattere anale del movimento e le espulsioni 

Alle Quirinarie avevano votato 28.518 persone, per l’ espulsione: 43.368. Un dato increscioso che porta a pensare quanto il famigerato popolo della rete grillino sia più assetato di sangue che di proposte. Ieri pensando ai miti fondativi dei gruppi e delle istituzioni e al linguaggio sfinterico di Grillo ( nel suo linguaggio culo, merda e prodotti sfinterici sono all’ordine del giorno) e di molti commentatori suoi seguaci, ho associato all’evacuazione l’espulsione e mi sono detta : essendo fondato da una persona tirchia e anale  il Movimento non poteva che essere espulsivo, prodotto sfinterico della pancia gentista. Ricordate che chi dissentiva sul blog venne definito dal Guru ” Schizzi di merda”? Grillo ha definito i dissidenti ” Corpi estranei”, da evacuare appunto perché il pensiero divergente non è contemplato. Tipico della personalità anale e ritentiva è l’ossessione per i soldi, Grillo ne ha fatto un diktat esemplificato nelle parole del deputato Ivan Catalano: ” Mi devo sentire ladro se ho un problema che mi obbliga a tardare a fare la rinuncia, mi devo sentire un ladro se spendo i soldi messi a disposizione per l’attività parlamentare, per fare appunto attività parlamentare, mi devo sentire ladro se mi prendo un caffè? credo che si sia esagerato, l’ossessione compulsiva per i soldi ha fatto degenerare i principi etici del movimento 5 stelle”. Solo lo 0,3% di chi ha votato Grillo alla camera nel 2013 ha deciso l’espulsione di persone colpevoli semplicemente di aver contestato il grande capo, il Messia, quello che urlava ” Uno vale Uno” ma che poi si è rivelato un tiranno.
Con meno di 50.000 clic , meno dell’ elettorato di una mezza provincia di una cittadina italiana, i votanti sul blog hanno deciso per gli 8-9 milioni che votarono il movimento alle scorse elezione.
Proprio come un novello tiranno e negando il significato stesso di democrazia diretta e libertà, prima del voto Grillo ha spedito una mail a tutti gli iscritti al blog perché confermassero l’espulsione. Giusto per non condizionarli. L’imbonitore prende in giro i comunisti ma fa tornare in auge il peggior Centralismo democratico.
Ma molti senatori si ribellano, escono, sbuffano, persino Vito Crimi arriva a dire : “Sono stanco di vedere qualcuno cercare il nemico all’interno”. Solo i fedelissimi pasdaran come Ruocco e Castelli mentono sapendo di mentire : “Il Movimento non ne risentirà”. In realtà i malumori sono alle stelle e almeno in 10 usciranno dal movimento per protesta.

Ad esempio il deputato @alessiotacconi twitta : “Stesse idee. Stesse battaglie. Solamente, da stasera, fuori da un movimento non democratico.”
Finalmente la contraddizione interna del grillismo esce fuori : come coniugare questi metodi stalinisti , con lo spontaneismo? come conciliare la democrazia diretta, l’uno vale uno con l’autocrazia del capo?
Come conciliare la trasparenza e lotta alla casta che mente e intriga con bugie propagandistiche degne dei tiranni che volevano giustificare i gulag ?

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Nell’immagine “Erotismo anale” di E.Rapa

Secondo Grillo la procedura di espulsione parte da «svariate segnalazioni dal territorio di ragazzi, di attivisti, che ci dicevano che i 4 senatori Battista, Bocchino, Campanella e Orellana si vedevano poco e male». Peccato però che il factchecking attraverso openpolis dimostri che in questi 10 mesi di legislatura i senatori espulsi abbiano lavorato molto di più dei loro colleghi. Secondo i dati di Openpolis, la loro presenza media in aula è dell ‘88,15%. Bocchino (quasi 91% di presenze) è primo firmatario di 2 disegni di legge, 2 mozioni, 29 interrogazioni, e 165 emendamenti. Orellana (85% di presenze) ha al suo attivo 19 interrogazioni, 2 mozioni, 1 ddl, e 96 emendamenti, oltre alle attività nella commissione Affari Esteri e in quella Politiche dell’Unione Europea.
La Taverna invece è presente in aula una volta su due per non parlare di fedelissimi come Alessandro Di Battista: il pupillo di Grillo, ha una presenza in Parlamento di appena il 78,7%. Il tasso di assenza è a livelli record del 17%, vicinissimo alla media degli altri partiti tanto criticati dal Movimento 5 Stelle.
Ieri Grillo ha certificato il reato di lesa maestà, ha decretato influenzando il voto della rete dei suoi seguaci, che chi osa andare contro il pensiero unico, va espulso: evacuato come si fa con le feci. Ora il problema a mio avviso non è lui ma i gregari che non si ribellano, e ancor peggio, citando La Boétie, il pericolo è chi ama esser schiavo anche solo mentalmente di un mito o di un padrone : schiavo volontario. Perché chi difende il pensiero unico, chi appoggia l’espulsione del diverso, chi uccide il dubbio in nome del capo, è più pericoloso del capo stesso perché ne è braccio complice.

Degno e decenza nello spazio amoroso

badboy

Degno: dal latino DIGNES, stessa radice di De-coro e De-cente.
Chi assume in sé la proprietà della decenza può accedere alla presenza: non è osceno ( fuori dalla scena).
Nella nostra epifania nell’Altro la decenza del nostro essere è strettamente legata alla possibilità, nell’impossibile soverchiante dell’alterità totale dell’esistenza, di avere De-coro.
Questo decorarci è una forma estetica dell’anima, è l’ananke, la necessità di abbellirci dell’eventualità di una presenza. Nelle sue estreme conseguenze il mio esserci dinanzi a te è possibile nella misura in cui io sono decorato dalla mia dignità. Solo in questo caso mi è concesso di essere degno di presenza. Solo in questo senso è decente che io mi mostri.
La dignità concede l’udibilità. Se davvero l’origine del mondo è nella fonè, allora io sono riconoscibile ed udibile se il mio narrato ha una sostanza autonoma, solo se esisto per me stesso e non relato e quindi solo se sono integro e distinto. Questo ci conduce alla seconda possibile radice del verbo DIGNES : DI-CERE (dire ); Do-cere (mostrare). Sono degno di essere udibile per l’altro e nello spazio della relazione quando la mia fonazione è distinguibile dal rumore di fondo, questo emergere dal fondo è possibile nella mia dignità di essere uno, solo allora mi è concessa una narrazione, perché mi storicizzo.
Posso dirmi, se posso essere degno di mostrarmi. E qui subentra il tema della vergogna e della colpa. Perché se io sono nel magma del basso, nell’indifferenziato dell’indegnità, se appunto non sono integro e decente, come posso mostrarmi e dirmi? Come posso denudarmi ed apparire se sono osceno, fuori dalla scena? La scena primaria e rispettabile della rappresentazione amorosa è il teatro elettivo della dignità dell’uomo come essere narrante ed esposto. Non v’è indegnità maggiore di quella di apparire nello spazio terzo della relazione privo di unicità e vivente nel rifiuto. Perché per sua natura l’amore è territorio di rarità ed eccezione ed è accoglimento. È quando sono voluto in quanto accolto che la mia voce non si fa eco ma diventa udibile e condivisibile e persino coro, corona, rotondità della fusione. Ed è lì e solo lì che il mio narrato si fa doppio ed emerge persino la possibilità di non esistere: di perdersi nell’altro e con l’altro nell’estremo riconoscimento. Posso diventare silenzio pregnate , posso restare muto solo dinanzi all’immensità del fare sacro che è l’abdicazione dell’ego in nome della sua ulteriorizzazione. Nel due. E posso ulteriorizzarmi nel silenzio udibile solo se prima ne sono stato degno.
Solo se l’uno ha riconosciuto l’uno e si è creato il terzo.
C’è un momento in cui si tace. Esso è l’istante in cui sopravviene la perdita della ragione in nome dell’emersione della comprensione. La comprensione non è mai detta. È un atto e come ogni atto non ha intenzionalità se non nel momento esatto e forse anche inconscio in cui sopravviene.
L’eccezionale accade per sbaglio. È un regalo fattoci a caso di cui bisogna essere degni. La rarità della dignità prevede la riconoscibilità. Devo potermi riconoscere, essere riconosciuto, poter riconoscere il raro e superare la prova di essere DEGNO di sostenere la rarità.
Se la vergogna di non essere unico , di non essere narrabile perché io stesso non vorrei o potrei udirmi in quanto non esisto, prende il sopravvento, solo boicottare la prova di resistenza alla rararità può darmi sollievo. Perché sono schiacciato dalla colpa dell’insostenibilità e dalla vergogna di non esistere.
Come posso espormi alla dignità di un sentimento e alla condivisione se non ho sostanza ?
Eppure non c’è un’eternità transeunte più immaginabile del momento amoroso.
Eppure non c’è un altro spazio possibile in cui ci sia la sazietà del primo ed ultimo riconoscimento. Nel momento amoroso c’è la madre e il parto, la piccola morte dell’io e lo sconvolgimento dell’esserCi e non essere presenti allo stesso tempo.
C’è quella stessa dipendenza dall’utero partoriente e inglobante. Quella stessa commistione di eros e thanathos. Ed è l’unica possibilità appagante di riscatto dal non esistere. Il suo contrario è disperazione.
È dunque forse nella colpa dell’indegnità che la vergogna di avere una voce indecente è un passaggio obbligato per poter esserci nella cosa amorosa? Questo lo ignoro, ma forse non c’è altro modo di manifestarsi se non quello di correre il rischio di non esserne degni, di non essere degni di riconoscimento.
E accogliere l’oscenità del nostro non essere decorosi è un’azione indissolubilmente legata alla nostra volontà o necessità o alla ineluttabilità della nostra presenza.
L’esistere stesso è esporsi al non essere udibili, l’unica consolazione è la possibilità di concederci quell’atto rischioso di sostenerne la vergogna.

A complemento di questo articolo ho scelto l’immagine di un quadro di Eric Fischl: Bad Boy, del 198. Fischl è un artista americano che racconta una realtà scomoda del sottobosco suburbano. Si è molto addentrato nel tema dell’esposizione e del voyerismo, come in questo quadro, dove ci sembra che un adolescente posi il suo sgardo concupiscente sulla nudità di una prostituta.
Mi sembra che questa immagine possa disturbarci, sia indecorosa. E che questa indecorosità e indegnità dello scoprirsi, del mostrarsi e del guardare in un contesto osceno, rappresenti bene il momento esatto in cui un’anima si svela ad un’altra nella sua ontologica indegnità e vergogna. Nella debolezza e rischiosità del contesto amoroso si rischia spesso di avere tutto da perdere quando ci distendendiamo per mostrarci: si rischia anche che l’altro ci guardi in piedi, senza toccarci. Ma lo svelarsi, se non è un regalarsi non è mai propriamente indecente, è un atto di coraggio.

 

La SCHIZOFRENIA. Aspetti clinici analitici e dimensioni rilevanti. Estratti d’opera di JUNG

Jung Italia

schizofrenia scissione malattia psichiatria

«L’ultima questione è sapere se dal fondo delle tenebre un essere può brillare. »
(Karl Jaspers)

“Lo spirito creativo dell’artista, pur condizionato dall’evolversi di una malattia, è al di là dell’opposizione tra normale e anormale e può essere metaforicamente rappresentato come la perla che nasce dalla malattia della conchiglia: come non si pensa alla malattia della conchiglia ammirandone la perla, così di fronte alla forza vitale dell’opera non pensiamo alla schizofrenia che forse era la condizione della sua nascita.” (Karl Jaspers – da Genio e follia. Strindbergh, Van Gogh, Swedenborg, Hölderlin)

..Così come una perla nasce dal difetto d’una conchiglia, la schizofrenia può far nascere opere incomparabili. E come non si pensa alla malattia della conchiglia ammirandone la perla, così, di fronte alla forza vitale di un’opera, non pensiamo alla schizofrenia che forse era la condizione della sua nascita..
(Jaspers 1922)
«Le cose più desiderabili sono solitamente quelle che non…

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Psicologia di Beppe Grillo, dialogo tra psicoterapeuti

Luigi D’Elia

Uno stimato collega mi fa notare giustamente che <<Grillo ha il terrore di venire ingabbiato in una qualsivoglia dialettica parlamentare, perchè dovrebbe subito cambiare linguaggio e così fare flop, perdere la sua ragione di essere>>.

Mi sembra una riflessione corretta e che non promette nulla di buono. Ho visto Grillo cambiare registro comunicativo solo nelle interviste alle TV scandinave, dove appare mite e dolce, ma in Italia si gioca la credibilità di capopopolo se dovesse dialogare senza insultare nessuno. Perderebbe ispo facto il 50% del suo elettorato incazzato che lo idolatra. Prigioniero del personaggio tragico affetto da priapismo rivoluzionario, quando si renderà conto che rischia di rimanerci schiacciato? D’altro canto se non riuscirà a realizzare nemmeno uno dei punti del suo programma perderà l’altro 50% del suo elettorato che ha creduto in quello anziché in lui. Deve decidere quale elettorato perdere

  • Sergio Stagnitta Il tema che pone Nicola è molto interessante, non solo per la portata pratica della questione soldi, ma soprattutto perché aggiunge il secondo elemento delle spinte ideologiche ovvero gli interessi personali, le debolezze di ognuno di noi. Credo che Grillo abbia paura di governare sicuramente perché dovrà modificare il suo linguaggio, ma soprattutto perché tutti gli occhi saranno puntati sul suo movimento, basta un errore e il gioco si rompe. E tra centinai di nuovi eletti il rischio è alto. Tutte le spinte rivoluzionarie nel tempo si sono trasformate o in regimi oppure si sono allineate (democraticamente!) costituendo un nuovo ordine di potere. Grillo, a volte, mi ricorda il periodo del liceo, dove sicuramente era facile dall’ultimo banco criticare e contestare il potere dei professori. Comunque, per non sbagliare mi sto rileggendo in questo periodo il bellissimo libro di José Saramago, “Saggio sulla lucidità”, mai così attuale.
  • Sergio Stagnitta Aggiungo il piccolo inciso: io non sono spaventato dalla presenza di questo movimento nel panorama politico italiano. Credo che in sé sia una buona cosa, capace di rompere quegli equilibri che molti hanno definito giustamente partitocratici. Ho solo paura che questo atteggiamento non produca un vero e proprio cambiamento, che si riduca in breve tempo nella famosa frase del Gattopardo: “cambiare tutto per non cambiare nulla”.
    Alba del giorno 4. Luigi D’Elia
    Grillo svela alla BBC ciò che avevamo già capito. La sua tattica è lasciare il paese nelle mani della grande coalizione di salvezza nazionale, aspettare le prossime elezioni e vincerle tra un anno (secondo lui). Il coro belante dei suoi seguaci, composto per molta parte di bimbominki dipendenti dal capo carismatico, privi di un pensiero critico personale, gli andrà appresso senza contare che in questo anno il paese andrà a scatafascio.
    La realtà è che da qualche parte dentro di lui (qualcuno dovrebbe aiutarlo) sa di non avere i numeri per negoziare e governare, la sua rappresentanza è un’accozzaglia ancora amorfa che avrebbe al limite bisogno di una legislatura intera per crescere ed imparare. Avendo perso il senso del limite, lui pensa che basti fare due chiacchiere con un professore di diritto per sapere come funziona il governo del Paese (lui ha studiato sulle istruzioni del Risiko).
    Non calcola che questo comportamento sterilmente tatticistico sarà correttamente letto dall’elettorato come impotenza e irresponsabilità e sarà duramente punito.
    Si spera che questo euforia onnipotente, incompatibile con la democrazia, viri al più presto in una posizione solo un po’ più depressiva e passi ad un atteggiamento più responsabile e negoziale, riconosca l’esistenza di interlocutori e si guadagni questa insperata rappresentanza proponendo ora i punti del programma che abbiamo votato.
    I rappresentanti del M5S alla mia legittima domanda su come si prendono le decisioni dentro il movimento mi rispondono che “non ci sono decisioni da prendere”, non c’è nulla decidere, e che quello che dice Grillo li rappresenta sempre.Ma dove e quando era stato discusso con gli eletti al Parlamento che a Bersani andava risposto alle sue proposte programmatiche dicendogli che è un morto che parla? Chi ha deciso che questa fosse la risposta più adeguata? Chi sarà il portavoce politico del M5S? Sarà lo stesso Grillo o qualcun altro? Risponderà anche lui in questo modo?

    Personalmente dissento visceralmente da questa modalità di intelocuzione istituzionale che trovo fascistoide e degradante la dignità di chi ci si identifica. Va bene in un teatro, ma fuori è grottesco. Invito i rappresentanti del M5S di fare ingresso nella realtà ed esaurire la loro euforia elettorale e comprendere che devono diventare un gruppo politico autonomo e non dipendente da un portavoce non eletto.

Psicologia del Movimento 5 Stelle

di Sergio Stagnitta, psicoterapeuta

 

Prima di entrare nel merito del tema che vorrei affrontare faccio un breve premessa: ritengo che l’ingresso di questo movimento in Parlamento possa portare dei grossi benefici al sistema politico italiano. Primo fra tutti la rottura del sistema che molti hanno definito “partitocratico” nel quale l’alternanza al potere non ha mai modificato concretamente il sistema dei privilegi presenti da sempre in Italia. Già solo l’idea che nelle commissioni e nelle sedute parlamentari ci saranno non politici di professione è una buona garanzia che gli equilibri precedenti saranno, almeno in parte, stravolti.

Detto ciò, in questo periodo centinaia di commentatori (professionisti e non) stanno provando a fare delle analisi sul M5S, proponendo ognuno una ipotesi e sviluppando le possibili conseguenze, positive o negative, sul loro successo elettorale.

Anch’io vorrei proporre un’analisi utilizzando gli strumenti con i quali lavoro ogni giorno, ovvero gli strumenti psicologici ed in particolare alcuni semplici elementi di  teoria di gruppo.

 

La domanda che tutti si stanno ponendo in questo momento non è più quella di capire perché questo movimento ha avuto un così grande successo, la risposta ormai è facile: la politica tradizionale, fatta dai professionisti politicanti, è fallita! La vera domanda oggi è se questo movimento sarà in grado di governare in modo veramente efficace, come dicono, e se manterrà questa spinta rinnovatrice nel tempo. Queste sono, a mio avviso, le due domande fondamentali, alle quali proverò a rispondere in termini psicologici.

 

Quand’è che possiamo dire che un gruppo funziona? La risposta, almeno sulla carta, è semplice:QUANDO È CAPACE DI PENSARE. Questo significa che se un gruppo, facilitato dal proprio leader, è capace di formulare pensieri, questo si trasforma in un gruppo di lavoro, che ha come obiettivo lo sviluppo delle idee sulle quali si era formato. Il gruppo diviene orientato su un “prodotto” e le forze messe in campo dai membri servono tutte alla realizzazione di questo/questi obiettivi. In questo caso il gruppo non ha la necessità di produrre capri espiatori, non ha paura dell’esterno, non ha bisogno di esercitare un’autorità severa e permanente e soprattutto si trasforma, nel tempo, in un gruppo semipermeabile capace di accogliere nuove idee senza perdere la propria identità.

Quando il gruppo, viceversa, non è capace di pensare, il movimento che si sviluppa al proprio interno è di tipo ripetitivo, i ruoli si cristallizzano, a volte si modificano ma con il solo obiettivo di mantenere un equilibrio che non consenta l’ingresso di nuove idee, si perde di riferimento il compito e quindi le persone che lo compongono hanno il solo obiettivo di perpetuare, coattivamente, una dinamica reazionaria, anche quando sembra apparentemente che le idee sono di tipo progressiste.

 

Per guidare una protesta così potente, come quella del Movimento 5 stelle, è stato necessario avere una guida forte, con una spinta populista, creando legami sulla base del nemico esterno. È stato necessario l’uso di un linguaggio forte, di rottura con il politichese di regime. È stato ancora più necessario esercitare un modello di leadership poco democratica perché il principale obiettivo era rompere un sistema di potere e quindi dare troppo spazio a sotto gruppi e ad alcune delle loro idee alternative avrebbe messo in crisi la tenuta del movimento. Io ho condiviso e condivido questa impostazione. Non mi piace, però credo che era l’unica strada percorribile. Diversamente il movimento si sarebbe sfaldato in piccoli gruppi perdendo del tutto la spinta propulsiva. Però ad un certo punto il movimento raggiunge il primo obiettivo: essere il primo partito in Italia. Nasce quindi la necessità di governare ed ecco che il movimento si trova alla prima vera spinta: è veramente capace di costituirsi anche come forza di governo e non solo di opposizione e protesta? La risposta potrebbe essere sì, però ad una condizione: se il gruppo è capace, adesso, di inserire i livelli di pensiero di cui ho parlato prima. In Sicilia e in altri contesti più locali ci sta riuscendo, adesso deve dimostrato a livello Nazionale, deve pensare, e deve farlo in grande. Spero che saranno in grado. Credo però che non lo saranno se vogliono la maggioranza assoluta.

La domanda a questo punto è: perché in Italia per ottenere il consenso è necessario possedere un narcisismo patologico con conseguente delirio di onnipotenza? 

 

Questa è la mia idea, ma forse ci sono ipotesi alternative …

La psicologia dell’invidia

Una possibile rielaborazione del concetto di invidia in ambito Junghiano

 

Una accurata ricerca sull’argomento invidia  porta ad un escursus della letteratura psicanalitica, possiamo far risalire a Sigmund Freud la prima elaborazione del concetto di invidia. Nella teoria del complesso edipico negativo, il bambino, prova invidia per la femminilità e la sua capacità generativa. Tanti simbolismi onirici furono interpretati dal padre della psicoanalisi come vera  e propria invidia per la gravidanza. L’invidia del pene era invece attribuita alla bambina e con questa prima concettualizzazione, l’invidia, come sentimento a sé, svincolato dalla gelosia e dalla rivalità, prese piede e acquistò importanza sino al punto di diventare causa dell’analisi interminabile nelle donne.

La Klein, seguendo Freud attribuì ancora più importanza all’invidia e attribuì a  questo sentimento una valenza ancora maggiore. Nello scritto “ Il complesso edipico alla luce delle angosce primitive” del 1945, l’autrice considera l’invidia del pene espressione della bisessualità nella bambina. La bisessualità nasce dall’invidia primaria per il corpo della madre che viene fantasticato come contenente il pene paterno e i bambini. La prima forma di invidia è nei confronti del materno, la seconda nasce dal desiderio inappagato di possedere il padre nell’amplesso sessuale. Anche per il maschietto il primo sentimento d’invidia nasce nei confronti del materno, del corpo femminile che può contenere il pene ed i bambini. Nello scritto del 1957, “Invidia e gratitudine” , la Klein ritiene che l’invidia sia uno degli affetti più precoci e fondamentali. Scrive, infatti, che sorge nella primissima infanzia e che la prima forma di invidia è rivolta proprio al seno, fonte di nutrimento. La  nutrizione e la cura materna suscitano per l’autrice, due opposti sentimenti: da un lato gratitudine cioè l’amore e l’attaccamento che subentrano alla gratificazione; dall’altro l’invidia derivante dalla “paura” successiva alla constatazione che amore, nutrizione e benessere non sono sempre disponibili poiché provengono da qualcuno “fuori di sé”. L’invidia del seno è invidia delle prerogative positive del materno, in quanto fonte di amore, nutrimento e creatività; secondo la Klein, l’invidia per il seno nasce anche dalla fantasia che quando le sue risorse non sono accessibili, immagina che siano egoisticamente godute dal seno stesso.

L’invidia, dunque, non pare nascere solo dalla gratificazione,dal riconoscere le ricchezze e il nutrimento o dalla frustrazione di quest’ultimo, ma proprio da queste due caratteristiche insieme. Quando inizia ad emergere l’io dell’infante, questi si accorge di essere separato dalla madre e riconosce l’ “oggetto seno”, altro da se. L’infante riconosce di non essere autogratificante e che la gratificazione ed il piacere assieme al nutrimento gli arrivano dall’esterno, egli capisce che il beato stato fusionale è irrevocabilmente finito.

Questo pare avere, infondo, assonanze con gli stadi di sviluppo della coscienza postulati da Neumann: se si volesse leggere le considerazioni Kleiniane in un’ ottica junghiana, quest’invidia non parrebbe altro che un sentimento nei confronti dell’archetipo femminile idealizzato e ritenuto fonte di tutto il bene.

Come afferma Neumann in “Origini della coscienza” la psiche, sotto la spinta della differenzazione e dello sviluppo, emerge dallo stato uroborico ed in questo momento emerge la coscienza. È proprio in questo momento che con l’emergere dell’io o di quella che l’autore chiama “ coscienza patriarcale” ci si distacca dal materno e si prova una sensazione di nostalgia delle origini. In questo stadio si prova il desiderio di tornare alla madre e si proiettano sul femminile qualità “ numinose” legate alla fecondità e capacità generative. È questo dunque il momento i cui la psiche invidiosa delle prerogative del materno può proiettare su di esso la carica aggressiva di cui è foriera l’invidia.

La klein fa una netta distinzione tra gelosia, invidia e bramosia.

La gelosia è un sentimento più complesso basato sulla rivalità edipica, sull’amore per l’oggetto e l’odio nei confronti del terzo;

La bramosia mira all’accaparrarsi tutto il bene e il buono dell’oggetto positivo, anche se in questo possedere si può danneggiare l’oggetto; ciò è naturalmente inconsapevole e involontario, il danno inferto dall’invidia, invece, è volontario poiché mira a svilire l’oggetto buono che è visto solo parzialmente  e non ha a che fare con una relazione triangolare.

Svilire l’oggetto ha una valenza difensiva perché si devastano le qualità dell’oggetto invidiate. Distruggere e deturpare equivale dunque ad una manifestazione palese dell’invidia e ad una difesa contro la sofferenza di sapere di non poter possedere tali qualità.

Con questa identificazione proiettiva distruttiva torniamo a Jung se consideriamo quanto l’archetipo femminile, nel corso della storia delle religioni sia stato svilito e deturpato dalla coscienza maschile. Abbiamo visto infatti che con l’emergere di tale coscienza può insorgere l’invidia per le prerogative fecondatrici del femminile. Per questo motivo la coscienza che si irrigidisce in posizioni patriarcali proietta il male nel femminile come potenza assoluta di vita e di morte.

L’invidia in quest’ottica, nasce dunque dall’unilateralità della coscienza che rimuove l’anima (femminile).

Basti pensare a ciò che accadde alla prima moglie di Adamo: Lilith, che per non essersi completamente sottomessa all’uomo diventa madre dei demoni. Nella sua evoluzione assume varianti di  tutte le Dee come le Lamie, le Arpie, le Erinni e poi le Streghe che non sono altro che frutto di un’identificazione proiettiva negativa della coscienza maschile nei confronti del femminile.

Quante donne con la corazza di Amazzoni, che si identificano nel principio maschile, sviliscono e devastano il loro lato più fragile e dipendente, la recettività accogliente di una femminilità che passa anche attraverso la cura e la grazia?

L’uomo o la donna che non vivano una dimensione di equilibrio tra femminile e maschile, che non compiano quel famoso ieròs gamòs tra questi due opposti vivono ovviamente nell’unilateralità, in una monodimensionalità che li farà vivere in base a concetti rigidi di femminile  e maschile. A questo, necessariamente seguirà l’affetto di invidia e la necessità di svilire e depauperare quegli aspetti del femminile o maschile che in essi stessi non riescono ad essere espressi e vissuti. Inoltre quei lati della personalità che non riescono ad esprimersi, verranno ritenuti potenti e pericolosi e proiettati nell’altro in maniera persecutoria. Quante donne che non hanno sviluppato il loro lato “Afrodite”, che non riescono a vivere una sessualità appagante e un erotismo vivificante, sono le prime a scagliarsi  contro altre donne ritenute di facili costumi o martorizzano le figlie adolescenti perché nel loro corpo che cambia vedono le tracce di una sessualità in fieri che ad esse è negata? Alla luce di quanto detto sopra può essere considerato il mito di Persefone che essendosi congiunta negli inferi e per l’eternità con Ade, suscita l’invidia della madre Demetra. Questa, non potendo più riportare a se la figlia, accetta il patto di doverla condividere.

Il mito narra che Persefone, figlia di Zeus  e di Demetra, venne rapita da Ade , dio dell’oltretomba, che la portò negli inferi per sposarla ancora fanciulla contro la sua volontà.  Lì le venne offerto del melograno, del quale ne mangiò solo sei semi. Persefone ignorava che chi mangia i frutti degli inferi è costretto a rimanervi per l’eternità. La madre, dea dell’agricoltura, reagì adirata al rapimento scatenando un inverno duro che sembrava non avere mai fine. Con l’intervento di Zeus si giunse ad un accordo con il quale si stabiliva che Persefone, sarebbe rimasta per sei mesi (come i sei semi del melograno) nell’oltretomba e  altri sei mesi con la madre. Demetra allora accoglieva con gioia il periodico ritorno di Persefone sulla Terra, facendo rifiorire la natura nelle stagioni calde.              Ma quando siamo in grado di vedere i nostri aspetti taciuti, quando siamo in grado di operare un’integrazione, attraverso lo specchio analitico, possiamo conoscerci e trasformarci e l’odio e l’invidia dovute all’ignoranza della non –conoscenza di sé, si trasformano in alleanza terapeutica. Alleanza che può ricostruire la prima, mancata, con l’oggetto d’amore e invidiato: con la madre, che è stata manchevole o è venuta a decadere. Scrive Cesare Pavese: “ si odia ciò che si teme, ciò quindi che si può essere, che si sente di essere un poco. Si odia se stessi. Le qualità più interessanti e fertili di ciascuno sono quelle che ciascuno più odia in sé e negli altri. Perché nell’odio c’è tutto. Amore, invidia, ignoranza, mistero e ansia di conoscere e possedere” ( 1935-50, pg.119). Talvolta l’invidia può permeare il setting analitico ed essere proiettata sull’analista visto come detentore di sapere, di nutrimento per l’anima quindi invidiato come il seno primordiale, ma se si riesce a ricomporre questa capacità primaria di alleanza e se si permette la libera circolazione del sapere, l’analista può condurre l’analizzando in una dimensione in cui all’invidia nei confronti del numinoso subentra il riconoscimento in sé del numinoso stesso. Il lattante infondo, tramite i richiami nei confronti della  madre non fa altro che cercare questa iniziale e fondamentale alleanza ma se esso sperimenterà la madre come altro da sé, la vivrà come fonte minacciosa di depauperazione. Quando invece le caratteristiche positive della madre verranno introiettate grazie ad una buona alleanza, si creerà l’unione e la base anche per un sano erotismo e amore. L’oggetto non dovrà essere sminuito  ma sarà veicolo per la solidificazione di un legame che sì, nasce da mancanze ,ma da mancanze che possono essere integrate in una sana coniuctio oppositorum.

Scrive Jung: “ Apparentemente la madre possiede la libido del figlio (il tesoro che essa custodisce così gelosamente) e, in realtà, è così, fintanto che il figlio rimane inconsapevole di se stesso” (Jung,1952; pg.254).

Cos’è che s’invidia della madre se non questo tesoro cui allude Jung?

Il concetto di invidia del pene è affrontato anche da Adler che lo rielabora alla luce del complesso di inferiorità. Come sappiamo, per questo autore, tutta la nostra vita psicologica prende le mosse da un senso di debolezza organica in quanto, noi esseri umani, siamo inferiori e deboli per natura. Secondo Hillmann (1983; pg.131-132) “ …Però non dobbiamo prendere troppo alla lettera e quindi in modo troppo restrittivo il lucus dell’organo e neppure il sentimento di inferiorità. Con ciò Adler intendeva anche quelle caratteristiche estreme di ogni tipo, ivi compresa la grande bellezza. Tuttavia la vita dell’anima deriva da un sentimento di singolare inferiorità…che è localizzato in un’unica essenziale immagine organica, sicchè quel locus diventa una pars pro toto della creaturale inferiorità in genere….Noi cresciamo intorno ai nostri punti deboli , a partire da essi viviamo. E dunque , ogni fantasia di cura che perda questo senso di inferiorità organica, la sua particolare localizzazione in un’immagine corporea, perde anche , se si segue Adler fino in fondo, il senso stesso che è proprio dell’anima”. Dunque il comportamento sessuale per Adler assume un carattere simbolico, in opposizione con il carnalismo Freudiano e il concetto di invidia del pene viene letto più ampiamente come invidia per il maschile.

Scrive Carotenuto: “ Il simbolismo sessuale dell’invidia penis deve quindi essere spogliato del letteralismo e collocato in un contesto culturale in cui il potere è detenuto dal patriarcato.” ( carotenuto1995; pg.316 e seg). L’invidia della donna non è dunque invidia per un’inferiorità organica ma la mancanza anatomica diventa metafora, come lo è il seno, di una mancanza più ampia, di un senso di esclusione dai privilegi del mondo maschile. A mio avviso si potrebbe intendere anche invidia per l’esclusione del maschile psicologico ovvero per la mancata integrazione psicologica del maschile nella donna.

Abbiamo visto come l’invidia sia ritenuta un meccanismo di difesa ( identificazione proiettiva). Bion sviluppa questo concetto affermando che l’invidia è una forma di identificazione proiettiva anormale poiché con questo meccanismo  si entra nell’altro attaccandolo e sminuendolo; secondo questo autore con l’identificazione proiettiva normale invece , si entra nell’altro secondo modalità empatiche. Quindi l’identificazione proiettiva è un modo di superare in qualche modo il divario tra sé e l’altro, una modalità difensiva contro il primigenio senso di separazione dal materno.

Se , come abbiamo visto, l’invidia deriva dalle prerogative creative della madre e del maschile, che  come fallo fertilizza e rende possibile la fecondazione, vediamo allora che gli attacchi invidiosi sono tutti mirati ad un unico concetto: la creatività. Per questo motivo, forse, Clitennestra disse: “Se tu sei grande, lo sei perché non hai paura dell’invidia” infatti,  tutte le persone generative e creative, che sviluppano queste facoltà nella loro vita, sono estremamente vittime di attacchi invidiosi. L’invidia , come scrive Carotenuto (op. cit; pg.598) è  “la grande antagonista della creatività”. Sono questi attacchi invidiosi e distruttivi quelli che vengono dal mostro che sovente l’eroe, colui che non teme l’invidia, deve affrontare. L’eroe è metafora dell’essere umano che tende al recupero della creatività primaria, alla coniuctio oppositorum e alla realizzazione creativa. Tornare alla madre , tanto invidiata e attaccata, vuol dire allora tornare alle fonti della capacità creativa, meta dell’individuazione. I Greci parlavano dell’invidia degli dei, riferendosi agli eventi  dolorosi che devono affrontare le persone creative, gli eroi, coloro che percorrono una strada unica e individuale nell’esistenza. Anche in questo caso vediamo come l’invidia è un attacco riferito all’autonomia, alla creatività dell’individuo. Scrive Carotenuto “La storia è costellata di questi drammi, di persone eccezionali che per poter esprimere le loro idee si sono dovute scontrare con l’invidia altrui e con la solitudine”. Riappropriarsi di quella creatività primigenia, infatti, vuol dire possedere quella numinisità e nutritività proprie del seno tanto invidiato arcaicamente.

Jung, non ha mai ampliato e parlato direttamente del concetto di invidia, ma se abbiamo recepito profondamente il suo messaggio, ci rendiamo conto di quanto l’invidia sia un sentimento derivante dall’incapacità di attingere alle fonti sorgive della creatività e della realizzazione. Sappiamo che la meta dell’uomo è l’integrazione  e l’ individuazione: una psiche parcellizzata che non attinga alla fecondità della creazione e del centro della personalità, allorchè rimosso e attaccato, porterà necessariamente all’invidia. Questa, con i suoi attacchi mortiferi, impedisce il riconoscimento di un seno interiore , tondo e rassicurante come i mandala, da Jung ampiamente analizzati che non sono altro che simboli della circolarità del Sé e del seno, come fonte di creatività e nutrimento interiore.

Bibliografia

Adler  “Psicologia del bambino difficile” 1930;

trad.it. Newton Compton Roma 1975

Aldo Carotenuto ” Trattato di psicologia della

personalità” 1995 Raffaello Cortina Editore

Ellemberger “La scoperta dell’inconscio” Vol.I Bollati

Boringhieri  1976

Hanna Segal  “Melanine Klein” 1979; trad.it. Bollati

Boringhieri, Torino 1981

Hillman “Intervista su amore, anima e psiche” 1983;

trad.it.Laterza, Bari

Jung, “Risposta a Giobbe” 1952; trad.it. in Opere

vol.9 Boringhieri , Torino 1979

Melanine Klein  “invidia e gratitudine” 1957, trad.it.

Martinelli, Firenze 1969

Melanine Klein  ” Lo sviluppo di un bambino” 1921;

trad.it in Id., “Scritti 1921-1959”, Boringhieri,

Torino, 1978

Neumann “Storia delle origini della coscienza” 1949;

trad.it. Astrolabio, Roma 1978

Etimologia della psiche: il Demonio è buono o cattivo?

Etimologia della psiche: Il DEMONIO è buono o cattivo?

di Barbara Collevecchio –

Chi mi conosce sa bene che le mie riflessioni partono sempre da quella che ritengo una “Grande madre” buona, bacino di infinite suggestioni e scoperte: l’etimologia.
Perché è importante andare alle origini della lingua? Non per puro “citazionismo” dotto ma per un’esigenza fondamentale: esplorare i nostri limen intellettuali attraverso i limiti della comprensione  del nostro linguaggio.  Molto spesso usiamo le parole in modo inconscio: senza conoscerne i reali e profondi significati. Se assumiamo che la parola è simbolo, significante e non mero segno, l’esplorazione e amplificazione del significato della parola diventa un concetto filosofico e un messaggio psichico.
Qual è la differenza tra simbolo e segno? Il segno è un semplice significante che ci riporta ad un univoco significato: un esempio possono essere i cartelli stradali. Il simbolo invece, dal greco Sun-ballo, significa mettere insieme. Mettere insieme cosa? La parola come simbolo coagula in sé dei messaggi psichici, dei concetti .
Il simbolo è sempre polisemantico ovvero ha più significati. Spesso un simbolo archetipico ha, come il tao, un livello inferiore ed uno superiore. Prendiamo ad esempio il significato di DEMONE.
Il dèmone s.m. [inizio sec. XIV] è uno spirito con facoltà soprannaturali. La parola deriva da quella meraviglia concettuale che è la lingua greca:  daímōn -onos e si traduce in ‘genio, essere soprannaturale’. Quindi per i greci un demone non aveva una connotazione negativa, esso è  divenuto ‘spirito maligno, demonio’ nella visione giudaico-cristiana. Perché?
Per capirlo dobbiamo risalire ad alcuni miti cosmogonici: in molti di essi Lucifero (colui che porta la luce) è una sorta di Prometeo, un mediatore psichico che connette l’umanità con gli dèi e le divinità. La stessa valenza è riscontrabile nel Dio Ermes, il messaggero degli Dèi, anch’egli ritenuto ladro e truffaldino. Portare la conoscenza agli uomini, far luce lì dove è oblio e ignoranza, è peccato. Questo ci dice  il mito di Prometeo, questo ci dice una bella scultura del figlio del filosofo Emanuele Severino. Non tutti sapranno che il noto filosofo ha un figlio che è anche un bravissimo scultore: Federico Severino. A casa del padre c’è una sua importante  scultura raffigurante Orfeo. Lo scultore ci regala un Orfeo schiantato a terra con la sua lira. Persa Euridice, perso l’amore, cosa resta ad Orfeo? Questa statua a testa in giù rappresenta anche la caduta di Lucifero: la caduta a terra, lo schianto vertiginoso di chi viene punito per il suo peccato di Ubris: la tracotanza di chi si sente più forte degli dèi, di chi li sfida. Un dio punisce sempre l’uomo che vuole guardarsi indietro. E il voltarsi di Orfeo è un cercare un significato profondo, interiore, è uno sguardo indiscreto nei confronti di tutto ciò che è ctonio: uno sguardo sull’Ade, sull’inconscio. Molto pericoloso farsi domande.
Quindi, tornando al Daimon, questo genio, questo spirito per i greci non era diabolico, ma una voce interiore che ci chiama alla nostra realizzazione attraverso una più compiuta conoscenza. Conoscenza che può essere pericolosa perché prevede un’esplorazione  dell’osceno. Osceno: fuori dalla scena, fuori dal manifesto. E come sappiamo da Freud i contenuti inconsci sono spesso e volentieri osceni, pruriginosi.
Eppure la sfida della complessità è questa: vogliamo accontentarci del manifesto o vogliamo ascoltare il nostro demone interno che ci spinge a “ ulteriorizzarci” e a conoscere veramente?
Circa i fraintendimenti e le bugie che ci diciamo e che ci dicono voglio farvi un esempio molto interessante. Il diavolo è buono o cattivo?
LA MISTIFICAZIONE DEL SIMBOLO DI BAPHOMET: SOLVE ET COAGULA
Bafometto o Baphomet è il nome, ricorrente nella letteratura occultista del XIX secolo, di unidolo pagano della cui venerazione furono accusati i Cavalieri templari.
Per molto tempo questa divinità  è stata male interpretata e intesa come entità demoniaca e perniciosa. Invece, se analizziamo  bene i simboli di cui è pregna, ci rendiamo immediatamente conto di quanto essi siano  positivi. Innanzitutto sul grembo c’è il caduceo, che come ho ampiamente scritto nel mio libro “ Il male che cura” è simbolo di unificazione positiva e curativa degli opposti e delle antinomie psichiche, tanto da diventare emblema della medicina. La mezza luna e le corna sono simboli di fertilità legati alla dea madre, il braccio in alto e quello in basso,” il solve et coagula”,  rappresentano i simboli alchemici dell’alto e del basso. La quadratura del cerchio, gli opposti che si integrano. Allora perché  quel volto caprino volto a spaventarci ? Perché alla chiesa d’allora conveniva denunciare e rendere eretici i Templari. Ma quante di queste mistificazioni ci hanno allontanato dal vero?
“Noli altum sapere” , in greco voleva dire “ non ti insuperbire della conoscenza”, ovvero, rimani umile. La chiesa ce l’ha tramandato come “non voler conoscere” . Eresia in greco vuol dire “libera scelta”… oggi cosa ci significa invece eresia?
Spero di non avervi annoiato e di aver scalfito un poco di false certezze. Il vero demonio, il vero peccato è restare ignoranti. Ce lo insegnano i miti, sempre attuali. Il vero pericolo è non approfondire, dare per certe informazioni che certe non sono. Certo, il rischio di affrontare e cercare la verità è quello di schiantarsi a terra, con tutto il pesante carico delle nostre illusioni… ma io vi chiedo: e se la bellezza non fosse in alto ma nel basso?

Le ultime pagine del mio libro : Il male che cura .

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Maghe, streghe, fattucchiere e divinità nell’analisi psicologica di un arcaico rito rurale: il mito dell’eroe che affronta il male e il serpente al fine di guarire e rinascere a nuova vita. 
“Il Male che cura” è una metafora di guarigione nell’incontro terapeutico con le nostre difficoltà, svela l’opportunità di dialogare con le nostre parti rimosse ed energie sepolte. 
È l’incontro con la paura, riscontrabile nei miti e in questo rituale religioso che ancora sopravvive al tempo, a chiederci di riaprire un dialogo con i simboli archetipi e universali che giacciono in noi.
L’ autrice affronta attraverso l’analisi di questo rito un percorso di conoscenza del Sé, di catarsi e di espiazione, di morte e rinascita, che avviene attraverso l’incontro con il male che è presente in ogni individuo.

 

http://www.persianieditore.com/edizioni/Schede/Scheda_MaleCura.htm

I simboli onirici come quelli riscontrabili nei miti e nelle raffigurazioni artistiche come ad esempio, l’immagine del mandala, nella lettura junghiana sono frammenti che dall’inconscio collettivo ci chiamano attraverso le loro proprietà fascinose, a compensare il nostro atteggiamento cosciente e ad intraprendere la via dell’integrazione, in questo senso  il compito dell’individuo ci pare esemplificato in questo brano tratto dal “Coraggio di ogni giorno” di Hermann Hesse: “ Non c’è altra via che conduca al compimento e alla realizzazione di sé, se non la rappresentazione quanto più compiuta del proprio essere. “sii te stesso” è la legge ideale…non c’è altra via che conduca alla verità e allo sviluppo”.( Hesse 1950;trad.it.1993, pg.27).

Dunque  analizzando la processione di S.Domenico avvinghiato dai serpenti, non si possono fare affermazioni con dati storici che ne attestino la  diretta derivazione dal culto marso della dea Angizia ma mi è sembrato invece possibile, usando uno stile ermeneutico proprio della psicologia analitica, amplificare le sue componenti simboliche e  sottolineare come esse siano proprie di temi universali che ricorrendo sovente nella mitologia, nella storia delle religioni, come nelle favole e nelle produzioni oniriche, possono essere ricondotti all’archetipo della Magna Mater. Dopo aver trattato dell’archetipo della Grande Madre e dell’ombra, mi è sembrato possibile, dunque, evidenziare come il topos da cui origina il rito Cocullese sia riconducibile a quello dell’eroe che nel suo viaggio iniziatico di discesa nel regno inconscio, incontra il mostro/animale che deve sconfiggere o addomesticare. In questo senso credo che sia possibile rileggere anche le critiche mosse dal Profeta  a coloro che hanno interpretato questo rito con una visione monodimensionale attribuendo importanza ogni volta, solo ad una delle sue caratteristiche.

In termini psicologici l’incontro del santo con l’animale, che a Cocullo si specifica nel serpente, a mio avviso rappresenta  il processo di integrazione dell’ombra. Circa la presenza di simbolismi legati  all’archetipo della Magna Mater , abbiamo visto come esso si rappresenti in questo rito attraverso le immagini simboliche  del serpente, dell’acqua , della terra, dell’incubatio, della grotta e della dimestichezza con gli animali .

Ho rilevato le polivalenze simboliche del serpente sottolineando che  l’inconscio  proprio per la sua logica simmetrica ed estensiva non produce mai immagini immobili e fisse riconducibili ad un’unica ed inequivocabile interpretazione intellettuale ma ci pone innanzi simboli polisemantici che nella loro aurea nebulosa ci scuotono inducendoci ad una mobilizzazione e sperimentazione personale dei loro contenuti. 

L’immagine archetipica è mobile e sta a noi rimuoverla e non prestargli ascolto o rischiare di venire a patti con essa. Siamo noi, infatti, che ogni giorno dobbiamo chiederci se le scelte che facciamo sono frutto del nostro vero Sé o altresì scelte obbligate dal ruolo sociale che rivestiamo nella società. La tragedia Greca ha espresso con magistrale pathos questo dilemma: prendiamo l’Antigone di Sofocle. E’ evidente come in questa tragedia i personaggi siano intrappolati nei loro ruoli sociali: seppellire il proprio fratello come prescrive l’etica dei rapporti fraterni o obbedire al ruolo di cittadina dunque al divieto di seppellirne  del re? Antigone sceglie in quanto persona: maschera sociale, non in quanto individuo libero e questa scelta di condotta la porta alla rovina. Quanti individui sprecano la loro vita e si ammalano, poiché intrappolati nella loro persona non riescono a scegliere di intraprendere il rischioso percorso dell’individuazione?

Anche  per S.Domenico, che incarna il mito dell’esule, del viaggiatore errante alla ricerca di più alti valori del Sé , si tratta in principio di fare una scelta ed egli la compie con l’eremitaggio. Il Santo, come tutti gli eroi, si riconobbe non appartenente a quel mondo nebuloso e corrotto degli albori del medioevo, dunque decise di non prendervi parte in modo attivo ma di compiere un viaggio solitario di ricerca e di negazione dei valori correnti e abbiamo visto come il topos del viaggio sia anch’esso  un archetipo.. Il suo scopo era reintegrarsi con Dio ovvero raggiungere quella che la psicologia olistica chiama Autorealizzazione che presuppone il distacco dal mondo sociale, con le sue norme omogeneizzanti e appiattenti l’individuo. Come abbiamo visto il percorso verso la crescita e la differenziazione, la via della realizzazione di noi stessi è rischiosa :la trasformazione e  il cambiamento sono rischiosi, sia perché implicano una messa in discussione del nostro assetto psichico , sia perché non possono prescindere da una discesa negli inferi dell’inconscio materno, che assieme ad una promessa di rinascita ci assicura una morte, la morte del nostro vecchio modo di intendere e vivere l’esistenza. Questo percorso è chiamato da Jung di individuazione prevede l’incontro dell’individuo con il mostro, l’inconscio, che sovente è rappresentato dall’immagine di un drago o di un serpente.

Un individuo è paragonabile ad una casa in cui esso può coltivare se stesso, ma talvolta le mura dell’edificio individuale possono trasformarsi in corazza, per compiere l’esperienza fondamentale di superamento della condizione umana limitata, perché sia possibile il passaggio da un modo di essere limitante ad uno più ampio e non condizionato, c’è bisogno di una rottura; in uno splendido libro, “Spezzare il tetto della casa”, Eliade ci insegna come per il pensiero indiano, l’arhat , colui che spezza il tetto della casa, è colui che prende il volo verso la libertà, colui che “ ha trasceso il cosmo e ha avuto accesso a un modo d’essere paradossale, addirittura impensabile, quello della libertà assoluta”.(Eliade 1985;op.cit.pg.155).

Il simbolo della casa come corpo umano ci insegna che ogni situazione stabile, permanente implica la creazione di un cosmo, cosmo personale che talvolta può essere vissuto come limitante, in questo senso “Il superamento della condizione umana si traduce, in una maniera immaginosa, con l’annientamento della casa, cioè del cosmo personale che si è scelto di abitare”(ibd.); se dunque la dimora stabile in cui si vive, la nostra condizione esistenziale, blocca il nostro progresso, se le fondamenta diventano radici che ci avvinghiano e rendono impossibile percorrere il nostro viaggio personale, allora è nostro dovere assumere il coraggio di spezzare il tetto della nostra casa personale. Se si sceglie la libertà  dell’individualità qualcosa deve morire perché si possa rinascere.

In questo contesto concettuale, a mio avviso, s’incista il mito di S.Domenico, il quale, volto al  superamento dell’egocentrismo individualistico basato sulla coscienza dicotomica che  strappa dal contatto con l’Altro e con la totalità, ci rimanda al significato profondo ed al messaggio che ci invia questo affascinante rituale:  incontrare noi stessi e affrontare la paura che ne deriva.

Fu per poter vivere che i Greci dovettero, per profondissima necessità, creare questi dèi: questo evento noi dobbiamo senz’altro immaginarlo così, che dall’originario ordinamento divino titanico del terrore fu sviluppato attraverso quell’impulso apollineo di bellezza, in lenti passaggi, l’ordinamento divino olimpico della gioia, allo stesso modo che le rose spuntano da spinosi cespugli.”( F.Nietzsche :La nascita della Tragedia, pagg. 28-38)

Paura, o come lo chiama Nietzsche , terrore che viene proiettato nell’Ombra, negli animali.

 Paura che dobbiamo affrontare per poter integrare l’energia libidica rimossa, come quando durante la festa di Cocullo prendiamo il coraggio di  vedere e toccare i serpenti, poiché, seguendo Jung, ognuno di noi ha il compito di individuarsi.

Jung afferma che “tutti si ammalano perché hanno perso ciò che le religioni di tutti tempi hanno dato ai loro fedeli; e nessuno guarisce veramente se non riesce a raggiungere un atteggiamento veramente religioso”( Jung 1934;op.cit.pg.182) , quello che le religioni e i miti ci offrono tutt’ora sono i simboli che , in quanto messaggeri dell’inconscio , se integrati alla coscienza possono guarirci.

Ciò che la società di S.Domenico e la nostra ha perso è l’ascolto verso i suggerimenti preziosi che ci vengono per via dei simboli onirici o religiosi, il richiamo del Daimon, dell’ombra nella sua accezione di aiutante magico che ci induce a prendere una decisione:ascoltare l’inconscio e rinascere o rimanere immobili entro i limiti della persona sociale.

Il principium individuationis può avvenire in due modi contrapposti: una cosa è individuarsi in modo conscio e discriminatorio, ancorarsi al proprio egocentrismo e rimuovere l’inconscio, come fece con veemenza il principio brutale maschile all’epoca delle invasioni elleniche in Grecia, che rimosse il femminino uccidendo la Pizia e sostituendo un Dio maschio all’oracolo; un’altra è individuarsi dopo essersi calati in un viaggio iniziatico volto alla scoperta delle proprie profondità psichiche, riappropriarsi degli opposti da cui ci si era scissi, affrontare il proprio male interno e riuscirne risorti con un nuovo atteggiamento mentale. Questa è quella proprietà rigeneratrice tipica della Madre e del serpente che cambia pelle. Scrive infatti Carotenuto : “ Il percorso che porterà l’eroe alla meta individuativi non presuppone infatti l’irrigidimento difensivo che identificherebbe l’eroe con il padre, né la negazione difensiva delle pulsioni inconsce….così come una immediata e cieca fissazione al regno delle madri comporta la perdizione di sé, altrettanto perdente risulterebbe l’adesione unilaterale e acritica ai dettami dell’ordine patriarcale”.( Carotenuto,1992,op.cit.pg.106).

Vediamo come la tematica centrale di questo rito sia la vittoria sul negativo e la paura,  a tal riguardo scrive Jung : “ La paura della vita non è un fantasma immaginario, ma un vero panico che appare sproporzionato solo perché la sua fonte reale è inconscia e quindi proiettata: la parte giovane e in via di sviluppo della personalità, cui viene impedito di vivere e che viene tenuta a freno, genera paura e si trasforma in paura.”( Jung 1912; pg.294). 

Dunque il serpente non è altro che quella parte vitale della personalità che noi ricacciamo nell’inconscio e che ci chiama  a vivere, “ sembra che la paura provenga dalla madre, in realtà è la paura della morte dell’uomo istintivo e inconscio che, per il continuo indietreggiare dinanzi alla realtà è tagliato fuori dalla vita.”

Affrontare  il tema della  paura, in questa società in cui uno delle sofferenze dell’anima più diffuse è l’attacco di panico, mi sembra uno dei compiti più importanti da svolgere ( secondo i dati del Lidap in Italia soffrono di questo disturbo 2,5 milioni di persone e negli ultimi vent’anni c’è stato un aumento costante). La paura, infatti, un tempo poteva essere proiettata sui mostri, sui demoni e sugli animali, come abbiamo visto nella trattazione della mia tesi, ma oggi pare che con l’attacco d’ansia ci blocchi dal nostro stesso interno. E’ probabile che i nostri bisogni creativi, le nostre energie libidiche, non possano avere sbocco in un’epoca in cui, come aveva profetizzato Jung si è persa quasi totalmente la capacità di essere creativi e di pensare per simboli. Caprifoglio in un articolo scrive : “chi soffoca sul nascere il proprio modo di essere finisce sotto attacco. Il panico usa una cura d’urto solo per farci scoprire chi siamo” per cui la domanda da porsi dinnanzi all’emergere della paura dovrebbe esser “ oggi, con questa crisi, che vita sto ricacciando indietro? Che cosa mi sto perdendo che il panico mi segnala con tanta intensità?”( Caprifoglio in Riza psicosomatica, Feb.2007 n.312). Il panico subentrerebbe dunque quando si aderisce alla Persona, infatti panico deriva da Pan, il Dio greco dell’istintualità e della vitalità, mezzo uomo, mezzo animale che induceva un improvviso e intenso stato di terrore in chi lo incontrava. L’attacco di Pan, come l’incontro pauroso con il serpente, rappresenta la nostra natura istintuale che irrompe nella Persona rigidamente strutturata. 

Hillman nel saggio su Pan, afferma che il panico rivela le eruzioni vulcaniche, gli attacchi e i tifoni distruttivi della natura dell’uomo rimossa.( cifr. Hillmann; op.cit) In questo senso, rifacendoci al patronato odontalgico di S.Domenico, potremmo affermare che siamo rimasti senza “denti”: indifesi dinnanzi alle pulsioni che rischiano di strabordare dall’inconscio poiché non abbiamo più santi taumaturgi in cui credere né simboli capaci di trasformare l’energia psichica.  Carotenuto scrive  : “ Il nostro mondo psichico equivale a un campo energetico costituito da polarità…anziché averne paura, dobbiamo essere in grado di immergerci in situazioni problematiche. Le strade lisce e senza ostacoli esistono solo nel desiderio, che per fortuna non si realizza mai, altrimenti il quadro assomiglierebbe a un elettroencefalogramma piatto”.(Carotenuto 1991;op.cit.pg.757-758). E’ per questo che ritengo importante il contributo della psicologia junghiana, poiché nel suo messaggio positivo ci apre la strada verso la comprensione di quei messaggi simbolici partoriti da una funzione  curativa che possediamo in noi stessi  e ci apre ad una concezione del conflitto che  supera la paura subordinandole l’importanza dell’antropocentrismo di un individuo che impari a considerarsi centro e padrone della propria esistenza.

Dunque la funzione di questo rito non sarebbe altro che rappresentare l’esposizione dell’uomo al negativo esistenziale, ripetendo il tema mitico dell’incontro dell’eroe con il mostro, esperienza grazie alla quale l’individuo stesso viene redento dal suo isolamento e restituito alla sua totalità . Come afferma anche Hegel nella fenomenologia dello spirito, infatti, lo spirito è forte quando ha la capacità di guardare in faccia il negativo che è in ognuno e soffermarsi su di esso affinché il negativo stesso non lo travolga; discorso ripreso anche da Nietzsche che in Divieni ciò che sei, scrive di come l’uomo tenti di fuggire dal dolore sottraendosi così allo sguardo penetrante che lo osserva dalle profondità del dolore che chiede all’uomo di comprendere tramite di lui la propria esistenza.

 La Totalità e  completezza del Sé cui si riferisce Jung  promuove una morte del vecchio uomo, sociale e rimosso a favore di una rinascita che non è legata ad un paradiso terrestre ma ad un’esistenza sperimentata al pieno delle proprie possibilità. L’uomo individuato rinasce nel mondo per poterlo godere e per esplicare in esso tutte le sue potenzialità creative. Cercare Dio in sé stessi equivale a  trovare la via per l’assoluto dentro di sé , quanto maggiore sarà l’ ascolto prestato al sè più profondo tanto maggiore sarà la certezza dell’uomo di essere volto di Dio:è qui che si risolve il problema religioso di cui parlava Jung, immagine espressa  in una bellissima poesia del poeta spagnolo Jimenez: 

“L’ESSERE UNO”

Che nulla mi invada da fuori,

che solo io mi ascolti dal di dentro.

Io Dio

Del mio petto.

Io tutto:ponente e aurora;

vita e sogno,amore e amico.

Io solo

Universo.

Non pensate alla mia vita,

lasciatemi libero e immerso.

Io uno

Nel centro.” (Jimenez, 1923)

Ma per raggiungere questo stato di completezza si rischia  di rimanere avvinghiati tra le spire del serpente e che il suo il morso ci ammali, lo stesso Jung nel viaggio della sua analisi interiore fu vittima di quella che Neumann chiama “malattia creativa”.

Scrive Neumann: “La storia individuale di ogni uomo creativo rasenta sempre l’abisso della malattia , in quanto in lui è caratteristica una intima tendenza a non proteggere e guarire , com’e usuale, le ferite personali che sono necessariamente connesse a ogni sviluppo. In lui queste ferite rimangono aperte, ma la sofferenza che esse procurano è vissuta fino a una profondità dalla quale affiora un’altra forza risanatrice , cioè il processo creativo.” (Neumann, 1954;trad.it 1975,pg.51).

 S. Domenico deve soffrire la solitudine dell’eremitaggio e del contatto con l’inconscio ma da questo ne esce santo e capace di parlare con i serpenti (il male) e renderli innocui .Anche in questo caso vale il mito secondo cui il ferito può essere anche colui che guarisce, il medico, ecco spiegato perché su tutti i personaggi che sono venuti a contatto con il simbolo dell’ombra sotto le spoglie del serpente, come i serpari, siano attribuite capacità taumaturgiche: “Poiché l’uomo creativo nella propria sofferenza personale soffre in prima persona anche per le ferite della sua epoca……egli è in grado di produrre dalla forza rigeneratrice delle sue profondità ciò che può guarire non solo lui stesso ma anche la comunità”.(Carotenuto 1991;op.cit.pg.473). Allora la funzione sociale dei serpari sembra quella di “mediatori psichici”: l’antico serparo potrebbe rappresentare l’odierno psicoanalista che, avendo dimestichezza con l’inconscio, insegna anche agli altri a prendere contatto con esso così come il serparo durante la festa avvicina le persone spaventate ai serpenti.

Ecco che così si può rispondere ad un’altra domanda che il Chiocchio si poneva circa il culto di Ercole: “perché fu celebrato l’eroe dell’uccisione dei rettili (Ercole) dal momento che in epoche antiche questi erano simbolo di prudenza e di immortalità?” (Chiocchio;op.cit.ibd). .

Perché l’uccisione del serpente simboleggia la morte simbolica dell’uomo “persona” e la sua rinascita ad uomo guarito, per questo è così emblematica la fotografia che mi ha mostrato il Prof. Giancristofaro presidente del Centro Studi di Tradizioni Popolari dedicato al Di Nola.

In questa foto dalla quale infatti prende il nome il libro “Il serpente sull’altare” di Profeta (ed.Iapadre 1998),compare un serpente sull’altare eucaristico, quest’immagine è fascinosa e archetipica poiché simboleggia a mio avviso il sacrificio del serpente (ombra) che immolato nella mensa eucaristica è integrato psichicamente. Da una parte questa è una morte  ma è  morte che implica  rinascita, come la resurrezione del Cristo:non a caso il Cristo risorto è raffigurato come un pesce  infatti è disceso negli inferi, nel mare dell’Es, ed è risorto. Che il serpente sia assimilabile al Cristo si evince d’altronde dal passo biblico in cui quando gli israeliti nel deserto si pentono di aver mormorato contro Dio, chiedono a Mosè di intercedere per loro con quest’ultimo . Dio allora comanda di fabbricare un serpente di rame e di innalzarlo sopra un’asta; “chiunque , dopo essere stato morso, lo guarderà, resterà in vita” è scritto.( Nm 21,7 s). Il serpente di rame nel nuovo testamento è considerato una prefigurazione di Cristo “ Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il figlio dell’uomo, perché chiunque creda in lui abbia vita eterna” (Gv 3,14 s) e  nella patristica S.Ambrogio parla del crocefisso come di un serpente appeso al legno (serpens in ligno suspensus) . Se secondo Eliade “Forse la funzione più importante del simbolismo religioso (importante, soprattutto per via del ruolo che doveva avere nelle successive speculazioni filosofiche) è la sua capacità di esprimere alcune situazioni paradossali e alcune strutture della realtà ultima, altrimenti impossibili ad esprimere”[32]; Mefistofele e l’androgine, cit., p. 189. Mediterranee, 1971.

Allora Il percorso dell’Eroe dunque ci ricorda l’importanza di aver il coraggio di affrontare la paura di vivere un’esistenza autentica, un percorso individuale, senza temere la morte  del nostro uomo sociale o la solitudine che spesso deriva da scelte indipendenti.  Coraggio al cospetto dell’Ombra :  “ Coraggio dinanzi alla tristezza dei distacchi, alle passioni che selvaggiamente riassaltano e attanagliano, alle cose del mondo che vanno in contrario dei nostri amori e delle nostre speranze, ai dolori che conviene sostenere e accettare e addomesticare e ridurre a compagni severi della propria vita morale” come scrive Croce ( Croce 1945, pg.31).

L’eroe possiede questo coraggio e  senza temere il giudizio del mondo che troppo spesso getta tra i perdenti gli individui che cercano una soluzione originale agli eterni conflitti dell’animo, il suo archetipo ci ricorda che la vita va sperimentata, che con “audacia” bisogna esplorare vie e interpretazioni nuove,  poiché, come scrive Jung : “ A ogni declino segue un’ascesa. Le forme che svaniscono si ricompongono e , alla lunga, una verità è valida solo quando è suscettibile di mutamento e testimonia di sé nuove immagini, in nuove lingue, come un vino nuovo che viene messo dentro botti nuove”. (Jung,1912:op.cit.pg.349).