Conversazioni di Cura

Tutti noi, in modo più o meno consapevole, facciamo ricorso ai Bias Cognitivi per interpretare la realtà e il mondo che ci circonda. Ma cosa sono esattamente i Bias Cognitivi? Scopriamolo assieme in questa interessante chiacchierata del nostro Achille Saletti con la psicologa e blogger (Il Fatto Quotidiano, Huffington Post) e psicoterapeuta Barbara Collevecchio.

L’Italia incattivita, Trump, Salvini e l’archetipo del Bullo

Cosa significa crescere, diventare adulti? Per alcuni sviluppare la propria personalità e realizzarla nel mondo, con tutte le sue difficoltà e scogli da superare; per altri perdere un magico mondo autarchico in cui si è onnipotenti, in cui esistono fate e sirene. Per alcuni crescere, significa perdere la totipotenzialità adolescenziale, quella sensazione inebriante di invincibilità, di negazione del principio di realtà, di autorevolezza e, in fin dei conti, di negazione della morte.

Ognuno di noi sa benissimo quanto sia difficile passare dallo stato di adolescenti e bambini a quello di adulti, e quanto questo momento sia segnato dalla ribellione.PUBBLICITÀ  

Ribellarsi è giusto? Certo che lo è, ed è anche inevitabile e sano. Come possiamo diventare noi stessi se prima non uccidiamo metaforicamente i nostri genitori? Il problema sorge quando questo processo sano di ribellione si irrigidisce e dalla sana ribellione verso l’ottusità dell’autorità, ci si incancrenisce nel disprezzo cinico e regressivo nei confronti di tutto ciò che è invece, autorevole.

Tra autorevolezza e autorità c’è infatti una bella differenza: se spesso l’autorità si impone in modo rigido e violento, l’autorevolezza invece viene riconosciuta senza imposizioni. Questo processo quindi dipende molto dal tipo di genitori che abbiamo avuto. Se abbiamo subito genitori autoritari, il nostro adolescente interiore rischia di rimanere intrappolato in una risposta autodistruttiva che può portarci a diventare cinici, bulli, violenti, non fecondi.

Una ribellione, una insurrezione può avere un profondo senso psichico quando diventa nutriente, feconda, quando alla distruzione delle vecchie norme stantie, subentra la creazione. Non a caso la grande Emma Goldman diceva: “Se non posso ballare, non è la mia rivoluzione”.

Cosa c’entra tutto questo con lacerazione della nostra società e con la politica?

A oggi un po’ ovunque in Occidente, abbiamo due schieramenti principali: politici che usano una comunicazione da Bullo (Trump, Orban, Salvini, Grillo) i così chiamati Populisti o sovranisti e altri che vengono identificati nell’establishment.

I primi, quelli che io credo aderiscano all’archetipo del Bullo, cioè un Peter Pan irrigidito nel cinismo e rabbia contro i padri, riversano attraverso la loro propaganda nei social la loro personalissima “Isola che non c’è”: una tale quantità di rabbia non elaborata, di gogna verso i nemici e cinismo, da inflazionare l’inconscio collettivo, irrigidire le rappresentazioni sociali e diffondere un clima molto poco sano nel dibattito pubblico.

Quando viene risvegliato al livello sociale l’archetipo di Peter Pan, non significa solamente che tutta la società non vuole invecchiare, nega la morte, l’impegno e sogna di vivere in un’eterno godimento infantile. C’è un lato ancora più distruttivo dell’archetipo che è quello di sfociare in vendetta verso i padri cattivi, odio, cinismo come risposta al tradimento dei genitori che non sono stati capaci di dare sicurezza e accoglimento.

Ci si sclerotizza nell’archetipo del bullo, tanto più si hanno avuto genitori distanti e autoritari, genitori e specialmente padri che hanno fallito nel far sentire i figli protetti, al sicuro (notare quanto l’ossessione di Trump e Salvini sia la sicurezza).

Questo non vuol dire che Trump o Salvini, con i loro insulti, con il loro inveire e additare i nemici, con il loro metterli alla gogna, siano malati: semplicemente la loro leadership risponde a una profonda mancanza, a una profonda sofferenza che c’è nella nostra società.

Jung scriveva del nazismo che rappresentò la patologia di una intera nazione, ma gli psichiatri che a Norimberga visitarono e sottoposero a test i gerarchi nazisti, non rilevarono alcuna patologia personale, anzi QI superiori alla media. Quindi non ci illudiamo: i messaggi da bulli e di odio o di persuasione possono sembrare stupidi, infantili ma dietro c’è una precisa strategia e la conoscenza di un target da colpire, la consapevolezza che con certe determinate affermazioni, si provoca piacere e soddisfazione in una fetta di popolazione, la si istiga allo sfogo immediato e non filtrato, della rabbia sociale.

Salvini e Trump non sono che il sintomo di una grossa parte della società che chiede vendetta ed è arrabbiata contro Capitan Uncino che non è altro che la vecchia classe dirigente, rea di averla tradita. Se è vero che l’1% dei ricchi detiene più del 50% della ricchezza mondiale, che le diseguaglianze martoriano le nostre nazioni, che c’è un gap pazzesco tra periferie, zone rurali e centro delle città, se è vero che piena occupazione non vuoi dire equa distribuzione della ricchezza, se è vero che c’è stata corruzione, distanza dal popolo, mancanza dia ascolto (vedi recente rapporto del CISE), allora ci rendiamo immediatamente conto come il problema non è Salvini, non è Trump che danno volgarmente voce a questa rabbia, ma che una sofferenza non è stata ascolta e che la famosa ” gente” si è sentita tradita.

Come reagite voi ad un tradimento? Non siamo ipocriti: molti di noi arrivano a diventare violenti, aggressivi, a usare parolacce. Molti di noi additano l’amante e lo mettono alla berlina, e odiano il traditore. È umano. Ciò che non è sano però è che non ci sia elaborazione, che il bullismo sia diventato oramai fenomeno nazionale e che sul web e anche fuori oramai si sia sdoganato il bullismo contro chiunque sia diverso.

Ciò che non è sano e non è neppure umano, è scrivere o urlare “sporco negro” a qualcuno, o “troia” a qualunque donna osi criticare il proprio leader. Anche Lucignolo e Peter Pan avevano la loro banda, ricordate i bambini sperduti? Se gli togliete l’aura fiabesca, essi si trasformano in spietati bulli pronti a malmenare il più debole.

C’è una bella differenza tra il continuare a saper sognare, tra il mantenere viva la nostra parte fanciullesca, quella capace di andare contro gli schemi e la bieca autorità e lo scivolare nell’appartenenza ad una gang violenta. Questa scelta paranoide di diventare fan più che sostenitori politici, la dice lunga su ciò che questo stile di leadership da Bullo. La ricerca della perfezione, le prove di devozione, i giuramenti su magici contratti, l’odio per chiunque sia diverso, la strafottenza, le risposte da bullo, l’arroganza, lo scagliarsi su chi è più debole cosa sono?

Quando un gruppo di bambini trova un cucciolo di gattino e invece di nutrirlo, lo martoria, quando identificano nel bambino più debole una vittima, e nel più arrogante e violento il leader, non stanno facendo altro che scagliarsi con ferocia contro tutto ciò che più gli fa paura: la debolezza. Bullizzare vuol dire tradire il proprio senso di inferiorità vissuto come insostenibile e quindi proiettato all’esterno. Picchiare o insultare il diverso o chi non la pensa come noi tradisce la nostra insicurezza.

A cosa dovrebbe servire questa analisi? A capire che la nostra società ha una profonda sofferenza che viene incarnata nella venerazione di leader bulli e cinici che permettono a troppi di sfogare frustrazioni e rabbia non contro un sistema iniquo ma attraverso l’immediato godimento della ruspa.

La ruspa, simbolo magico regressivo dello sfogo, del buttar tutto ciò, del togliere via lo sporco. Quando non si ha il coraggio di guardare allo sporco che c’è dentro di noi. Chi, all’opposizione crede che la risposta sia altrettanto disprezzo per le masse ignoranti e arrabbiate, non solo tradisce il suo disprezzo e quindi paura della povertà e sofferenza sociale, ma li alimenta, colpevolmente.

“Amore e Psiche. Un’interpretazione nella psicologia del profondo” di Erich Neumann

Cosa accade a Psiche, che spinta dalle forze matriarcali ostili all’uomo si avvicina al letto munita di lampada e coltello per uccidere il presunto mostro, e che adesso riconosce essere Eros? …. Si tratta del risveglio di Psiche in quanto psiche, del fatale momento in cui la donna emerge per la prima volta dalle tenebre del suo inconscio e dalla severità del vincolo matriarcale e, incontrando l’uomo individual- mente, ama, cioè riconosce Eros…
La Psiche che si avvicina al giaciglio di Eros non è più la creatura languidamente irretita e stordita dal piacere che vive nell’oscuro paradiso del sesso e del desiderio; risvegliata dall’irruzione delle sorelle, Psiche diventa consapevole del pericolo in cui si trova, ed è ora con tutto lo spietato spirito del matriarcato che va a uccidere il mostro, l’uomo-belva che con queste nozze di morte l’ha strappata alla terra e l’ha rapita nelle tenebre. Ma al chiarore della luce nuovamente accesa, con la quale illumina l’inconscia oscurità della sua precedente esistenza, riconosce Eros. Psiche ama…
La Psiche che scopre il vero aspetto di Eros e infrange il tabù della sua invisibilità, non sta più di fronte al maschile come la vecchia Psiche ingenua e infantile, ma non è neanche soltanto afferrante e afferrata; essa è invece così mutata nella sua nuova femminilità, che perde il suo amante, anzi lo deve perdere In questa situazione amorosa di una femminilità che diventa cosciente attraverso l’incontro e il confronto, conoscenza, sofferenza e sacrificio costituiscono un’identità…
L’azione di Psiche provoca così tutte le sofferenze legate all’individuazione, nelle quali una persona ha esperienza di se stessa di fronte a un partner che è altro da lei e non soltanto a lei connesso. Psiche ferisce se stessa e ferisce Eros, e le loro simili ferite decretano la dissoluzione della loro originaria unione inconscia. Ma solo grazie a questo doppio ferimento sorge l’amore, il cui senso sta nell’unire nuovamente ciò che è stato separato; solo grazie ad esso sorge la possibilità di un incontro, condizione dell’amore tra due individualità…

(tratto da Erich Neumann, “Amore e Psiche. Un’interpretazione nella psicologia del profondo”, traduzione di Vittorio Tamaro, Astrolabio editore.)

La fase anale del M5S , il bisogno di espulsioni e le bugie sui dissidenti

La servitù volontaria degli utili idioti

Étienne de La Boétie, precursore di Stirner, Proudhon, Bakunin e Tolstoj in giovanissima età scrisse Il Discorso sulla servitù volontaria, un pamphlet che circolò clandestinamente in Francia fino al 1576. Domanda centrale dell’opera è : “perché gli uomini, fatti per essere liberi, rinunciano con tanta naturalezza alla loro libertà?”.
In onore della libertà e contro i tiranni il “Discorso” divenne ispiratore della causa del popolo eroico, antesignano della rivoluzione francese.
Il Discorso sostiene che i tiranni detengono il potere in quanto sono i sudditi a concederglielo, e legittimare quindi ogni forma di potere. Secondo l’autore «La consuetudine ha un grande influsso sulle nostre azioni, esercita il suo potere soprattutto nell’insegnarci a servire… La prima ragione per cui gli uomini servono di buon animo è perché nascono servi e sono allevati come tali». Quel che vien messo sotto accusa è dunque tutto quel complesso di meccanismi psicologici, intellettuali e sociali che conducono il singolo individuo all’assuefazione nei confronti della struttura di dominio che caratterizza la società. Per il potere e il tiranno la servitù del cortigiano è preferibile alla libertà dell’uomo libero, che rifiuta di essere sottomesso e di obbedire .

Si chiede l’autore : «Da dove ha potuto prendere tanti occhi per spiarvi se non glieli avete prestati voi? come può avere tante mani per prendervi se non è da voi che le ha ricevute? Siate dunque decisi a non servire più e sarete liberi! »

Dopo che il sistema di voto del M5S, in mano alla Casaleggio e associati ha sancito l’espulsione dei dissidenti, rivolgo la stessa domanda ed esortazione a tutti gli elettori del Movimento.

“Via chi spala merda sul movimento” urla la sempre elegante Lombardi e sul web arrivano commenti di questo tono: “@DPlavan: Abbiamo vinto! Eliminate quei quattro traditori. Alla forca!!! #beppegrillo #M5S”

E’ con un click che si ammazza la libertà di pensiero ed espressione? da dove viene questo bisogno evacuativo? se stimoli la pancia, ottieni prodotti sfinterici

Il carattere anale del movimento e le espulsioni 

Alle Quirinarie avevano votato 28.518 persone, per l’ espulsione: 43.368. Un dato increscioso che porta a pensare quanto il famigerato popolo della rete grillino sia più assetato di sangue che di proposte. Ieri pensando ai miti fondativi dei gruppi e delle istituzioni e al linguaggio sfinterico di Grillo ( nel suo linguaggio culo, merda e prodotti sfinterici sono all’ordine del giorno) e di molti commentatori suoi seguaci, ho associato all’evacuazione l’espulsione e mi sono detta : essendo fondato da una persona tirchia e anale  il Movimento non poteva che essere espulsivo, prodotto sfinterico della pancia gentista. Ricordate che chi dissentiva sul blog venne definito dal Guru ” Schizzi di merda”? Grillo ha definito i dissidenti ” Corpi estranei”, da evacuare appunto perché il pensiero divergente non è contemplato. Tipico della personalità anale e ritentiva è l’ossessione per i soldi, Grillo ne ha fatto un diktat esemplificato nelle parole del deputato Ivan Catalano: ” Mi devo sentire ladro se ho un problema che mi obbliga a tardare a fare la rinuncia, mi devo sentire un ladro se spendo i soldi messi a disposizione per l’attività parlamentare, per fare appunto attività parlamentare, mi devo sentire ladro se mi prendo un caffè? credo che si sia esagerato, l’ossessione compulsiva per i soldi ha fatto degenerare i principi etici del movimento 5 stelle”. Solo lo 0,3% di chi ha votato Grillo alla camera nel 2013 ha deciso l’espulsione di persone colpevoli semplicemente di aver contestato il grande capo, il Messia, quello che urlava ” Uno vale Uno” ma che poi si è rivelato un tiranno.
Con meno di 50.000 clic , meno dell’ elettorato di una mezza provincia di una cittadina italiana, i votanti sul blog hanno deciso per gli 8-9 milioni che votarono il movimento alle scorse elezione.
Proprio come un novello tiranno e negando il significato stesso di democrazia diretta e libertà, prima del voto Grillo ha spedito una mail a tutti gli iscritti al blog perché confermassero l’espulsione. Giusto per non condizionarli. L’imbonitore prende in giro i comunisti ma fa tornare in auge il peggior Centralismo democratico.
Ma molti senatori si ribellano, escono, sbuffano, persino Vito Crimi arriva a dire : “Sono stanco di vedere qualcuno cercare il nemico all’interno”. Solo i fedelissimi pasdaran come Ruocco e Castelli mentono sapendo di mentire : “Il Movimento non ne risentirà”. In realtà i malumori sono alle stelle e almeno in 10 usciranno dal movimento per protesta.

Ad esempio il deputato @alessiotacconi twitta : “Stesse idee. Stesse battaglie. Solamente, da stasera, fuori da un movimento non democratico.”
Finalmente la contraddizione interna del grillismo esce fuori : come coniugare questi metodi stalinisti , con lo spontaneismo? come conciliare la democrazia diretta, l’uno vale uno con l’autocrazia del capo?
Come conciliare la trasparenza e lotta alla casta che mente e intriga con bugie propagandistiche degne dei tiranni che volevano giustificare i gulag ?

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Nell’immagine “Erotismo anale” di E.Rapa

Secondo Grillo la procedura di espulsione parte da «svariate segnalazioni dal territorio di ragazzi, di attivisti, che ci dicevano che i 4 senatori Battista, Bocchino, Campanella e Orellana si vedevano poco e male». Peccato però che il factchecking attraverso openpolis dimostri che in questi 10 mesi di legislatura i senatori espulsi abbiano lavorato molto di più dei loro colleghi. Secondo i dati di Openpolis, la loro presenza media in aula è dell ‘88,15%. Bocchino (quasi 91% di presenze) è primo firmatario di 2 disegni di legge, 2 mozioni, 29 interrogazioni, e 165 emendamenti. Orellana (85% di presenze) ha al suo attivo 19 interrogazioni, 2 mozioni, 1 ddl, e 96 emendamenti, oltre alle attività nella commissione Affari Esteri e in quella Politiche dell’Unione Europea.
La Taverna invece è presente in aula una volta su due per non parlare di fedelissimi come Alessandro Di Battista: il pupillo di Grillo, ha una presenza in Parlamento di appena il 78,7%. Il tasso di assenza è a livelli record del 17%, vicinissimo alla media degli altri partiti tanto criticati dal Movimento 5 Stelle.
Ieri Grillo ha certificato il reato di lesa maestà, ha decretato influenzando il voto della rete dei suoi seguaci, che chi osa andare contro il pensiero unico, va espulso: evacuato come si fa con le feci. Ora il problema a mio avviso non è lui ma i gregari che non si ribellano, e ancor peggio, citando La Boétie, il pericolo è chi ama esser schiavo anche solo mentalmente di un mito o di un padrone : schiavo volontario. Perché chi difende il pensiero unico, chi appoggia l’espulsione del diverso, chi uccide il dubbio in nome del capo, è più pericoloso del capo stesso perché ne è braccio complice.

Degno e decenza nello spazio amoroso

badboy

Degno: dal latino DIGNES, stessa radice di De-coro e De-cente.
Chi assume in sé la proprietà della decenza può accedere alla presenza: non è osceno ( fuori dalla scena).
Nella nostra epifania nell’Altro la decenza del nostro essere è strettamente legata alla possibilità, nell’impossibile soverchiante dell’alterità totale dell’esistenza, di avere De-coro.
Questo decorarci è una forma estetica dell’anima, è l’ananke, la necessità di abbellirci dell’eventualità di una presenza. Nelle sue estreme conseguenze il mio esserci dinanzi a te è possibile nella misura in cui io sono decorato dalla mia dignità. Solo in questo caso mi è concesso di essere degno di presenza. Solo in questo senso è decente che io mi mostri.
La dignità concede l’udibilità. Se davvero l’origine del mondo è nella fonè, allora io sono riconoscibile ed udibile se il mio narrato ha una sostanza autonoma, solo se esisto per me stesso e non relato e quindi solo se sono integro e distinto. Questo ci conduce alla seconda possibile radice del verbo DIGNES : DI-CERE (dire ); Do-cere (mostrare). Sono degno di essere udibile per l’altro e nello spazio della relazione quando la mia fonazione è distinguibile dal rumore di fondo, questo emergere dal fondo è possibile nella mia dignità di essere uno, solo allora mi è concessa una narrazione, perché mi storicizzo.
Posso dirmi, se posso essere degno di mostrarmi. E qui subentra il tema della vergogna e della colpa. Perché se io sono nel magma del basso, nell’indifferenziato dell’indegnità, se appunto non sono integro e decente, come posso mostrarmi e dirmi? Come posso denudarmi ed apparire se sono osceno, fuori dalla scena? La scena primaria e rispettabile della rappresentazione amorosa è il teatro elettivo della dignità dell’uomo come essere narrante ed esposto. Non v’è indegnità maggiore di quella di apparire nello spazio terzo della relazione privo di unicità e vivente nel rifiuto. Perché per sua natura l’amore è territorio di rarità ed eccezione ed è accoglimento. È quando sono voluto in quanto accolto che la mia voce non si fa eco ma diventa udibile e condivisibile e persino coro, corona, rotondità della fusione. Ed è lì e solo lì che il mio narrato si fa doppio ed emerge persino la possibilità di non esistere: di perdersi nell’altro e con l’altro nell’estremo riconoscimento. Posso diventare silenzio pregnate , posso restare muto solo dinanzi all’immensità del fare sacro che è l’abdicazione dell’ego in nome della sua ulteriorizzazione. Nel due. E posso ulteriorizzarmi nel silenzio udibile solo se prima ne sono stato degno.
Solo se l’uno ha riconosciuto l’uno e si è creato il terzo.
C’è un momento in cui si tace. Esso è l’istante in cui sopravviene la perdita della ragione in nome dell’emersione della comprensione. La comprensione non è mai detta. È un atto e come ogni atto non ha intenzionalità se non nel momento esatto e forse anche inconscio in cui sopravviene.
L’eccezionale accade per sbaglio. È un regalo fattoci a caso di cui bisogna essere degni. La rarità della dignità prevede la riconoscibilità. Devo potermi riconoscere, essere riconosciuto, poter riconoscere il raro e superare la prova di essere DEGNO di sostenere la rarità.
Se la vergogna di non essere unico , di non essere narrabile perché io stesso non vorrei o potrei udirmi in quanto non esisto, prende il sopravvento, solo boicottare la prova di resistenza alla rararità può darmi sollievo. Perché sono schiacciato dalla colpa dell’insostenibilità e dalla vergogna di non esistere.
Come posso espormi alla dignità di un sentimento e alla condivisione se non ho sostanza ?
Eppure non c’è un’eternità transeunte più immaginabile del momento amoroso.
Eppure non c’è un altro spazio possibile in cui ci sia la sazietà del primo ed ultimo riconoscimento. Nel momento amoroso c’è la madre e il parto, la piccola morte dell’io e lo sconvolgimento dell’esserCi e non essere presenti allo stesso tempo.
C’è quella stessa dipendenza dall’utero partoriente e inglobante. Quella stessa commistione di eros e thanathos. Ed è l’unica possibilità appagante di riscatto dal non esistere. Il suo contrario è disperazione.
È dunque forse nella colpa dell’indegnità che la vergogna di avere una voce indecente è un passaggio obbligato per poter esserci nella cosa amorosa? Questo lo ignoro, ma forse non c’è altro modo di manifestarsi se non quello di correre il rischio di non esserne degni, di non essere degni di riconoscimento.
E accogliere l’oscenità del nostro non essere decorosi è un’azione indissolubilmente legata alla nostra volontà o necessità o alla ineluttabilità della nostra presenza.
L’esistere stesso è esporsi al non essere udibili, l’unica consolazione è la possibilità di concederci quell’atto rischioso di sostenerne la vergogna.

A complemento di questo articolo ho scelto l’immagine di un quadro di Eric Fischl: Bad Boy, del 198. Fischl è un artista americano che racconta una realtà scomoda del sottobosco suburbano. Si è molto addentrato nel tema dell’esposizione e del voyerismo, come in questo quadro, dove ci sembra che un adolescente posi il suo sgardo concupiscente sulla nudità di una prostituta.
Mi sembra che questa immagine possa disturbarci, sia indecorosa. E che questa indecorosità e indegnità dello scoprirsi, del mostrarsi e del guardare in un contesto osceno, rappresenti bene il momento esatto in cui un’anima si svela ad un’altra nella sua ontologica indegnità e vergogna. Nella debolezza e rischiosità del contesto amoroso si rischia spesso di avere tutto da perdere quando ci distendendiamo per mostrarci: si rischia anche che l’altro ci guardi in piedi, senza toccarci. Ma lo svelarsi, se non è un regalarsi non è mai propriamente indecente, è un atto di coraggio.

 

La SCHIZOFRENIA. Aspetti clinici analitici e dimensioni rilevanti. Estratti d’opera di JUNG

Jung Italia

schizofrenia scissione malattia psichiatria

«L’ultima questione è sapere se dal fondo delle tenebre un essere può brillare. »
(Karl Jaspers)

“Lo spirito creativo dell’artista, pur condizionato dall’evolversi di una malattia, è al di là dell’opposizione tra normale e anormale e può essere metaforicamente rappresentato come la perla che nasce dalla malattia della conchiglia: come non si pensa alla malattia della conchiglia ammirandone la perla, così di fronte alla forza vitale dell’opera non pensiamo alla schizofrenia che forse era la condizione della sua nascita.” (Karl Jaspers – da Genio e follia. Strindbergh, Van Gogh, Swedenborg, Hölderlin)

..Così come una perla nasce dal difetto d’una conchiglia, la schizofrenia può far nascere opere incomparabili. E come non si pensa alla malattia della conchiglia ammirandone la perla, così, di fronte alla forza vitale di un’opera, non pensiamo alla schizofrenia che forse era la condizione della sua nascita..
(Jaspers 1922)
«Le cose più desiderabili sono solitamente quelle che non…

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Psicologia di Beppe Grillo, dialogo tra psicoterapeuti

Luigi D’Elia

Uno stimato collega mi fa notare giustamente che <<Grillo ha il terrore di venire ingabbiato in una qualsivoglia dialettica parlamentare, perchè dovrebbe subito cambiare linguaggio e così fare flop, perdere la sua ragione di essere>>.

Mi sembra una riflessione corretta e che non promette nulla di buono. Ho visto Grillo cambiare registro comunicativo solo nelle interviste alle TV scandinave, dove appare mite e dolce, ma in Italia si gioca la credibilità di capopopolo se dovesse dialogare senza insultare nessuno. Perderebbe ispo facto il 50% del suo elettorato incazzato che lo idolatra. Prigioniero del personaggio tragico affetto da priapismo rivoluzionario, quando si renderà conto che rischia di rimanerci schiacciato? D’altro canto se non riuscirà a realizzare nemmeno uno dei punti del suo programma perderà l’altro 50% del suo elettorato che ha creduto in quello anziché in lui. Deve decidere quale elettorato perdere

  • Sergio Stagnitta Il tema che pone Nicola è molto interessante, non solo per la portata pratica della questione soldi, ma soprattutto perché aggiunge il secondo elemento delle spinte ideologiche ovvero gli interessi personali, le debolezze di ognuno di noi. Credo che Grillo abbia paura di governare sicuramente perché dovrà modificare il suo linguaggio, ma soprattutto perché tutti gli occhi saranno puntati sul suo movimento, basta un errore e il gioco si rompe. E tra centinai di nuovi eletti il rischio è alto. Tutte le spinte rivoluzionarie nel tempo si sono trasformate o in regimi oppure si sono allineate (democraticamente!) costituendo un nuovo ordine di potere. Grillo, a volte, mi ricorda il periodo del liceo, dove sicuramente era facile dall’ultimo banco criticare e contestare il potere dei professori. Comunque, per non sbagliare mi sto rileggendo in questo periodo il bellissimo libro di José Saramago, “Saggio sulla lucidità”, mai così attuale.
  • Sergio Stagnitta Aggiungo il piccolo inciso: io non sono spaventato dalla presenza di questo movimento nel panorama politico italiano. Credo che in sé sia una buona cosa, capace di rompere quegli equilibri che molti hanno definito giustamente partitocratici. Ho solo paura che questo atteggiamento non produca un vero e proprio cambiamento, che si riduca in breve tempo nella famosa frase del Gattopardo: “cambiare tutto per non cambiare nulla”.
    Alba del giorno 4. Luigi D’Elia
    Grillo svela alla BBC ciò che avevamo già capito. La sua tattica è lasciare il paese nelle mani della grande coalizione di salvezza nazionale, aspettare le prossime elezioni e vincerle tra un anno (secondo lui). Il coro belante dei suoi seguaci, composto per molta parte di bimbominki dipendenti dal capo carismatico, privi di un pensiero critico personale, gli andrà appresso senza contare che in questo anno il paese andrà a scatafascio.
    La realtà è che da qualche parte dentro di lui (qualcuno dovrebbe aiutarlo) sa di non avere i numeri per negoziare e governare, la sua rappresentanza è un’accozzaglia ancora amorfa che avrebbe al limite bisogno di una legislatura intera per crescere ed imparare. Avendo perso il senso del limite, lui pensa che basti fare due chiacchiere con un professore di diritto per sapere come funziona il governo del Paese (lui ha studiato sulle istruzioni del Risiko).
    Non calcola che questo comportamento sterilmente tatticistico sarà correttamente letto dall’elettorato come impotenza e irresponsabilità e sarà duramente punito.
    Si spera che questo euforia onnipotente, incompatibile con la democrazia, viri al più presto in una posizione solo un po’ più depressiva e passi ad un atteggiamento più responsabile e negoziale, riconosca l’esistenza di interlocutori e si guadagni questa insperata rappresentanza proponendo ora i punti del programma che abbiamo votato.
    I rappresentanti del M5S alla mia legittima domanda su come si prendono le decisioni dentro il movimento mi rispondono che “non ci sono decisioni da prendere”, non c’è nulla decidere, e che quello che dice Grillo li rappresenta sempre.Ma dove e quando era stato discusso con gli eletti al Parlamento che a Bersani andava risposto alle sue proposte programmatiche dicendogli che è un morto che parla? Chi ha deciso che questa fosse la risposta più adeguata? Chi sarà il portavoce politico del M5S? Sarà lo stesso Grillo o qualcun altro? Risponderà anche lui in questo modo?

    Personalmente dissento visceralmente da questa modalità di intelocuzione istituzionale che trovo fascistoide e degradante la dignità di chi ci si identifica. Va bene in un teatro, ma fuori è grottesco. Invito i rappresentanti del M5S di fare ingresso nella realtà ed esaurire la loro euforia elettorale e comprendere che devono diventare un gruppo politico autonomo e non dipendente da un portavoce non eletto.

Psicologia del Movimento 5 Stelle

di Sergio Stagnitta, psicoterapeuta

 

Prima di entrare nel merito del tema che vorrei affrontare faccio un breve premessa: ritengo che l’ingresso di questo movimento in Parlamento possa portare dei grossi benefici al sistema politico italiano. Primo fra tutti la rottura del sistema che molti hanno definito “partitocratico” nel quale l’alternanza al potere non ha mai modificato concretamente il sistema dei privilegi presenti da sempre in Italia. Già solo l’idea che nelle commissioni e nelle sedute parlamentari ci saranno non politici di professione è una buona garanzia che gli equilibri precedenti saranno, almeno in parte, stravolti.

Detto ciò, in questo periodo centinaia di commentatori (professionisti e non) stanno provando a fare delle analisi sul M5S, proponendo ognuno una ipotesi e sviluppando le possibili conseguenze, positive o negative, sul loro successo elettorale.

Anch’io vorrei proporre un’analisi utilizzando gli strumenti con i quali lavoro ogni giorno, ovvero gli strumenti psicologici ed in particolare alcuni semplici elementi di  teoria di gruppo.

 

La domanda che tutti si stanno ponendo in questo momento non è più quella di capire perché questo movimento ha avuto un così grande successo, la risposta ormai è facile: la politica tradizionale, fatta dai professionisti politicanti, è fallita! La vera domanda oggi è se questo movimento sarà in grado di governare in modo veramente efficace, come dicono, e se manterrà questa spinta rinnovatrice nel tempo. Queste sono, a mio avviso, le due domande fondamentali, alle quali proverò a rispondere in termini psicologici.

 

Quand’è che possiamo dire che un gruppo funziona? La risposta, almeno sulla carta, è semplice:QUANDO È CAPACE DI PENSARE. Questo significa che se un gruppo, facilitato dal proprio leader, è capace di formulare pensieri, questo si trasforma in un gruppo di lavoro, che ha come obiettivo lo sviluppo delle idee sulle quali si era formato. Il gruppo diviene orientato su un “prodotto” e le forze messe in campo dai membri servono tutte alla realizzazione di questo/questi obiettivi. In questo caso il gruppo non ha la necessità di produrre capri espiatori, non ha paura dell’esterno, non ha bisogno di esercitare un’autorità severa e permanente e soprattutto si trasforma, nel tempo, in un gruppo semipermeabile capace di accogliere nuove idee senza perdere la propria identità.

Quando il gruppo, viceversa, non è capace di pensare, il movimento che si sviluppa al proprio interno è di tipo ripetitivo, i ruoli si cristallizzano, a volte si modificano ma con il solo obiettivo di mantenere un equilibrio che non consenta l’ingresso di nuove idee, si perde di riferimento il compito e quindi le persone che lo compongono hanno il solo obiettivo di perpetuare, coattivamente, una dinamica reazionaria, anche quando sembra apparentemente che le idee sono di tipo progressiste.

 

Per guidare una protesta così potente, come quella del Movimento 5 stelle, è stato necessario avere una guida forte, con una spinta populista, creando legami sulla base del nemico esterno. È stato necessario l’uso di un linguaggio forte, di rottura con il politichese di regime. È stato ancora più necessario esercitare un modello di leadership poco democratica perché il principale obiettivo era rompere un sistema di potere e quindi dare troppo spazio a sotto gruppi e ad alcune delle loro idee alternative avrebbe messo in crisi la tenuta del movimento. Io ho condiviso e condivido questa impostazione. Non mi piace, però credo che era l’unica strada percorribile. Diversamente il movimento si sarebbe sfaldato in piccoli gruppi perdendo del tutto la spinta propulsiva. Però ad un certo punto il movimento raggiunge il primo obiettivo: essere il primo partito in Italia. Nasce quindi la necessità di governare ed ecco che il movimento si trova alla prima vera spinta: è veramente capace di costituirsi anche come forza di governo e non solo di opposizione e protesta? La risposta potrebbe essere sì, però ad una condizione: se il gruppo è capace, adesso, di inserire i livelli di pensiero di cui ho parlato prima. In Sicilia e in altri contesti più locali ci sta riuscendo, adesso deve dimostrato a livello Nazionale, deve pensare, e deve farlo in grande. Spero che saranno in grado. Credo però che non lo saranno se vogliono la maggioranza assoluta.

La domanda a questo punto è: perché in Italia per ottenere il consenso è necessario possedere un narcisismo patologico con conseguente delirio di onnipotenza? 

 

Questa è la mia idea, ma forse ci sono ipotesi alternative …