BERNERI E CAMUS (di Matteo De Cesare)

 

29 maggio 2013 alle ore 17.19

Figura di intellettuale atipico e militante anarchico, Camillo Berneri  fu assassinato in Spagna nel corso dell’epurazione voluta da Stalin. Le sue opere sono ora raccolte e commentate in un unico volume: Stefano d’Errico,  Anarchismo e politica,  Milano 2007, Mimesis  editore.

Professore di filosofia, militante antifascista ed esponente di alto livello del movimento libertario, l’intellettuale lodigiano ha espresso tante riserve critiche nei confronti del marxismo e delle ipotesi politiche che sacrificano gli ideali della libertà alle ragioni della giustizia sociale.

Con Albert Camus, Camillo Berneri vede nell’ esperienza spagnola un fenomeno epocale. La guerra civile del 1936 ha significato ancora una volta l’ affermazione della politica della potenza e delle armi. Ha soffocato lo spirito della libertà e ha rivelato il vero volto dell’ideologia tedesca come si era storicamente realizzata nell’ Europa dell’ Est. Denuncia la svolta illiberale del movimento operaio, egemonizzato dalla politica moscovita. La critica dell’ ”operaiolatria”, del mito dell’ industrialismo, della delega senza condizioni e della sudditanza del sindacato e delle istituzioni della società civile al partito coincidono in larga misura con le considerazioni critiche di Camus sul processo di involuzione della rivoluzione di ottobre nella sua deriva nichilistica. Entrambi sostengono l’ esigenza di stemperare le forme di collettivismo che individuano nella dittatura di classe il volano dell’ emancipazione umana. A loro avviso, dalla dittatura del proletariato a quella del partito il passo è breve.

Il linguaggio chiaro ed incisivo di Berneri e la sua denuncia delle ambiguità dell’atteggiamento di Mosca durante la guerra civile spagnola convincono gli avversari politici a liberarsi della sua presenza. Fu assassinato a Barcellona nel 1937 dai sicari di Stalin. In questa vicenda è stato determinante il contributo di Togliatti, Longo e Vidali. Con lui scompare quella verità, direbbe Camus, che tenta di mettere in discussione le ragioni del realismo politico a favore di quanto c’è di più nobile nell’uomo

(da Matteo De Cesare, L’invincibile estate, Albert Camus. Salerno 2013)

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Solidarietà ai minorenni No Tav indagati

La procura di Torino lunedì 27 gennaio farà partire gli interrogatori ai
minori indagati per l’iniziativa _SVOLTASI LA SCORSA ESTATE PRESSO LA
DITTA ITINERA. [4]_

Infatti, durante il campeggio studentesco No Tav di giugno, ragazzi e
ragazze provenienti da tutta Italia si sono recati a Salbertrand (sede
dell’impresa) per effettuare un volantinaggio contro questa ditta
colpevole di cementificare e distruggere la valle lavorando all’interno
del cantiere TAV di Chiomonte.

La procura, ancora una volta, ha dimostrato di temere chi, con la
pratica, esprime il proprio dissenso nei confronti di chi devasta e
specula. Sappiamo bene che indagare 43 studenti di cui 13 minorenni
altro non è che un vano tentativo di intimidire e far desistere, e come
tale noi lo consideriamo.

A questi “signori”, che altro non fanno se non alternare il
provvedimento al manganello,possiamo solo rispondere e ribadire che non
faremo mai un passo indietro. PER QUESTO RILANCIAMO UN PRES LA DIO PER
LUNEDÌ 27 GENNAIO ALLE ORE 10 DAVANTI AL TRIBUNALE DEI MINORI DI TORINO
IN CORSO UNIONE SOVIETICA PER NON LASCIARE SOLI GLI STUDENTI
INTEROGATI. Scorsa estate presso la ditta Itinera. [4]

Infatti, durante il campeggio studentesco No Tav di giugno, ragazzi e
ragazze provenienti da tutta Italia si sono recati a Salbertrand (sede
dell’impresa) per effettuare un volantinaggio contro questa ditta
colpevole di cementificare e distruggere la valle lavorando all’interno
del cantiere TAV di Chiomonte.

La procura, ancora una volta, ha dimostrato di temere chi, con la
pratica, esprime il proprio dissenso nei confronti di chi devasta e
specula. Sappiamo bene che indagare 43 studenti di cui 13 minorenni
altro non è che un vano tentativo di intimidire e far desistere, e come
tale noi lo consideriamo.

A questi “signori”, che altro non fanno se non alternare il
provvedimento al manganello,possiamo solo rispondere e

ribadire che non faremo mai un passo indietro.

PER QUESTO RILANCIAMO UN PRESIDIO PER

LUNEDI 27 GENNAIO 2014

ORE 10:00

DAVANTI AL TRIBUNALE DEI MINORI DI TORINO

CORSO UNIONE SOVIETICA 325 TORINO

De Andrè : perché sono anarchico

Direi d’essere un libertario, una persona estremamente tollerante. Spero perciò d’essere considerato degno di poter appartenere ad un consesso civile perché, a mio avviso, la tolleranza è il primo sintomo della civiltà, deriva dal libertarismo. Se poi anarchico l’hanno fatto diventare un termine negativo, addirittura orrendo…anarchico vuol dire senza governo, anarche… con questo alfa privativo, fottutissimo… vuol dire semplicemente che uno pensa di essere abbastanza civile per riuscire a governarsi per conto proprio, attribuendo agli altri, con fiducia (visto che l’ha in se stesso), le sue stesse capacità. Mi pare così vada intesa la vera democrazia. […] Ritengo che l’anarchismo sia un perfezionamente della democrazia.

Fu grazie a Brassens, maestro di pensiero e di vita, che scoprii di essere un anarchico. Mi ha insegnato per esempio a lasciare correre i ladri di mele, come diceva lui. Mi ha insegnato che in fin dei conti la ragionevolezza e la convivenza sociale autentica si trovano di più in quella parte umiliata ed emarginata della nostra società che non tra i potenti.

Penso che chi fa la mia conoscenza rimanga sicuramente deluso. Perché […] non sono un atleta della parola, del dialogo, non sono allenato in tal senso, non faccio il politico né l’avvocato e quindi ho bisogno di riflettere per non dire delle sciocchezze. Se non rifletto facilmente mi escono fuori dalla bocca dei luoghi comuni. Quando cerco di riuscire a portare avanti un discorso semplicemente parlando, dicendo delle parole, per riempire gli spazi di silenzio, o se tento di stringere, dico delle grandi vaccate.

[…] non mi sono mai fatto uno schema preciso di letture. Talvolta mi è capitato di leggere insieme Asterix con Oblomov di Gonc?rov. […] sono abituato a leggere fin da piccolo. In famiglia c’era l’abitudine che fortunatamente si incastrava bene col mio temperamento, perché sono curioso, facilmente impressionabile e tuttora posso dire di leggere quasi un libro al giorno.

Ho sempre avuto due chiodi fissi: l’ansia di giustizia e la convizione, presuntuosa, di poter cambiare il mondo. Oggi quest’ultima è caduta.

Le mie Nuvole sono […] quei personaggi ingombranti e incombenti nella nostra vita sociale, politica ed economica; sono tutti coloro che hanno terrore del nuovo perché il nuovo potrebbe sovvertire le loro posizioni di potere.

Perchè sono contro la meritocrazia

L’inventore del termine meritocrazia è verosimilmente stato il sociologo inglese Michael Young (1915-2002) che nel 1958 lo usa in un suo libro di impronta satirico-futuristica nel quale descrive l’avvento al potere di una nuova classe che fonda il proprio dominio sul merito [L’avvento della meritocrazia 1870-2033, 1962]. Il testo di Young proietta in un futuro immaginario la teoria delle pari op- portunità, che si traduce in un aspro scontro tra due principi diversi di legittimazione del potere: quello della stirpe e quello del merito. Alla fine quello del merito ha il sopravvento (grazie al perfeziona- mento dei test d’intelligenza e di una selezione sempre più precoce) e si forma quindi una élite non ereditaria, composta «dal 5 per cento della popolazione che sa che cosa vuol dire 5 per cento».

I posti di lavoro più ambìti sono occupati dai migliori cervelli, pro- ducendo così un solco sempre più marcato e irreversibile tra chi sta in alto e chi sta in basso di questa nuova gerarchia. Ciò determina non solo che i perdenti sono ritenuti inferiori, ma che essi stessi sono convinti di esserlo. Tuttavia, questa esclusione dei più fa sor- gere nuove tensioni sociali. I dissidenti danno vita a un movimento rivoluzionario e redigono il Manifesto di Chelsea in cui si legge: società senza classi sarà quella che avrà in sé e agirà secondo una plu- ralità di valori.

Giacché, se valutassimo le persone non solo per la loro intelligenza e cultura, per l’occupazione e il potere, ma anche per la bontà e il coraggio, per la fantasia e la sensibilità, per l’amorevolezza e la gene- rosità, le classi non potrebbero più esistere. Chi si sentirebbe più di soste- nere che lo scienziato è superiore al facchino che ha ammirevoli qualità di padre, che il funzionario statale straordinariamente capace a guadagnar premi è superiore al camionista straordinariamente capace a far crescere rose?

La società senza classi sarà anche la società tollerante, in cui le diffe- renze individuali verranno attivamente incoraggiate e non solo passiva- mente tollerate, in cui finalmente verrà dato il suo pieno significato alla dignità dell’uomo. Ogni essere umano avrà quindi eguali opportunità non di salire nel mondo alla luce di una qualche misura matematica, ma di sviluppare le sue particolari capacità per vivere una vita ricca.

Young è vissuto abbastanza a lungo per vedere le sue previsioni divenire realtà, nel senso che «governo dei migliori» o «meritocra- zia» sono divenuti slogan e dichiarazioni di intenti di schieramenti politici trasversali, a destra come a sinistra. A testimoniare l’av- vento di una società fondata sull’ideologia meritocratica è oggi, tra gli altri, uno tra i più famosi economisti mondiali di impronta li- berale, John K. Galbraith (1908-2006) [L’economia della truffa, 2004]. Egli infatti descrive l’opulenta società occidentale come l’e- sempio più pertinente di un mondo che distorce a suo piacimento la realtà, dando fiato ad alcuni miti: la speculazione come forma d’ingegno, l’economia di libero mercato come antidoto ai mali del mondo, la guerra come strumento di democrazia. Questa società si fonda proprio su quella che Bakunin (insieme a Proudhon e Kro- potkin), più di un secolo fa, intuiva essere la nuova forma di discri- minazione classista che si sarebbe imposta: la meritocrazia. La classe dominante non trova più la sua legittimazione nel possesso del capitale e della proprietà, ma nel possesso di quelle conoscenze niche e scientifiche in grado di gestire e amministrare le società mul- tinazionali e le grandi organizzazioni di massa [cfr. AA.VV., I nuovi padroni, 1978]. Ecco allora che la ricerca dei talenti, misurati se- condo parametri e valori prettamente meritocratici (come Young descriveva e immaginava), è divenuta la principale modalità di sele- zione della nuova classe dirigente e concorre a delineare una diversa e più sofisticata stratificazione sociale, cioè una nuova gerarchia. Meritocrazia e uguaglianza sono quindi termini tra loro inconcilia- bili, mentre è del tutto compatibile valorizzare la diversità genetica (condizione biologica indiscutibile) e al contempo promuovere l’u- guaglianza sociale (condizione socio-politica auspicabile).
Alla luce di queste considerazioni, nel Manifesto di Chelsea si cerca di definire in che cosa consistano queste uguali opportunità: non è tanto offrire pari opportunità per salire lungo la scala so- ciale, quanto permettere a tutte le persone, a prescindere dalla loro «intelligenza», di sviluppare le virtù e i talenti di cui sono dotate, di liberare tutte le loro capacità di apprezzare la bellezza e la profon- dità dell’esperienza umana, tutte le loro facoltà di vivere una vita piena. La meritocrazia, dunque, diviene la nuova forma ideologica del dominio contemporaneo, che finisce solo per perpetuare la vec- chia divisione in classi dell’intera società. Proprio dalle parole di Bakunin, pronunciate nel lontano 1869, possiamo trarre il mo- nito più pertinente rispetto ai guasti che l’avvento della meritocra- zia produce nella società umana:
Chi sa di più dominerà naturalmente chi sa di meno; e quand’anche inizialmente non esistesse fra due classi che questa sola differenza d’istru- zione e d’educazione, questa differenza produrrebbe in poco tempo tutte le altre, il mondo umano si ritroverebbe nelle condizioni attuali, sarebbe cioè diviso nuovamente in una massa di schiavi e in un piccolo numero di dominatori, e i primi lavorerebbero, come oggi, per gli ultimi [Michail Bakunin, L’istruzione integrale, 1869]. http://ita.anarchopedia.org/Anarchismo_e_Politica:_La_revisione_di_Berneri

Il cretinismo anarchico ( Camillo Berneri)

Verso la fine del 1935 Berneri si fa sempre più critico nei confronti del movimento anarchico e delle sue deficienze sia culturali sia propagandisti che. Il seguente intervento — comparso nella rubrica Rilievi del numero del 12 ottobre 1935 dell’Adunata (pp. 7-8), firmato L’Orso — segnala senz’altro un inasprimento della sua posizione, sia pure limitato, in questo breve scritto, ai problemi della vita militante, descritti con un sarcasmo ai limiti della rabbia. Le frasi di apertura r indubbiamente una sensazione, un’esigenza, che caratterizzerà potentemente l’attività di Berneri nei mesi successivi.

Benché urti associare le due parole, bisogna riconoscere che esiste un cretinismo anarchico. Ne sono esponenti non soltanto dei cretini che non hanno capito un’acca dell’anarchia e dell’anarchismo, ma anche dei compagni autentici che in esso sono irretiti non per miseria di sostanza grigia bensì per certe bizzarrie di conformazione cerebrale. Questi cretini dell’anarchismo hanno la fobia del voto anche se si tratti di approvare o disapprovare una decisione strettamente circoscritta e connessa alle cose del nostro movimento, hanno la fobia del presidente di assemblea anche se sia reso necessario dal cattivo funzionamento dei freni inibitori degli individui liberi che di quell’assemblea costituiscono l’urlante maggioranza, ed hanno altre fobie che meriterebbero un lungo discorso, se non fosse, quest’argomento, troppo scottante di umiliazione. Il problema della libertà, che dovrebbe essere sviscerato da ogni anarchico essendo il problema basilare della nostra impostazione spirituale della questione sociale, non è stato sufficientemente impostato e delucidato. Quando, in una riunione, mi capita di trovare il tipo che vuole fumare anche se l’ambiente è angusto e senza ventilazione, infischiandosene delle compagne presenti o dei deboli di bronchi che sembrano in preda alla tosse canina, e quando questo tipo alle osservazioni, anche se cordiali, risponde rivendicando la “libertà dell’io”, ebbene, io che sono fumatore e per giunta un poco tolstoiano per carattere, vorrei avere i muscoli di un boxeur negro per far volare l’unico in questione fuori dal locale o la pazienza di Giobbe per spiegargli che è un cafone cretino.
Se la libertà anarchica è la libertà che non viola quella altrui, il parlare due ore di seguito per dire delle fesserie costituisce una violazione della libertà del pubblico di non perdere il proprio tempo e di annoiarsi mortalmente. Nelle nostre riunioni bisognerebbe stabilire la regola della condizionale libertà di parola: rinnovabile ogni dieci minuti. In dieci minuti, a meno che non si voglia spiegare i rapporti tra le macchie solari e la necessità dei sindacati o quella tra la monere haeckeliana e la filosofia di Max Stirner, si può, a meno che si voglia far sfoggio di erudizione o di eloquenza, esporre la propria opinione su una questione relativa al movimento, quando questa questione non sia di … importanza capitale. Il guaio è che molti vogliono cercare le molte, numerose, svariate, molteplici, innumerevoli ragioni, come diceva uno di questi oratori a lungo metraggio, invece di cercare e di esporre quelle poche e comprensibili ragioni che trova e sa comunicare chiunque abbia l’abito a pensare prima di parlare. Disgraziatamente accade che siano necessarie delle riunioni di ore ed ore per risolvere questioni che con un po’ di riflessione e di semplicità di spirito si risolverebbero in mezz’ora. E se qualcuno propone, estremo rimedio alla babele vociferante, un presidente, in quel regolatore della riunione che ha ancor minore autorità di quello che abbia l’arbitro in una partita di foot-ball, certe vestali dell’Anarchia vedo no… un duce. Per chi questo discorso? I compagni della regione parigina che hanno, recentemente, affrontato la spesa e la fatica di recarsi ad una riunione da non vicine località per assistere allo spettacolo di gente che urlava contemporaneamente intrecciando dialoghi che diventavano monologhi per la confusione imperante e delirante, si sono trovati, ritornando mogi mogi verso le loro case, concordi nel pensare che la gabbia dei pappagalli dello zoo parigino è uno spettacolo più interessante.
Quando degli anarchici non riescono ad organizzare quel problema meno difficile di quello della quadratura del circolo, di esporre a turno il proprio pensiero, un regolatore diventa indispensabile.
Questa è quella che io chiamo l’auto-critica. Ed è diretta a tutti coloro che rendono necessario un regolatore di riunioni anarchiche. Cosa che è ancora più buffa di quello che pensino coloro che se ne scandalizzano. Molto buffa e molto grave. E grave perché resa, molte volte, necessaria proprio là dove dovrebbe essere superflua.

Camillo Berneri

L’anarchismo non è normativo. Non dice come essere liberi Karl Hesse

Bellissimo pezzo di Karl Hess

C’è solo un tipo di anarchico. Non due. Solo uno. Un anarchico, di quell’unico genere, è definito dalla letteratura e dalla lunga tradizione della posizione stessa, ed è un individuo che si oppone all’autorità imposta attraverso il potere gerarchico dello stato. L’unico ampliamento a questa definizione che mi sembri ragionevole è dire che un anarchico si sollevi contro ogni autorità imposta. Un anarchico è un volontarista.
Ora, oltre a questo, gli anarchici sono persone e, come tali, contengono le mille sfaccettature della personalità umana. Alcuni anarchici marciano, volontariamente, sotto la croce di Cristo. Alcuni si affollano, volontariamente, intorno ad altre figure che amano e che sono fonte di ispirazione. Alcuni vogliono fondare delle cooperative industriali volontarie. Alcuni cercano di stabilire volontariamente la produzione agricola all’interno di kibbutz. Alcuni vogliono, volontariamente, estraniarsi da tutto, compresi tutti i loro rapporti con altre persone; gli eremiti. Alcuni anarchici hanno deciso volontariamente, di accettare solo oro come pagamento, di non coopererare mai. Alcuni anarchici, volontariamente, adorano il sole e la sua energia, costruiscono cupole, mangiano solo vegetali e suonano il salterio. Alcuni anarchici adorano il potere degli algoritmi, giocano a giochi strani e si infiltrano in strani templi. Alcuni anarchici vedono solo le stelle. Alcuni anarchici vedono solo il fango.

Spuntano da un solo seme, non importa come fioriscano le loro idee. Il seme è la libertà. E questo è tutto. Non è un seme socialista. Non è un seme capitalista. Non è un seme mistico. Non è un seme determinista. E’ semplicemente una dichiarazione. Noi possiamo essere liberi. Quello che viene dopo sono tutte scelte e probabilità.

L’anarchia, la libertà, non ci dice come le persone libere si comporteranno o in quali modi si organizzeranno. Ci dice semplicemente che le persone hanno la capacità di organizzarsi.
L’anarchismo non è normativo. Non dice come essere liberi. Dice solo che la assenza di imposizioni, la libertà, può esistere.
Recentemente, in un giornale libertario, ho letto l’affermazione per cui il libertarismo sia un movimento ideologico. Può ben esserlo. In un contesto di libertà loro, tu, o noi, ognuno, ha la libertà di sostenere l’ideologia o qualsiasi altra cosa che non costringa altri a privarsi della loro libertà. Ma l’anarchismo non è un movimento ideologico. E’ una dichiarazione ideologica. Sostiene che tutti gli individui abbiano la capacità di essere liberi. Dice che tutti gli anarchici vogliono la libertà. Poi tace. Dopo questa pausa di silenzio, gli anarchici aggiungono la storia dei loro gruppi e proclamano come loro, non come anarchiche, le ideologie. Loro sanno come sarà, in quanto anarchici, sanno come ci si organizzerà, descrivono eventi, celebrano la vita e il lavoro futuri.

L’anarchismo è l’idea-martello che spezza le catene. La libertà è il risultato e, in libertà, tutto è fine alle persone e alle loro ideologie. Non è fine All’ ideologia. L’anarchismo dice, in effetti, che non c’è una ideologia superiore o dominante. Sostiene che le persone che vivono nella libertà creino le loro storie e i loro stipulino accordi con e all’interno di essa.

Una persona che descrive un mondo in cui tutti devono o dovrebbero comportarsi, marciando al tempo di un tamburo semplicemente non è un anarchico. Una persona che dice di preferire un certo modo, e si augura che anche gli altri decidano di seguirlo, ma che comunque è convinta spetti a loro decidere, può certamente essere un anarchico e probabilmente lo è.
La libertà è la libertà. L’anarchismo è l’anarchismo. Non formaggio svizzero o chissà cos’altro. Non è proprietà. Non è coperto dal copyright. Sono vecchie idee rivolte a tutti che fanno parte della cultura umana. Possono essere scritte con tanti aggettivi dopo il trattino ma non sono nei fatti emendate. Esistono da sole. La gente ci aggiunge trattini ed ideologie supplementari.
La libertà, infine non è uno spazio in cui gli individui possono vivere. Non gli dice come vivranno. Dice, e dirà in eterno, solo quello che noi possiamo.

Articolo tratto da: http://liberteo.wordpress.com/

L’ Eros e l’angoscia nella crisi di coppia. Pasolini su Antonioni e Moravia

Pier Paolo Pasolini su Vie Nuove, 16 marzo 1961

Caro Pasolini, seguo attentamente la sua rubrica e ne condivido l’impostazione. Vorrei chiederle, dato che tante opere letterarie e artistiche in genere sono dettate dalla cosiddetta «solitudine» dell’uomo moderno o, più precisamente, dalla antiumana condizione dell’uomo nell’odierna società, la giustificazione di queste opere, la loro validità e la loro importanza e funzione. E le ragioni culturali di questo atteggiamento. Cordiali saluti.
Giovanni Stefani – via S. Egidio 3, Firenze

II suo biglietto, caro Stefani, è un invito a scrivere un libro. Lei infatti parla di «opere letterarie e artistiche» prodotte in questo ultimo periodo: e se io dovessi rispondere a tono, e con la rabbia analitica che mi è caratteristica, dovrei scrivere un intero capitolo di storia della cultura. Ma io voglio prendere la sua richiesta come una sollecitazione e trattare degli argomenti di attualità: le ultime «opere letterarie e artisti-che» cui lei si riferisce, sono probabilmente i film di Antonioni e La noia di Moravia.
Sia La notte che La noia, esprimono, come lei dice, la «solitudine» dell’uomo moderno, o «più precisamente l’an-tiumana condizione dell’uomo nell’odierna società». Eppure tra le due opere c’è una differenza sostanziale.
Intanto, La notte è scritta dall’autore, Antonioni, direttamente: la Moreau è «lei» e Mastroianni è «lui»: malgrado questa oggettività narrativa, l’opera è estremamente soggettiva e lirica. I due personaggi «ella» ed «egli» non sono che dei «flatus vocis», incaricati a esprimere quel vago, irrazionale e quasi inesprimibile stato di angoscia che è tipico dell’autore, e che nei personaggi diventa quasi un sentimento riflesso o riferito.
Nella Noia succede il contrario: essa è scritta dall’autore indirettamente: Bino, il protagonista, è l’«io» stesso che racconta: eppure, malgrado questa soggettività narrativa, l’opera è estremamente oggettiva, cosciente. Il personaggio «io» non è che un espediente, usato per esprimere uno stato di angoscia ben chiaro, storicizzato, razionale nell’autore, e ridonato alla sua vaghezza, che è poi concretezza poetica, nel personaggio. Tutte e due le opere esprimono l’angoscia del borghese moderno: .ma attraverso due metodologie poetiche, per così dire, ben diverse, le quali rivelano appunto, una sostanziale diversità d’impianto ideologico.
Per Antonioni, il mondo in cui accadono fatti e sentimenti come quelli del suo film è un mondo fisso, un sistema immodificabile, assoluto, con qualcosa, addirittura, di sacro. L’angoscia agisce senza conoscersi: come avviene in tutti i mondi naturali: l’ape non sa di essere ape, la rosa non sa di essere rosa, il selvaggio non sa di essere selvaggio.
Quello dell’ape, della rosa, del selvaggio, sono mondi fuori dalla storia, eterni in se stessi, senza prospettive se non nella profondità sensibile.
Così i personaggi di Antonioni non sanno di essere personaggi angosciati, non si sono posti, se non attraverso la pura sensibilità, il problema dell’angoscia: soffrono di un male che non sanno cos’è. Soffrono e basta. Lei va in giro scrostando nevroticamente muri, lui va a portare la sua faccia mortificata in giro per strade e salotti, senza né principio né fine. Del resto, Antonioni non ci fa capire, o supporre, o intuire in alcun modo di essere diverso dai suoi personaggi: come i suoi personaggi si limitano a soffrire l’angoscia senza sapere cos’è, così Antonioni si limita a descrivere l’angoscia senza sapere cos’è.
Moravia invece, lo sa benissimo: e lo sa anche il suo personaggio, Dino, il quale vive e opera a un livello culturale inferiore solo di un gradino a quello di Moravia. Per tutto il romanzo, dunque, non si fa altro che discutere, analizzare, definire l’angoscia (nel romanzo chiamata «noia»). Essa deriva da un complesso nato nel ragazzo borghese ricco: il quale complesso comporta una deprimente impossibilità di rapporti normali col mondo: la nevrosi, l’angoscia. L’unico modo per sfuggire è abbandonarsi all’eros: ma anche l’eros si rivela niente altro che meccanismo e ossessione. Questo è quello che sa il personaggio. Moravia, naturalmente, ne sa qualcosa di più. Egli sa che la psicologia non è solo psicologia: ma anche sociologia. Sa che quel «complesso» di cui si diceva se è un fatto strettamente personale, è anche un fatto sociale, derivante da un errato rapporto di classi sociali, da un errato rapporto, cioè, tra ricco e povero, tra intellettuale e operaio, tra raffinato e incolto, tra moralista e semplice. In altre parole, Moravia conosce Marx, il suo protagonista no. Ecco perché il tanto discettare che fa il protagonista sul suo male, gira un po’ a vuoto, ed ha un valore puramente mimetico e lirico. Manca alla soluzione quella parola che Moravia conosce e il suo protagonista no. La noia è un romanzo splendido, la cui ultima pagina doveva essere una tragedia, e non una sospensione. Moravia doveva avere la forza di non dare alcuna specie di speranza al suo protagonista: perché quello del protagonista è un male incurabile. Non ci sono terze forze, né ideali di sincretismo umanistico capaci di liberarlo.
Purtroppo il pubblico borghese medio, e anche molti intellettuali (pur ridendo di certe battute goffe del film) si riconoscono più nella Notte che nella Noia: a parte l’ipocrisia, per cui essi non vorrebbero mai sapersi presi dalla follia erotica da cui è preso il protagonista moraviano, essi sentono che i personaggi «pura-angoscia» della Notte rispecchiano meglio il loro sostanziale desiderio a non affrontare problemi razionali, il loro rifiuto a ogni forma di critica, e l’intimo compiacimento di vivere in un mondo angoscioso, sì, ma salvato, ai loro occhi, dalla raffinatezza dell’angoscia.

Poesia per un figlio: Itaca di Costantino Kavafis

Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga,
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sara` questo il genere di incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo,
ne’ nell’irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l’anima non te li mette contro.
Devi augurarti che la strada sia lunga.
Che i mattini d’estate siano tanti
quando nei porti – finalmente e con che gioia –
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche profumi
penetranti d’ogni sorta; piu’ profumi inebrianti che puoi,
va in molte citta` egizie
impara una quantita` di cose dai dotti.
Sempre devi avere in mente Itaca –
raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull’isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
sulla strada: che cos’altro ti aspetti?
E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avra` deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
gia` tu avrai capito cio` che Itaca vuole significare.