Caso Sallusti : testo integrale dell’articolo incriminato e testo di legge sulla diffamazione

A questo link c’è l’articolo integrale  di Farina sotto pseudonimo

http://media2.corriere.it/corriere/pdf/2012/rassegna-camera-libero.pdf

Il reato di diffamazione. ( fonte : http://www.dirittoproarte.com/dirarti/diffamaz.htm)

Con il termine reputazione si intende comunemente la stima, l’opinione e la considerazione di cui ciascuno gode nel contesto sociale e dei rapporti personali o professionali.

L’onore e la reputazione sono protetti dall’art. 595 del codice penale a norma del quale commette il reato di diffamazione chiunque, comunicando con più persone, offende la reputazione altrui, prevedendo per il colpevole la pena della reclusione fino a un anno o la multa fino a lire due milioni.
Se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato (cioè attraverso il riferimento ad un episodio preciso e specifico), la pena è della reclusione fino a due anni, ovvero della multa fino a lire quattro milioni. Tale aggravio di pena si spiega con il fatto che l’attribuzione ad un soggetto di  un fatto determinato e specifico ha l’effetto di ingenerare nel destinatario una maggiore impressione di attendibilità delle circostanze narrate rispetto a quelle raccontate in modo vago, ipotetico o allusivo. Da ciò deriva un maggior pregiudizio per la vittima e la conseguente sanzione più aspra per l’autore dell’illecito.
Se l’offesa è recata col mezzo della stampa (giornali, televisione, altri mezzi di informazione) o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità (tipo la rete Internet), la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a lire un milione.
Nel caso di diffamazione commessa col mezzo della stampa, televisivo o radiofonico, consistente nell’attribuzione di un fatto determinato, si applica la pena della reclusione da uno a sei anni e quella della multa non inferiore a lire 500.000.
Sempre nel caso di diffamazione a mezzo stampa è prevista anche una responsabilità, a certe condizioni, di direttore o vice-direttore responsabile, editore e stampatore della pubblicazione.

Le notizie diffamatorie possono essere diffuse sia con il mezzo dello scritto (articolo di giornale o altro tipo di pubblicazione), sia attraverso la pubblicazione di fotografie e, in tale ultimo caso, alla tutela della reputazione si aggiunge quella relativa all’immagine della persona interessata.
L’aspetto più importante da sottolineare in materia di diffamazione è che, salvo casi estremamente particolari, il colpevole del reato non è ammesso a provare, a sua discolpa, la verità o la notorietà del fatto attribuito alla persona offesa. Ciò significa che non vale ad escludere il reato in questione la circostanza che il fatto offensivo sia vero o già noto per altra via.

Gli strumenti di tutela della reputazione.
E’ intuitivo che le offese alla reputazione personale o artistica attuate mediante la diffusione di notizie o foto diffamatorie possono comportare rilevanti danni tanto alla vita di relazione e ai rapporti personali, quanto a quella professionale per quanto riguarda la perdita di occasioni di lavoro. Per fare un esempio, si pensi al caso di estrema attualità di un’attrice la cui immagine sia indebitamente inserita in un sito Internet a carattere pornografico, provocandone il discredito nel suo ambiente professionale.
A tutela degli interessi personali e professionali delle persone l’ordinamento ha previsto una serie di strumenti di protezione della reputazione di seguito passati in rassegna.

 Il diritto di rettifica.
Quando la notizia diffusa con il mezzo della stampa risulta essere non rispondente al vero o lesiva della sua dignità, la persona interessata può esercitare il diritto di rettifica riconosciutogli da diverse leggi.
A norma dell’art. 8 L. n. 47/1948, «il direttore o, comunque, il responsabile è tenuto a fare inserire gratuitamente nel quotidiano o nel periodico o nell’agenzia di stampa le dichiarazioni o le rettifiche dei soggetti di cui siano state  pubblicate immagini od ai quali siano stati attribuiti atti o pensieri o affermazioni da essi ritenuti lesivi della loro dignità o contrari a verità, purché le dichiarazioni o le rettifiche non abbiano contenuto suscettibile di incriminazione penale.
Per i quotidiani, le dichiarazioni o le rettifiche di cui al comma precedente sono pubblicate non oltre due giorni da quello in cui è avvenuta la richiesta, in testa di pagina e collocate nella stessa  pagina del giornale che ha riportato la notizia cui si riferiscono.
Per i periodici, le dichiarazioni o le rettifiche sono pubblicate non oltre il secondo numero successivo alla settimana in cui è pervenuta la richiesta, nella stessa pagina che ha riportato la  notizia cui si riferisce.

Le rettifiche o dichiarazioni devono fare riferimento allo scritto che le ha determinate e devono essere pubblicate nella loro interezza, purché contenute entro il limite di trenta righe, con le medesime caratteristiche tipografiche, per la parte che si riferisce direttamente alle affermazioni contestate».

Nel caso in cui non sia pubblicata la rettifica o la dichiarazione nei termini sopra indicati, ovvero lo sia stata in violazione delle modalità sopra descritte, l’autore della richiesta di rettifica può chiedere al tribunale con procedura di urgenza che sia ordinata la pubblicazione richiesta.
La mancata o incompleta ottemperanza all’obbligo di rettifica è punita con la sanzione amministrativa da lire 15.000.000 a lire 25.000.000.

Infine, la stessa legge in esame stabilisce che nel caso di diffamazione commessa col mezzo della stampa, la persona offesa può chiedere, oltre il risarcimento dei danni patrimoniali e morali, una somma a titolo di riparazione che è determinata in relazione alla gravità dell’offesa ed alla diffusione dello stampato.

Per la rettifica di notizie diffuse attraverso il mezzo televisivo o radiofonico occorre esaminare la legge n. 223/1990 che ha introdotto la disciplina del sistema radiotelevisivo pubblico e privato.

Secondo l’art. 10 di tale legge, chiunque si ritenga leso nei suoi interessi morali o materiali da trasmissioni contrarie a verità, ha diritto di chiedere al concessionario privato o alla concessionaria pubblica che sia trasmessa apposita rettifica, purché questa ultima non abbia contenuto che possa dar luogo a responsabilità penali.

La rettifica è effettuata entro 48 ore dalla ricezione della relativa richiesta, in fascia oraria e con il rilievo corrispondenti a quelli della trasmissione che ha dato origine alla lesione degli interessi.

Trascorso detto termine senza che la rettifica sia stata effettuata, l’interessato può trasmettere la richiesta al Garante per la radiodiffusione e l’editoria, che provvede come segue.

Fatta salva la competenza dell’autorità giudiziaria ordinaria a tutela dei diritti soggettivi, nel caso in cui il concessionario privato o la concessionaria pubblica ritengano che non ricorrono le condizioni per la trasmissione della rettifica, sottopongono entro il giorno successivo alla richiesta la questione al Garante che si pronuncia nel termine di cinque giorni.

Se il Garante ritiene fondata la richiesta di rettifica, quest’ultima, preceduta dall’indicazione della pronuncia del Garante stesso, deve essere trasmessa entro le ventiquattro ore successive alla pronuncia medesima.

Infine, il diritto di rettifica dei dati personali è previsto in generale anche dalla legge n. 675/96 (c.d. legge sulla privacy), secondo la quale ogni soggetto può esercitare il diritto di ottenere l’aggiornamento, la rettificazione ovvero, qualora vi abbia interesse, l’integrazione dei propri dati personali. In caso di rifiuto espresso o tacito, ovvero di risposta non soddisfacente, ci si può rivolgere alternativamente all’autorità giudiziaria o al Garante per la protezione dei dati personali per ottenere l’attuazione in via coattiva di tali diritti.

 La denuncia penale.
Come detto, la lesione di onore e reputazione rappresenta un reato punito dal codice penale. La persona offesa da atti diffamatori può pertanto inoltrare alla competente autorità giudiziaria una denuncia – querela al fine di dare impulso ad un processo penale a carico del colpevole. La querela è atto necessario in quanto il reato di diffamazione non è procedibile di ufficio ma necessita della istanza punitiva della persona offesa.
Nel caso di diffamazione commessa con il mezzo della stampa, la querela presentata contro il direttore o vice – direttore responsabile, l’editore o lo stampatore, ha effetto anche nei confronti dell’autore della pubblicazione per il reato da questo commesso.
Se la persona offesa muore prima che sia decorso il termine per proporre la querela, o se si tratta di offesa alla memoria di un defunto, possono proporre querela i prossimi congiunti, l’adottante e l’adottato.
Nel corso del processo penale la persona offesa può anche costituirsi parte civile ai fini del risarcimento dei danni morali e patrimoniali subiti.

 La tutela cautelare civile.

I rimedi preventivi o cautelari sono quelli che intervengono prima che la lesione al diritto alla reputazione si sia verificata. La tutela cautelare della reputazione personale e artistica si identifica con la c.d. azione inibitoria che serve ad ottenere una pronuncia giudiziale che ordini ad un soggetto di astenersi da un comportamento illecito, ovvero di interromperlo se è già in atto. La sua funzione è di impedire che il fatto lesivo della reputazione abbia inizio o di interrompere l’esecuzione dell’attività già in atto con rimozione degli effetti già prodotti e  l’impedimento di essi per il futuro, per esempio, attraverso il sequestro del mezzo materialmente utilizzato per recare offesa alla reputazione e all’onore (salvi i limiti posti dall’art. 21 Cost. al sequestro preventivo della stampa periodica. Peraltro, è necessario precisare che tale limitazione riguarda solo il materiale stampato e non anche quello strumentale alla stampa, come fotografie e nastri).

Nel nostro ordinamento esistono singole norme che specificamente prevedono il ricorso all’inibitoria per la tutela del relativo diritto (si vedano le disposizioni poste a difesa di nome, pseudonimo, immagine, diritto d’autore, concorrenza sleale, condotta antisindacale del datore di lavoro, uso da parte della moglie del cognome maritale durante la separazione, contratti del consumatore).
Si tratta di uno strumento di tutela preventiva molto importante poiché spesso per i diritti della personalità (tra cui rientrano anche reputazione ed onore) la tutela attuabile prima del verificarsi del danno rappresenta l’unica forma di protezione veramente efficace rispetto al risarcimento di natura pecuniaria che può rivestire solo una funzione di ristoro per equivalente del torto subito, a causa del carattere spesso irreversibile della lesione e della frequente non patrimonialità del danno.
La tutela di natura cautelare proveniente dall’azione inibitoria non può ottenersi al di fuori di un procedimento giurisdizionale ed è disciplinata dagli artt. 669 bis e seguenti del codice di procedura civile, con particolare riferimento all’art. 700, il quale richiede due requisiti:

– il c.d. periculum in mora, cioè l’impossibilità di ottenere un integrale ripristino della situazione esistente anteriormente all’offesa. Questo requisito si riscontra in pieno per la reputazione che, come tutti i diritti della personalità, è facilmente esposta al pregiudizio irreparabile (cioè irreversibile) richiesto dall’art. 700 c.p.c., durante il tempo occorrente per lo svolgimento e la conclusione di un processo ordinario. Infatti, una volta avvenuta la lesione (ad esempio la pubblicazione di notizie diffamatorie), è praticamente impossibile ottenere un integrale ripristino della situazione esistente anteriormente all’offesa, a differenza dei diritti a contenuto patrimoniale che non possono mai essere pregiudicati dalle more del giudizio;

– l’altro requisito è il c.d. fumus boni iuris, cioè la parvenza del buon diritto accertata attraverso una valutazione meramente probabilistica della sua esistenza.

La tutela di natura cautelare, secondo la disciplina generale posta dagli artt. 669 bis ss., può essere invocata sia ante causam, sia in corso di causa in seno al processo a cognizione piena.

L’azione è dunque esperibile anche quando il fatto lesivo non ha nemmeno avuto inizio in tutti i casi in cui il titolare del diritto sia in grado di assolvere l’onere della prova nella misura richiesta dall’art. 700 c.p.c., cioè fornendo la dimostrazione che sono stati approntati mezzi idonei volti in modo univoco a causare un danno alla reputazione.

Come esempi di tutela cautelare si possono citare la richiesta di impedire la trasmissione da parte  di  un’emittente  televisiva delle  immagini offensive della reputazione della persona interessata, oppure di sequestrare e ritirare dal commercio le copie di riviste contenenti foto o notizie diffamatorie.

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Mia intervista a Giulio Cavalli

Mia intervista a Giulio Cavalli

MEDIA – Se ancora qualcuno non conosce quest’uomo coraggioso, prima che attore, politico, scrittore, ricordiamo che gli è stata assegnata una scorta da quando nel 2009 haricevuto delle pesanti minacce mafiose a causa della messa in scena del monologo Do ut Des, spettacolo teatrale su riti e conviti mafiosi.

Nel suo ultimo libro “L’innocenza di Giulio”, appena uscito con Chiarelettere, si indagano i rapporti inquietanti di Andreotti con Cosa Nostra (dalle amicizie pericolose con i cugini Salvo e Stefano Bontate, ai summit con i capi dei capi, al bacio “leggendario” con Totò Riina), per i quali è stato processato, è stato assolto e poi riconosciuto colpevole, quindi prescritto dai reati, grazie (indipendentemente dal merito, che passa in second’ordine evidentemente) ai consueti stratagemmi delle leggine rallenta-processi. Scriveil giudice Giancarlo Caselli nella prefazione al volume, non senza retrogusto un po’ amaro: “…Le cose stanno di fatto in altro modo e prescritto significa l’opposto che innocente”.

E allora, com’è possibile che la stragrande maggioranza dei cittadini italiani è convinta che Andreotti sia vittima di una persecuzione che lo ha costretto a un doloroso calvario per l’accanimento giustizialista di un manipolo di manigoldi”?
Com’è possibile che la prescrizione, che non è assoluzione, passi come messaggio mediatico opposto?

I media hanno la colpa e il merito di far sparire o vivere una notizia, di creare o rinnegare una realtà. Crediamo di crearci una visione personale dei fatti o della verità, ma non ci rendiamo conto di quanto alla nostra costruzione di senso partecipino meccanismi che ci sovrastano. In psicoanalisi esiste un termine: rimozione. Così come la nostra psiche rimuove un trauma perché sarebbe troppo pesante portarlo alla coscienza e pericoloso riviverlo o ricordarlo, alcuni tipi di media nascondono o almeno non facilitano la conoscenza dei fatti, li rimuovono, in una specie di psicodramma collettivo.
E se una notizia è nascosta?
Se una notizia è nascosta o peggio velata, o peggio ancora mistificata, quella notizia diverrà costruzione del reale per milioni di persone. Per questo la mafia usa un linguaggio ambiguo, mistificante, schizofrenico ed ermetico, affinché la verità non sia chiara. Gli alchimisti, Ermete Trismegisto e i neoplatonici hanno inaugurato un linguaggio mistico e simbolico, il linguaggio del nascondimento, affinché le loro dottrine non arrivassero alla coscienza e conoscenza di tutti. Probabilmente questi antichi saggi lo facevano per il bene di tutti. Ma la mistificazione del linguaggio simbolico, necessita di ermeneutica, se viene adottato da elementi nocivi alla società e per questo persone comeGiulio Cavalli o Saviano che interpretano e svelano il linguaggio del nascondimento mafioso, sono pericolosi: portano alla luce quello che si vorrebbe nell’ombra. Non a caso, Ieri sera da Saviano e Fazio Giulio ha scelto la parola SOLE. Il sole è quello che non ha Giulio, costretto nell’ombra e a vivere sotto scorta per aver svelato, il sole è quello che non abbiamo noi, perché vittime del nascondimento, anche mediatico.

Andreotti è innocente? No. E’ stato prescritto, prescrizione non è innocenza, ribadisce il libro. Eppure, complici i media, il messaggio che è arrivato alla coscienza collettiva è diverso, mistificato e manipolato dal silenzio. Perché il silenzio è così pericoloso? Da bambini basta uno sguardo dei genitori talvolta a farci male, a rimproverarci, da bambini il silenzio genitoriale è vuoto di informazioni e nel vuoto noi costruiamo le nostre verità senza consenso, senza condivisione. Così, vediamo che è possibile scrivere mille diversi narrati, mille diverse interpretazioni di ciò che è vero e ciò che non è. Il dialogo, il confronto, costruire la verità in modo dialettico, ricostruire il percorso di realtà e condividerlo, questo è sano e possiamo farlo solo nell’ambito del SOLE, della condivisione.
Ho conosciuto Giulio su Twitter, è nata una condivisione di idee e ho letto il suo libro. Qui delle domande che gli ho rivolto e alle quali lui ha gentilmente risposto:

BC. La Bugia. Tu sei un attore e un consigliere regionale impegnato contro la mafia. In entrambi i mestieri che usi per combattere la tua battaglia e’ presente l’arte della menzogna, la bugia come artifizio . Da quello che hai potuto vedere, Si mente più su un palco di un teatro o su quello di un comizio? Ci sono affinità tra un politico e un attore?

Giulio Cavalli. Su un palcoscenico si mente per appuntire il profumo della storia senza mai tradirla, in politica si mente per raccontare un’altra storia rispetto alla verità o per vomitare cumuli per coprire quello che non avviene sulla scena. Pensando al palcoscenico si potrebbe dire che noi teatranti facciamo tutto sul palco mentre in politica spesso le scene chiave si svolgono tra tre o più persone nel cesso del camerino. Quindi una è oscena, l’altra oscena.

BC. Nel tuo libro è giustamente sottolineato quanto prescrizione non voglia dire assoluzione eppure nel nostro paese e’ passato un messaggio contrario. Viviamo in una sorta di dissonanza cognitiva che ci porta alla schizofrenia di verità lapalissiane negate. Chi è più colpevole di queste finte innocenze? La giustizia o i media?

Giulio Cavalli. La mediaticità della giustizia che va a braccetto con la bugia mediatica che sentenzia più credibile e più potente di qualsiasi giudice. L’innocenza di Andreotti è stata la palestra dove si sono formati i muscoli della bugia talmente petulante da risultare vera. Del resto, basta chiedere in giro, per rendersi conto che la veridicità di una notizia si basa soprattutto sulla sua diffusione. Quindi l’analisi è stata sostituita dalla ripetizione amplificata al chilo.

BC. Andreotti, cinico, raffinato, “perfido” stratega, paragonato a Belzebu’, artefice di decenni della nostra storia politica…cos’è che ti ha attratto maggiormente?

Giulio Cavalli. No, nessuna fascinazione. Orrore per una mediocrità rivenduta sulla bancarella dei memorabilia. Andreotti ha usato, secondome, la mafia per gestire il consenso dei territori come (e peggio, viste le sue responsabilità) un sudaticcio sindaco paramafioso qualunque. Forse ha semplicemente trovato un’empatia spendibile per raccontare il falso sulle proprie colpe.

BC. Relazioni pericolose. Tu vivi sotto scorta, ci racconti perché?

Giulio Cavalli. Perché siamo nel Paese in cui cinquecento anni fa i miei colleghi cantastorie venivano impiccati. E addirittura sepolti da indegni fuori dalle mura della città insieme alle prostitute (e pensare che oggi un giullare e una prostituta sono nella stessa assemblea legislativa). Il potere non sopporta di essere raccontato nella sua pateticità quando ha bisogno di diventare prepotente per governare perché non è in grado di farlo secondo le regole.

BC. Nel tuo libro c’è un capitolo sui nuovi Andreotti, ce ne parli?

Giulio Cavalli. Ho voluto scrivere questo libro perché credo che conoscere a fondo Andreotti sia indispensabile per vaccinarsi dagli andreottismi. C’è andreottismo nell’uccisione di Notarbartolo a fine ‘800, poi Portella della Ginestra fino alla prossima innocenza di Giulio in cui cambieranno gli interpreti, ma i personaggi e il copione è sempre lo stesso.
Forse Cuffaro prima e Dell’Utri oggi hanno ripreso gli stessi meccanismi sia nella gestione politica, sia nella difesa mediatica.

BC. Diceva Doevstoevskji che la bellezza salverà il mondo. Cos’è per tela Bellezza?

Giulio Cavalli. Un campo in cui non si possono comprare le mediazioni, in cui non è concesso il servilismo e nemmeno la prostituzione. Davanti alla bellezza chi non è intellettualmente onesto e pulito di cuore non è credibile. Per questo, come diceva Peppino Impastato, davanti allabellezza la mafia è messa spalle al muro.

Mi congedo da Giulio Cavallie se dovessi scegliere una parola anche io, inevitabilmente sceglierei la parola bellezza, ed è con questa parola immensa che vi lascio al monologo IL SOLE che ieri Giulio Cavalli ha letto a Quello che non ho:

“Quello che non ho: il Sole
Perché Sole sa di sole quando non ha macchie in faccia.
Il Sole è rotondo se non ha schegge in giro.
Mi manca il Sole tutto a forma di sole.
Senza la scheggia di chiedermi se ne vale davvero la pena.
Dico di entrare sotto il livello del mare a raschiare i fondali della minaccia avvisata.
Non ho un Sole tutto caldo e bellezza: annuso la nebbia di camminare guardandosi i piedi, leggersi nei riflessi, condizionarsi.
È la paura sotto il Sole che diventa il tuo re nudo.
Convivo sotto il Sole con la coscienza di non essere solo mio.
Un virus con cui infetto i luoghi, gli oggetti e le persone che incontro, incrocio e che frequento.
Una colata che ha trovato un buco nel Sole per gocciolare costantemente nel vaso della mia giornata.
L’eclisse della tua famiglia che comunque si è persa un pezzo della storia e si ritrova a mulinare le braccia per stare a galla, e mentre nuota deve anche mettersi a capire. L’eclisse di un allontanamento dal resto, un’incomprensione continua, una voglia mancata di spiegare.
L’eclisse di una risata che ha bisogno di uno sforzo, di essere lanciata, di non spegnersi nelle parole e sul palco per non rischiare la resa.
L’eclisse di una bolla che ti soffia tutto intorno e ti ci siedi dentro, per proteggerti, sfocando il resto.
Se non riesco a sapere e conoscere chi mi guarda sono senza Sole come dentro una scatola di scarpe.
Posso solo sperare di non diventare ridicolo mentre abbaio alla luna.
Alla luna perché alla fine non riesci più a trovare le parole giuste per farci amicizia, con il Sole”.
16 Maggio 2012 – notizia 210460
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Comunicazione: come si emoziona una società indifferente? La morte del padre (l’ideologia), ci spinge a cercare eroi?

Comunicazione: come si emoziona una società indifferente? La morte del padre (l’ideologia), ci spinge a cercare eroi?

In questa ondata di menefreghismo muoiono partiti, Stato, Chiesa e subentra l’apatia anche nei confronti degli scandali di queste istituzioni.

di Barbara Collevecchio (Psicologa)

MEDIA – Come si può motivare emozionalmente una società come la nostra, diventata così indifferente?

Il vuoto emotivo derivante dall’indifferenza del singolo, coinvolto in rapporti che Baumann chiama liquidi, non è facile da riempire. Il vuoto di senso, lo sfaldamento delle grandi ideologie dopo il crollo del muro di Berlino, la morte degli ideali non hanno portato a una vera disperazione ontologica. E persino il buon vecchio nichilismo è tramontato per dare il posto all’indifferenza.  L’indifferenza non ha nulla a che fare con lo “sconforto metafisico” del moderno. Il nichilismo stesso, un secolo fa, era risposta tragica, eroica, coinvolta. Oggi che nessuno è più coinvolto  vediamo il proliferare di esperti della comunicazione di massa. Veri e propri equilibristi di statistiche e marketing che fanno i salti mortali per coinvolgere un pubblico sempre più viziato, sempre meno coinvolto e interessato.

In questa ondata di menefreghismo non muoiono solo i partiti; muoiono lo Stato,la Chiesa, l’ideale di lavoro e subentra l’apatia anche nei confronti degli scandali di queste istituzioni.

Basta paragonare l’ondata d’indignazione che suscitò l’indagine Mani Pulite con  l’indignazione  di oggi. “Sganciando il desiderio dalle strutture collettive, facendo circolare le energie, temperando gli entusiasmi e le indignazioni nei confronti del sociale, il sistema invita alla distensione, al disimpegno emotivo” scrive Lipovetsky. Tutto questo era stato predetto da Guy Debord duranteil maggio francese. Il protagonista del situazionismo, con il suo libro “La Società dello spettacolo” aveva già previsto che in quest’era estetizzante di vuoto, ci sarebbe stata una perdita di senso.

Oggi  fluttuiamo in questa perdita di senso, dove tutto diventa spettacolo e lo spettacolo si consuma in fretta.

Morte le ideologie e morti i partiti politici che le sostenevano, la strategia per coinvolgere il singolo è quella della PERSONALIZZAZIONE.

Vediamo quindi partiti politici che si incarnano nel loro fondatore. I partiti oggi vengono identificato con il loro leader: basti vedere il fenomeno Obama e come  in Italia oramai si  parli di partito di Di Pietro, partito di Berlusconi, partito di Pannella, partito di Casini, partito di Vendola.

La morte del padre (l’ideologia), ci spinge a cercare eroi?

Nuovi paladini dell’idea, i politici incarnano le nostre proiezioni, perché non è possibile non proiettare l’ideale dell’Io, neppure se gli ideali sono morti. Semmai ce ne inventiamo di nuovi, più personalizzati, su misura, ma non possiamo vivere senza.

Il politico deve incarnare il nostro desiderio.

Al mito dell’eroe si sostituisce il desiderio di esso, a tutti i costi.

I pubblicitari gli esperti dicomunicazione di massae politica lo sanno bene e lavorano alla costruzione di personaggi che possano aderire alle nostre proiezioni e desideri.  Se il governante di ieri era demandato dal popolo nell’assolvere una funzione delegata in nome di un’ idea comune, quello di oggi deve incarnare il popolo, assomigliargli, deve umanizzarsi, diventare simpatico, interagire, scendere come un novello profeta nel mondo e farsi verbo. La battaglia infatti si gioca tutta sul territorio del linguaggio e della seduzione.

Come sedurre una società annoiata?

Con l’immagine che cerchi il più possibile di incarnare un mito e diventare simbolo e con il linguaggio che tenti di emozionare. A tratti volgare, triviale e osceno, il nuovo linguaggio della politica ha fatto balzi in avanti. Se pensiamo a come  comunicavano i politici della Prima Repubblica notiamo subito che siamo passati dal “politichese”, un linguaggio narcisistico certo, che narrava se stesso, a un narrato emotivo, molto più legato alla personalità stessa del politico che al contenuto che esso vuole diffondere. Oggi conta molto di più di ieri l’immagine del singolo, poiché su di essa si possono proiettare desideri, così un Berlusconi  e il suo staff di consulenti di marketing sanno benissimo che stanno vendendo un prodotto, non un’idea. Roma era un’idea, in nome di questa idea si poteva dire “civis romanus sum”, in nome della grande madre Roma e delle sue esaltanti imprese il popolo pagava le tasse, sopportava imperatori lassisti, narcisi, malati, sopportava intrighi, omicidi. Per un’idea un tempo si moriva. Mussolini tentò di rivitalizzare questa idea in un Italietta che cantava motivetti leggeri. Il duce, così come Hitler, capì ben presto che l’architettura, l’estetica politica e la propaganda avrebbero potuto coinvolgere emotivamente il popolo che sarebbe rimasto impressionato dal tono dei suoi discorsi virili, delle sue movenze maschie, dalla maestosità delle geometrie squadrate dei suoi monumenti. Pensiamo a Speer, l’architetto di Hitler che estetizzò la politica e seppe comunicare l’idea di grandezza attraverso una vera e propria scenografia del palco. La propaganda si avvalse di potenti simboli arcaici, densi di significati archetipi come la croce celtica. Giorgio Galliin “Nazismo magico” ci racconta di quanto i nazisti si fossero appropriati di simboli pagani, al punto di creare una nuova religione. Oggi che la Chiesa è in difficoltà e i simboli tacciono, come aveva profetizzato Jung, essi sempre meno riescono a emozionare.

Bisogna quindi sostituire i grandi simboli archetipici con le persone che incarnino dei valori e diano speranze, narrando un futuro.

Ecco allora che un Obama, diventa il risultato di una delle più grandi operazioni pubblicitarie del nuovo secolo. Grazie ai social network, a questa capacità di raggiungere il singolo emozionandolo personalmente, con Obama si è creato il mito del diverso, del vicino , del reietto, dell’uomo di colore che finalmente ce la può fare. “Allora anche io, ce la posso fare” risponde lo spettatore medio. “Se un uomo sconosciuto e di colore può ambire a diventare presidente degli Stati Uniti, io posso identificarmi con lui. Mi parla un linguaggio semplice, si racconta in un social, mi permette di partecipare ed interagire, mi coinvolge”. Obama ha vinto perché ha coinvolto, emozionato, illuso il mondo intero, sconfitto e depresso che “yes, we can” e “se lui ce la può fare, ce la faccio anche io”, così si è detto lo spettatore di questo incredibile successo mediatico.

Ma cosa accadrà oggi che i miti crollano? Caduto il mito del barbaro onesto (La Lega di Bossi), indagato Vendola… con chi sostituiremo questi personaggi?

psicorecensioni : Il trono vuoto di Roberto Andò, ed. Bompiani

psicorecensioni : Il trono vuoto di Roberto Andò, ed. Bompiani

Il Trono vuoto, metafora di un PD narcisista. Ci saranno speranze?

Il trono vuoto” di Roberto Andò, ed. Bompiani, 2012

La trama: il  segretario del principale partito di opposizione scappa improvvisamente da dall’Italia e fugge in incognito in Francia, probabilmente a causa di una depressione e dei sondaggi negativi. La moglie Anna e il suo segretario personale Bottini cercano in tutti modi di salvare il salvabile e, per non creare uno scandalo mediatico, rintracciano il fratello gemello del segretario e lo sostituiscono a lui in segreto. Così, Ernani, filosofo eccentrico e geniale, per anni ricoverato in un ospedale psichiatrico, diventa di colpo il nuovo leader dell’opposizione, rivoluzionando lo scenario politico.
Scritto sapientemente, con un vago senso di fiction che l’avvolge, dal romanzo sarà tratto un film di Angelo Barbagallo, e nel ruolo di due gemelli ci sarà Toni Servillo.
Il tema della fuga e quello del doppio sono i due topos su cui si basa questo libro .

I l salotto letterario di Giuditta il 7 giugno ospiterà il romanzo ” La scarpa sul tetto” di Vincent Delacroix

I l salotto letterario di Giuditta il 7 giugno ospiterà il romanzo ” La scarpa sul tetto” di Vincent Delacroix

Il salotto letterario del blog Tempo x me, ospiterà il 7 giugno il primo appuntamento con il romanzo “La scarpa sul tetto” di Vincent Delacroix , edizioni Excelsior 1881.

Sinossi del romanzo :
La scarpa è rimasta là. È da giorni che la guardo – tutto ciò che resta di te, quella ridicola scarpa, come se ti avessero portato in cielo e quella fosse l’unica traccia rimasta di te…

Al centro del romanzo, una scarpa abbandonata su un tetto parigino. Com’è arrivata fin lì, a chi appartiene? Di capitolo in capitolo, gli abitanti dell’immobile che si affaccia sul tetto forniranno ognuno una versione diversa di quella singolare e inquietante presenza, specchio dei loro sentimenti e dei loro desideri.
E, da un racconto all’altro, le possibilità, tragiche o comiche, si moltiplicheranno, intrecciando con grande brio stili e registri – satira, elegia, retorica – in una polifonia narrativa che riporta alla mente il capolavoro di Georges Perec “La vita istruzioni per l’uso”. In un crescendo di sorprese e colpi di scena incontreremo
così una ragazzina che soffre d’insonnia, un ex marito vendicativo, un ladro senza una gamba, un trentenne che sogna la sua Cenerentola, un cane filosofo, un frivolo presentatore televisivo, una ragazza sofferente per amore, ognuno dei quali ci offrirà la sua versione, finché, nell’epilogo, con un’ultima, geniale piroetta, il mistero si risolverà.
Raffinato esercizio di stile con un’avvincente costruzione a incastri che mescola favola e racconto filosofico, satira dei costumi e humour noir, La scarpa sul tetto è il romanzo su cui l’editore Gallimard ha puntato per bissare nel 2008 il successo dell’”Eleganza del riccio”.

il link per ordinare il libro

http://www.excelsior1881.eu/catalogo/bookshow.php?id=57

Psico recensione di Dove finisce Roma di Paola Soriga, Einaudi.

La mia recensione di Dove finisce Roma di Paola Soriga, Einaudi.

“Lo amerò da sola.
L’amore è un’occupazione solitaria.
L’amore ricambiato pesa su noi anime fino a schiacciarle.”
(Antonella Anedda citata in Dove finisce Roma di Paola Soriga)
In psicoanalisi c’è un concetto che mi ha sempre affascinata: l’Attenzione fluttuante.
Essere attenti in modo fluido vuol dire ascoltare la narrazione del paziente con un atteggiamento aperto, meditativo. Fluttuare come una barchetta nel mare delle parole, delle sensazioni, attivare l’intuizione , non dirigere o pensieri affinché i pregiudizi non inficino l’ermeneutica, rimanere fluidi: questa è la meraviglia di un atteggiamento fluttuante, di vero ascolto. Servono anni di training per riuscirci ma forse ci si può provare anche quando si legge un libro.
Un testo, come ho ribadito in varie occasioni, può essere considerato, come tutte le produzione culturali, una narrazione psichica, talvolta anche inconscia del narrante. Troppe volte ci affacciamo al mondo dell’Altro con pregiudizi, leggendo le recensioni che dell’Altro ci consegna il mondo, troppe volte non approdiamo alla vera conoscenza di un testo o di un’opera d’arte. Mi risponderete che di un’opera d’arte, come di un romanzo e di un essere umano, non v’è vera conoscenza, e io vi darei ragione. L’attenzione fluttuante quindi non è presunzione di un logos che definisce ma meraviglia di un’anima che usa l’intuizione per percepire profondamente risonanze interiori.
Paola Soriga ci ha regalato un romanzo scritto con un linguaggio fluttuante, questa è la cosa che mi ha maggiormente catturata nella lettura.
Siamo in una cava di Roma, durante la Resistenza, attorno all’io narrante ci sono buio, rumore di topi che sgattaiolano e acqua che sgocciola, da due giorni, solitudine. Questo è il setting perfetto affinché l’io possa diventare liquido e prendere contatto con il buio ctonio dell’inconscio e iniziare a raccontarsi.
La protagonista del romanzo è una staffetta della Resistenza che si è dovuta nascondere in una cava per non essere catturata. Isolata, preoccupata, inizia la sua narrazione labirintica e solare allo stesso tempo. Attaccano i ricordi, mischiati a sprazzi di presente, ci troviamo a Centocelle, in via Tasso, ma anche in Sardegna, e veniamo avvolti da odori, sapori, sensazioni, colori, piccole grandi sfumature percettive che ci catturano.
La scrittura così particolare di questa giovane autrice spinge a una lettura Fluttuante perché è costruita in periodi lunghi, che evocano emozioni, ricordi, suoni e profumi, mescolati in una narrazione mnestica che echeggia le associazioni libere freudiane.
La nostra staffetta: “ Ricorda soprattutto i lunghi e asciutti pomeriggi estivi, quando per l’orto e il caldo era troppo […] e i grandi e i più piccoli dormivano, quanti anni aveva, otto o nove, a lei il sonno non veniva, l’ago avanti e indietro e la voce della nonna che cantava […] anche i cani dormivano ma non le cicale […]”. Questa sembra una prosa spontanea ma forse è calcolata, comunque è a effetto, immaginale, come il racconto trafelato di un bambino emozionato che deve raccontare tutto e subito e nel racconto mescola odori, sapori e cielo e buio e vomita tutto in un affresco grande ed emozionante.
“E nel silenzio lento della casa solo il chiasso che fanno i suoi pensieri, e le rondini di fuori” una proesia? (Un misto tra prosa e poesia?) Alcune frasi brevi mi sembrano quasi dei piccoli Haiku che fluttuano leggeri tra una riga e l’altra.
Le descrizioni sono unite a pensieri e sensazioni, come in un racconto da setting analitico, in cui non ci ferma censurare, la prosa è un flusso evocativo, quasi inconscio, con un grande uso delle immagini, e penso a un quadro, mentre leggo. Forse, mi dico, sto leggendo un quadro. La scrittura della Soriga è declinata in “Are” e leggendo, vengo coinvolta in un andare in avanti, periodo dopo periodo, come una nave che avanza liscia, inarrestabile. “ […] e muoversi di mani, come foglie di fico nel vento, che Ida la incantavano”. Questa scrittura, incanta, imbambola, personalmente ho mollato gli ormeggi dell’io, affamato di comprensione e mi sono lasciata andare ai suoni, alle immagini. Forse questo romanzo andrebbe letto così, con un’attenzione fluttuante e aperta alle sue evocazioni. C’è un pezzo che voglio citare perché è il momento in cui Ida e Agnese decidono di andare alle grotte Ardeatine, piene di mucchi di cadaveri: “ Dobbiamo andare, diceva Ida, dobbiamo vedere, non lo so perché, bisogna andare. E poi lì davanti, da lontano si vedevano i corvi, si sentivano i corvi, le grida dei corvi, e la terra era umida e soffice e c’erano tuberose, tuberose che coprivano la terra e il loro profumo fortissimo”.
La sinestesia è un fenomeno sensoriale/percettivo, che indica una “contaminazione” dei sensi nella percezione, questo a mio avviso, è un romanzo sinestetico e ho voluto citare questo brano sull’odore e i corvi delle Fosse Ardeatine perché a quindici anni andai ad Auschwitz, e la mia sensibilità fu toccata allo stesso modo, provocata fino allo svenimento dall’odore di cadaveri, il cielo plumbeo, la durezza della lingua tedesca, la prepotenza dei corpi nudi e ammassati.
Odio i miei genitori per avermi portata in quel posto orrendo, il manifesto dell’orrore umano, l’altare del più grande affronto alla bellezza. Successivamente, invece, capii che mi avevano fatto un grande regalo, che da quel giorno non sarei stata più la stessa, che di Resistenza, di emozioni, si deve parlare, si deve leggere.
Per questo il libro di Paola Soriga, lo consiglio, vivamente. E consiglio di leggerlo in questo modo, entrando in quel mondo, percependo quelle sensazioni, quegli odori, quella paura, quella speranza.
[Barbara Collevecchio]