Le ultime pagine del mio libro : Il male che cura .

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Maghe, streghe, fattucchiere e divinità nell’analisi psicologica di un arcaico rito rurale: il mito dell’eroe che affronta il male e il serpente al fine di guarire e rinascere a nuova vita. 
“Il Male che cura” è una metafora di guarigione nell’incontro terapeutico con le nostre difficoltà, svela l’opportunità di dialogare con le nostre parti rimosse ed energie sepolte. 
È l’incontro con la paura, riscontrabile nei miti e in questo rituale religioso che ancora sopravvive al tempo, a chiederci di riaprire un dialogo con i simboli archetipi e universali che giacciono in noi.
L’ autrice affronta attraverso l’analisi di questo rito un percorso di conoscenza del Sé, di catarsi e di espiazione, di morte e rinascita, che avviene attraverso l’incontro con il male che è presente in ogni individuo.

 

http://www.persianieditore.com/edizioni/Schede/Scheda_MaleCura.htm

I simboli onirici come quelli riscontrabili nei miti e nelle raffigurazioni artistiche come ad esempio, l’immagine del mandala, nella lettura junghiana sono frammenti che dall’inconscio collettivo ci chiamano attraverso le loro proprietà fascinose, a compensare il nostro atteggiamento cosciente e ad intraprendere la via dell’integrazione, in questo senso  il compito dell’individuo ci pare esemplificato in questo brano tratto dal “Coraggio di ogni giorno” di Hermann Hesse: “ Non c’è altra via che conduca al compimento e alla realizzazione di sé, se non la rappresentazione quanto più compiuta del proprio essere. “sii te stesso” è la legge ideale…non c’è altra via che conduca alla verità e allo sviluppo”.( Hesse 1950;trad.it.1993, pg.27).

Dunque  analizzando la processione di S.Domenico avvinghiato dai serpenti, non si possono fare affermazioni con dati storici che ne attestino la  diretta derivazione dal culto marso della dea Angizia ma mi è sembrato invece possibile, usando uno stile ermeneutico proprio della psicologia analitica, amplificare le sue componenti simboliche e  sottolineare come esse siano proprie di temi universali che ricorrendo sovente nella mitologia, nella storia delle religioni, come nelle favole e nelle produzioni oniriche, possono essere ricondotti all’archetipo della Magna Mater. Dopo aver trattato dell’archetipo della Grande Madre e dell’ombra, mi è sembrato possibile, dunque, evidenziare come il topos da cui origina il rito Cocullese sia riconducibile a quello dell’eroe che nel suo viaggio iniziatico di discesa nel regno inconscio, incontra il mostro/animale che deve sconfiggere o addomesticare. In questo senso credo che sia possibile rileggere anche le critiche mosse dal Profeta  a coloro che hanno interpretato questo rito con una visione monodimensionale attribuendo importanza ogni volta, solo ad una delle sue caratteristiche.

In termini psicologici l’incontro del santo con l’animale, che a Cocullo si specifica nel serpente, a mio avviso rappresenta  il processo di integrazione dell’ombra. Circa la presenza di simbolismi legati  all’archetipo della Magna Mater , abbiamo visto come esso si rappresenti in questo rito attraverso le immagini simboliche  del serpente, dell’acqua , della terra, dell’incubatio, della grotta e della dimestichezza con gli animali .

Ho rilevato le polivalenze simboliche del serpente sottolineando che  l’inconscio  proprio per la sua logica simmetrica ed estensiva non produce mai immagini immobili e fisse riconducibili ad un’unica ed inequivocabile interpretazione intellettuale ma ci pone innanzi simboli polisemantici che nella loro aurea nebulosa ci scuotono inducendoci ad una mobilizzazione e sperimentazione personale dei loro contenuti. 

L’immagine archetipica è mobile e sta a noi rimuoverla e non prestargli ascolto o rischiare di venire a patti con essa. Siamo noi, infatti, che ogni giorno dobbiamo chiederci se le scelte che facciamo sono frutto del nostro vero Sé o altresì scelte obbligate dal ruolo sociale che rivestiamo nella società. La tragedia Greca ha espresso con magistrale pathos questo dilemma: prendiamo l’Antigone di Sofocle. E’ evidente come in questa tragedia i personaggi siano intrappolati nei loro ruoli sociali: seppellire il proprio fratello come prescrive l’etica dei rapporti fraterni o obbedire al ruolo di cittadina dunque al divieto di seppellirne  del re? Antigone sceglie in quanto persona: maschera sociale, non in quanto individuo libero e questa scelta di condotta la porta alla rovina. Quanti individui sprecano la loro vita e si ammalano, poiché intrappolati nella loro persona non riescono a scegliere di intraprendere il rischioso percorso dell’individuazione?

Anche  per S.Domenico, che incarna il mito dell’esule, del viaggiatore errante alla ricerca di più alti valori del Sé , si tratta in principio di fare una scelta ed egli la compie con l’eremitaggio. Il Santo, come tutti gli eroi, si riconobbe non appartenente a quel mondo nebuloso e corrotto degli albori del medioevo, dunque decise di non prendervi parte in modo attivo ma di compiere un viaggio solitario di ricerca e di negazione dei valori correnti e abbiamo visto come il topos del viaggio sia anch’esso  un archetipo.. Il suo scopo era reintegrarsi con Dio ovvero raggiungere quella che la psicologia olistica chiama Autorealizzazione che presuppone il distacco dal mondo sociale, con le sue norme omogeneizzanti e appiattenti l’individuo. Come abbiamo visto il percorso verso la crescita e la differenziazione, la via della realizzazione di noi stessi è rischiosa :la trasformazione e  il cambiamento sono rischiosi, sia perché implicano una messa in discussione del nostro assetto psichico , sia perché non possono prescindere da una discesa negli inferi dell’inconscio materno, che assieme ad una promessa di rinascita ci assicura una morte, la morte del nostro vecchio modo di intendere e vivere l’esistenza. Questo percorso è chiamato da Jung di individuazione prevede l’incontro dell’individuo con il mostro, l’inconscio, che sovente è rappresentato dall’immagine di un drago o di un serpente.

Un individuo è paragonabile ad una casa in cui esso può coltivare se stesso, ma talvolta le mura dell’edificio individuale possono trasformarsi in corazza, per compiere l’esperienza fondamentale di superamento della condizione umana limitata, perché sia possibile il passaggio da un modo di essere limitante ad uno più ampio e non condizionato, c’è bisogno di una rottura; in uno splendido libro, “Spezzare il tetto della casa”, Eliade ci insegna come per il pensiero indiano, l’arhat , colui che spezza il tetto della casa, è colui che prende il volo verso la libertà, colui che “ ha trasceso il cosmo e ha avuto accesso a un modo d’essere paradossale, addirittura impensabile, quello della libertà assoluta”.(Eliade 1985;op.cit.pg.155).

Il simbolo della casa come corpo umano ci insegna che ogni situazione stabile, permanente implica la creazione di un cosmo, cosmo personale che talvolta può essere vissuto come limitante, in questo senso “Il superamento della condizione umana si traduce, in una maniera immaginosa, con l’annientamento della casa, cioè del cosmo personale che si è scelto di abitare”(ibd.); se dunque la dimora stabile in cui si vive, la nostra condizione esistenziale, blocca il nostro progresso, se le fondamenta diventano radici che ci avvinghiano e rendono impossibile percorrere il nostro viaggio personale, allora è nostro dovere assumere il coraggio di spezzare il tetto della nostra casa personale. Se si sceglie la libertà  dell’individualità qualcosa deve morire perché si possa rinascere.

In questo contesto concettuale, a mio avviso, s’incista il mito di S.Domenico, il quale, volto al  superamento dell’egocentrismo individualistico basato sulla coscienza dicotomica che  strappa dal contatto con l’Altro e con la totalità, ci rimanda al significato profondo ed al messaggio che ci invia questo affascinante rituale:  incontrare noi stessi e affrontare la paura che ne deriva.

Fu per poter vivere che i Greci dovettero, per profondissima necessità, creare questi dèi: questo evento noi dobbiamo senz’altro immaginarlo così, che dall’originario ordinamento divino titanico del terrore fu sviluppato attraverso quell’impulso apollineo di bellezza, in lenti passaggi, l’ordinamento divino olimpico della gioia, allo stesso modo che le rose spuntano da spinosi cespugli.”( F.Nietzsche :La nascita della Tragedia, pagg. 28-38)

Paura, o come lo chiama Nietzsche , terrore che viene proiettato nell’Ombra, negli animali.

 Paura che dobbiamo affrontare per poter integrare l’energia libidica rimossa, come quando durante la festa di Cocullo prendiamo il coraggio di  vedere e toccare i serpenti, poiché, seguendo Jung, ognuno di noi ha il compito di individuarsi.

Jung afferma che “tutti si ammalano perché hanno perso ciò che le religioni di tutti tempi hanno dato ai loro fedeli; e nessuno guarisce veramente se non riesce a raggiungere un atteggiamento veramente religioso”( Jung 1934;op.cit.pg.182) , quello che le religioni e i miti ci offrono tutt’ora sono i simboli che , in quanto messaggeri dell’inconscio , se integrati alla coscienza possono guarirci.

Ciò che la società di S.Domenico e la nostra ha perso è l’ascolto verso i suggerimenti preziosi che ci vengono per via dei simboli onirici o religiosi, il richiamo del Daimon, dell’ombra nella sua accezione di aiutante magico che ci induce a prendere una decisione:ascoltare l’inconscio e rinascere o rimanere immobili entro i limiti della persona sociale.

Il principium individuationis può avvenire in due modi contrapposti: una cosa è individuarsi in modo conscio e discriminatorio, ancorarsi al proprio egocentrismo e rimuovere l’inconscio, come fece con veemenza il principio brutale maschile all’epoca delle invasioni elleniche in Grecia, che rimosse il femminino uccidendo la Pizia e sostituendo un Dio maschio all’oracolo; un’altra è individuarsi dopo essersi calati in un viaggio iniziatico volto alla scoperta delle proprie profondità psichiche, riappropriarsi degli opposti da cui ci si era scissi, affrontare il proprio male interno e riuscirne risorti con un nuovo atteggiamento mentale. Questa è quella proprietà rigeneratrice tipica della Madre e del serpente che cambia pelle. Scrive infatti Carotenuto : “ Il percorso che porterà l’eroe alla meta individuativi non presuppone infatti l’irrigidimento difensivo che identificherebbe l’eroe con il padre, né la negazione difensiva delle pulsioni inconsce….così come una immediata e cieca fissazione al regno delle madri comporta la perdizione di sé, altrettanto perdente risulterebbe l’adesione unilaterale e acritica ai dettami dell’ordine patriarcale”.( Carotenuto,1992,op.cit.pg.106).

Vediamo come la tematica centrale di questo rito sia la vittoria sul negativo e la paura,  a tal riguardo scrive Jung : “ La paura della vita non è un fantasma immaginario, ma un vero panico che appare sproporzionato solo perché la sua fonte reale è inconscia e quindi proiettata: la parte giovane e in via di sviluppo della personalità, cui viene impedito di vivere e che viene tenuta a freno, genera paura e si trasforma in paura.”( Jung 1912; pg.294). 

Dunque il serpente non è altro che quella parte vitale della personalità che noi ricacciamo nell’inconscio e che ci chiama  a vivere, “ sembra che la paura provenga dalla madre, in realtà è la paura della morte dell’uomo istintivo e inconscio che, per il continuo indietreggiare dinanzi alla realtà è tagliato fuori dalla vita.”

Affrontare  il tema della  paura, in questa società in cui uno delle sofferenze dell’anima più diffuse è l’attacco di panico, mi sembra uno dei compiti più importanti da svolgere ( secondo i dati del Lidap in Italia soffrono di questo disturbo 2,5 milioni di persone e negli ultimi vent’anni c’è stato un aumento costante). La paura, infatti, un tempo poteva essere proiettata sui mostri, sui demoni e sugli animali, come abbiamo visto nella trattazione della mia tesi, ma oggi pare che con l’attacco d’ansia ci blocchi dal nostro stesso interno. E’ probabile che i nostri bisogni creativi, le nostre energie libidiche, non possano avere sbocco in un’epoca in cui, come aveva profetizzato Jung si è persa quasi totalmente la capacità di essere creativi e di pensare per simboli. Caprifoglio in un articolo scrive : “chi soffoca sul nascere il proprio modo di essere finisce sotto attacco. Il panico usa una cura d’urto solo per farci scoprire chi siamo” per cui la domanda da porsi dinnanzi all’emergere della paura dovrebbe esser “ oggi, con questa crisi, che vita sto ricacciando indietro? Che cosa mi sto perdendo che il panico mi segnala con tanta intensità?”( Caprifoglio in Riza psicosomatica, Feb.2007 n.312). Il panico subentrerebbe dunque quando si aderisce alla Persona, infatti panico deriva da Pan, il Dio greco dell’istintualità e della vitalità, mezzo uomo, mezzo animale che induceva un improvviso e intenso stato di terrore in chi lo incontrava. L’attacco di Pan, come l’incontro pauroso con il serpente, rappresenta la nostra natura istintuale che irrompe nella Persona rigidamente strutturata. 

Hillman nel saggio su Pan, afferma che il panico rivela le eruzioni vulcaniche, gli attacchi e i tifoni distruttivi della natura dell’uomo rimossa.( cifr. Hillmann; op.cit) In questo senso, rifacendoci al patronato odontalgico di S.Domenico, potremmo affermare che siamo rimasti senza “denti”: indifesi dinnanzi alle pulsioni che rischiano di strabordare dall’inconscio poiché non abbiamo più santi taumaturgi in cui credere né simboli capaci di trasformare l’energia psichica.  Carotenuto scrive  : “ Il nostro mondo psichico equivale a un campo energetico costituito da polarità…anziché averne paura, dobbiamo essere in grado di immergerci in situazioni problematiche. Le strade lisce e senza ostacoli esistono solo nel desiderio, che per fortuna non si realizza mai, altrimenti il quadro assomiglierebbe a un elettroencefalogramma piatto”.(Carotenuto 1991;op.cit.pg.757-758). E’ per questo che ritengo importante il contributo della psicologia junghiana, poiché nel suo messaggio positivo ci apre la strada verso la comprensione di quei messaggi simbolici partoriti da una funzione  curativa che possediamo in noi stessi  e ci apre ad una concezione del conflitto che  supera la paura subordinandole l’importanza dell’antropocentrismo di un individuo che impari a considerarsi centro e padrone della propria esistenza.

Dunque la funzione di questo rito non sarebbe altro che rappresentare l’esposizione dell’uomo al negativo esistenziale, ripetendo il tema mitico dell’incontro dell’eroe con il mostro, esperienza grazie alla quale l’individuo stesso viene redento dal suo isolamento e restituito alla sua totalità . Come afferma anche Hegel nella fenomenologia dello spirito, infatti, lo spirito è forte quando ha la capacità di guardare in faccia il negativo che è in ognuno e soffermarsi su di esso affinché il negativo stesso non lo travolga; discorso ripreso anche da Nietzsche che in Divieni ciò che sei, scrive di come l’uomo tenti di fuggire dal dolore sottraendosi così allo sguardo penetrante che lo osserva dalle profondità del dolore che chiede all’uomo di comprendere tramite di lui la propria esistenza.

 La Totalità e  completezza del Sé cui si riferisce Jung  promuove una morte del vecchio uomo, sociale e rimosso a favore di una rinascita che non è legata ad un paradiso terrestre ma ad un’esistenza sperimentata al pieno delle proprie possibilità. L’uomo individuato rinasce nel mondo per poterlo godere e per esplicare in esso tutte le sue potenzialità creative. Cercare Dio in sé stessi equivale a  trovare la via per l’assoluto dentro di sé , quanto maggiore sarà l’ ascolto prestato al sè più profondo tanto maggiore sarà la certezza dell’uomo di essere volto di Dio:è qui che si risolve il problema religioso di cui parlava Jung, immagine espressa  in una bellissima poesia del poeta spagnolo Jimenez: 

“L’ESSERE UNO”

Che nulla mi invada da fuori,

che solo io mi ascolti dal di dentro.

Io Dio

Del mio petto.

Io tutto:ponente e aurora;

vita e sogno,amore e amico.

Io solo

Universo.

Non pensate alla mia vita,

lasciatemi libero e immerso.

Io uno

Nel centro.” (Jimenez, 1923)

Ma per raggiungere questo stato di completezza si rischia  di rimanere avvinghiati tra le spire del serpente e che il suo il morso ci ammali, lo stesso Jung nel viaggio della sua analisi interiore fu vittima di quella che Neumann chiama “malattia creativa”.

Scrive Neumann: “La storia individuale di ogni uomo creativo rasenta sempre l’abisso della malattia , in quanto in lui è caratteristica una intima tendenza a non proteggere e guarire , com’e usuale, le ferite personali che sono necessariamente connesse a ogni sviluppo. In lui queste ferite rimangono aperte, ma la sofferenza che esse procurano è vissuta fino a una profondità dalla quale affiora un’altra forza risanatrice , cioè il processo creativo.” (Neumann, 1954;trad.it 1975,pg.51).

 S. Domenico deve soffrire la solitudine dell’eremitaggio e del contatto con l’inconscio ma da questo ne esce santo e capace di parlare con i serpenti (il male) e renderli innocui .Anche in questo caso vale il mito secondo cui il ferito può essere anche colui che guarisce, il medico, ecco spiegato perché su tutti i personaggi che sono venuti a contatto con il simbolo dell’ombra sotto le spoglie del serpente, come i serpari, siano attribuite capacità taumaturgiche: “Poiché l’uomo creativo nella propria sofferenza personale soffre in prima persona anche per le ferite della sua epoca……egli è in grado di produrre dalla forza rigeneratrice delle sue profondità ciò che può guarire non solo lui stesso ma anche la comunità”.(Carotenuto 1991;op.cit.pg.473). Allora la funzione sociale dei serpari sembra quella di “mediatori psichici”: l’antico serparo potrebbe rappresentare l’odierno psicoanalista che, avendo dimestichezza con l’inconscio, insegna anche agli altri a prendere contatto con esso così come il serparo durante la festa avvicina le persone spaventate ai serpenti.

Ecco che così si può rispondere ad un’altra domanda che il Chiocchio si poneva circa il culto di Ercole: “perché fu celebrato l’eroe dell’uccisione dei rettili (Ercole) dal momento che in epoche antiche questi erano simbolo di prudenza e di immortalità?” (Chiocchio;op.cit.ibd). .

Perché l’uccisione del serpente simboleggia la morte simbolica dell’uomo “persona” e la sua rinascita ad uomo guarito, per questo è così emblematica la fotografia che mi ha mostrato il Prof. Giancristofaro presidente del Centro Studi di Tradizioni Popolari dedicato al Di Nola.

In questa foto dalla quale infatti prende il nome il libro “Il serpente sull’altare” di Profeta (ed.Iapadre 1998),compare un serpente sull’altare eucaristico, quest’immagine è fascinosa e archetipica poiché simboleggia a mio avviso il sacrificio del serpente (ombra) che immolato nella mensa eucaristica è integrato psichicamente. Da una parte questa è una morte  ma è  morte che implica  rinascita, come la resurrezione del Cristo:non a caso il Cristo risorto è raffigurato come un pesce  infatti è disceso negli inferi, nel mare dell’Es, ed è risorto. Che il serpente sia assimilabile al Cristo si evince d’altronde dal passo biblico in cui quando gli israeliti nel deserto si pentono di aver mormorato contro Dio, chiedono a Mosè di intercedere per loro con quest’ultimo . Dio allora comanda di fabbricare un serpente di rame e di innalzarlo sopra un’asta; “chiunque , dopo essere stato morso, lo guarderà, resterà in vita” è scritto.( Nm 21,7 s). Il serpente di rame nel nuovo testamento è considerato una prefigurazione di Cristo “ Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il figlio dell’uomo, perché chiunque creda in lui abbia vita eterna” (Gv 3,14 s) e  nella patristica S.Ambrogio parla del crocefisso come di un serpente appeso al legno (serpens in ligno suspensus) . Se secondo Eliade “Forse la funzione più importante del simbolismo religioso (importante, soprattutto per via del ruolo che doveva avere nelle successive speculazioni filosofiche) è la sua capacità di esprimere alcune situazioni paradossali e alcune strutture della realtà ultima, altrimenti impossibili ad esprimere”[32]; Mefistofele e l’androgine, cit., p. 189. Mediterranee, 1971.

Allora Il percorso dell’Eroe dunque ci ricorda l’importanza di aver il coraggio di affrontare la paura di vivere un’esistenza autentica, un percorso individuale, senza temere la morte  del nostro uomo sociale o la solitudine che spesso deriva da scelte indipendenti.  Coraggio al cospetto dell’Ombra :  “ Coraggio dinanzi alla tristezza dei distacchi, alle passioni che selvaggiamente riassaltano e attanagliano, alle cose del mondo che vanno in contrario dei nostri amori e delle nostre speranze, ai dolori che conviene sostenere e accettare e addomesticare e ridurre a compagni severi della propria vita morale” come scrive Croce ( Croce 1945, pg.31).

L’eroe possiede questo coraggio e  senza temere il giudizio del mondo che troppo spesso getta tra i perdenti gli individui che cercano una soluzione originale agli eterni conflitti dell’animo, il suo archetipo ci ricorda che la vita va sperimentata, che con “audacia” bisogna esplorare vie e interpretazioni nuove,  poiché, come scrive Jung : “ A ogni declino segue un’ascesa. Le forme che svaniscono si ricompongono e , alla lunga, una verità è valida solo quando è suscettibile di mutamento e testimonia di sé nuove immagini, in nuove lingue, come un vino nuovo che viene messo dentro botti nuove”. (Jung,1912:op.cit.pg.349).

 

 

 

 

Mia intervista a Giulio Cavalli

Mia intervista a Giulio Cavalli

MEDIA – Se ancora qualcuno non conosce quest’uomo coraggioso, prima che attore, politico, scrittore, ricordiamo che gli è stata assegnata una scorta da quando nel 2009 haricevuto delle pesanti minacce mafiose a causa della messa in scena del monologo Do ut Des, spettacolo teatrale su riti e conviti mafiosi.

Nel suo ultimo libro “L’innocenza di Giulio”, appena uscito con Chiarelettere, si indagano i rapporti inquietanti di Andreotti con Cosa Nostra (dalle amicizie pericolose con i cugini Salvo e Stefano Bontate, ai summit con i capi dei capi, al bacio “leggendario” con Totò Riina), per i quali è stato processato, è stato assolto e poi riconosciuto colpevole, quindi prescritto dai reati, grazie (indipendentemente dal merito, che passa in second’ordine evidentemente) ai consueti stratagemmi delle leggine rallenta-processi. Scriveil giudice Giancarlo Caselli nella prefazione al volume, non senza retrogusto un po’ amaro: “…Le cose stanno di fatto in altro modo e prescritto significa l’opposto che innocente”.

E allora, com’è possibile che la stragrande maggioranza dei cittadini italiani è convinta che Andreotti sia vittima di una persecuzione che lo ha costretto a un doloroso calvario per l’accanimento giustizialista di un manipolo di manigoldi”?
Com’è possibile che la prescrizione, che non è assoluzione, passi come messaggio mediatico opposto?

I media hanno la colpa e il merito di far sparire o vivere una notizia, di creare o rinnegare una realtà. Crediamo di crearci una visione personale dei fatti o della verità, ma non ci rendiamo conto di quanto alla nostra costruzione di senso partecipino meccanismi che ci sovrastano. In psicoanalisi esiste un termine: rimozione. Così come la nostra psiche rimuove un trauma perché sarebbe troppo pesante portarlo alla coscienza e pericoloso riviverlo o ricordarlo, alcuni tipi di media nascondono o almeno non facilitano la conoscenza dei fatti, li rimuovono, in una specie di psicodramma collettivo.
E se una notizia è nascosta?
Se una notizia è nascosta o peggio velata, o peggio ancora mistificata, quella notizia diverrà costruzione del reale per milioni di persone. Per questo la mafia usa un linguaggio ambiguo, mistificante, schizofrenico ed ermetico, affinché la verità non sia chiara. Gli alchimisti, Ermete Trismegisto e i neoplatonici hanno inaugurato un linguaggio mistico e simbolico, il linguaggio del nascondimento, affinché le loro dottrine non arrivassero alla coscienza e conoscenza di tutti. Probabilmente questi antichi saggi lo facevano per il bene di tutti. Ma la mistificazione del linguaggio simbolico, necessita di ermeneutica, se viene adottato da elementi nocivi alla società e per questo persone comeGiulio Cavalli o Saviano che interpretano e svelano il linguaggio del nascondimento mafioso, sono pericolosi: portano alla luce quello che si vorrebbe nell’ombra. Non a caso, Ieri sera da Saviano e Fazio Giulio ha scelto la parola SOLE. Il sole è quello che non ha Giulio, costretto nell’ombra e a vivere sotto scorta per aver svelato, il sole è quello che non abbiamo noi, perché vittime del nascondimento, anche mediatico.

Andreotti è innocente? No. E’ stato prescritto, prescrizione non è innocenza, ribadisce il libro. Eppure, complici i media, il messaggio che è arrivato alla coscienza collettiva è diverso, mistificato e manipolato dal silenzio. Perché il silenzio è così pericoloso? Da bambini basta uno sguardo dei genitori talvolta a farci male, a rimproverarci, da bambini il silenzio genitoriale è vuoto di informazioni e nel vuoto noi costruiamo le nostre verità senza consenso, senza condivisione. Così, vediamo che è possibile scrivere mille diversi narrati, mille diverse interpretazioni di ciò che è vero e ciò che non è. Il dialogo, il confronto, costruire la verità in modo dialettico, ricostruire il percorso di realtà e condividerlo, questo è sano e possiamo farlo solo nell’ambito del SOLE, della condivisione.
Ho conosciuto Giulio su Twitter, è nata una condivisione di idee e ho letto il suo libro. Qui delle domande che gli ho rivolto e alle quali lui ha gentilmente risposto:

BC. La Bugia. Tu sei un attore e un consigliere regionale impegnato contro la mafia. In entrambi i mestieri che usi per combattere la tua battaglia e’ presente l’arte della menzogna, la bugia come artifizio . Da quello che hai potuto vedere, Si mente più su un palco di un teatro o su quello di un comizio? Ci sono affinità tra un politico e un attore?

Giulio Cavalli. Su un palcoscenico si mente per appuntire il profumo della storia senza mai tradirla, in politica si mente per raccontare un’altra storia rispetto alla verità o per vomitare cumuli per coprire quello che non avviene sulla scena. Pensando al palcoscenico si potrebbe dire che noi teatranti facciamo tutto sul palco mentre in politica spesso le scene chiave si svolgono tra tre o più persone nel cesso del camerino. Quindi una è oscena, l’altra oscena.

BC. Nel tuo libro è giustamente sottolineato quanto prescrizione non voglia dire assoluzione eppure nel nostro paese e’ passato un messaggio contrario. Viviamo in una sorta di dissonanza cognitiva che ci porta alla schizofrenia di verità lapalissiane negate. Chi è più colpevole di queste finte innocenze? La giustizia o i media?

Giulio Cavalli. La mediaticità della giustizia che va a braccetto con la bugia mediatica che sentenzia più credibile e più potente di qualsiasi giudice. L’innocenza di Andreotti è stata la palestra dove si sono formati i muscoli della bugia talmente petulante da risultare vera. Del resto, basta chiedere in giro, per rendersi conto che la veridicità di una notizia si basa soprattutto sulla sua diffusione. Quindi l’analisi è stata sostituita dalla ripetizione amplificata al chilo.

BC. Andreotti, cinico, raffinato, “perfido” stratega, paragonato a Belzebu’, artefice di decenni della nostra storia politica…cos’è che ti ha attratto maggiormente?

Giulio Cavalli. No, nessuna fascinazione. Orrore per una mediocrità rivenduta sulla bancarella dei memorabilia. Andreotti ha usato, secondome, la mafia per gestire il consenso dei territori come (e peggio, viste le sue responsabilità) un sudaticcio sindaco paramafioso qualunque. Forse ha semplicemente trovato un’empatia spendibile per raccontare il falso sulle proprie colpe.

BC. Relazioni pericolose. Tu vivi sotto scorta, ci racconti perché?

Giulio Cavalli. Perché siamo nel Paese in cui cinquecento anni fa i miei colleghi cantastorie venivano impiccati. E addirittura sepolti da indegni fuori dalle mura della città insieme alle prostitute (e pensare che oggi un giullare e una prostituta sono nella stessa assemblea legislativa). Il potere non sopporta di essere raccontato nella sua pateticità quando ha bisogno di diventare prepotente per governare perché non è in grado di farlo secondo le regole.

BC. Nel tuo libro c’è un capitolo sui nuovi Andreotti, ce ne parli?

Giulio Cavalli. Ho voluto scrivere questo libro perché credo che conoscere a fondo Andreotti sia indispensabile per vaccinarsi dagli andreottismi. C’è andreottismo nell’uccisione di Notarbartolo a fine ‘800, poi Portella della Ginestra fino alla prossima innocenza di Giulio in cui cambieranno gli interpreti, ma i personaggi e il copione è sempre lo stesso.
Forse Cuffaro prima e Dell’Utri oggi hanno ripreso gli stessi meccanismi sia nella gestione politica, sia nella difesa mediatica.

BC. Diceva Doevstoevskji che la bellezza salverà il mondo. Cos’è per tela Bellezza?

Giulio Cavalli. Un campo in cui non si possono comprare le mediazioni, in cui non è concesso il servilismo e nemmeno la prostituzione. Davanti alla bellezza chi non è intellettualmente onesto e pulito di cuore non è credibile. Per questo, come diceva Peppino Impastato, davanti allabellezza la mafia è messa spalle al muro.

Mi congedo da Giulio Cavallie se dovessi scegliere una parola anche io, inevitabilmente sceglierei la parola bellezza, ed è con questa parola immensa che vi lascio al monologo IL SOLE che ieri Giulio Cavalli ha letto a Quello che non ho:

“Quello che non ho: il Sole
Perché Sole sa di sole quando non ha macchie in faccia.
Il Sole è rotondo se non ha schegge in giro.
Mi manca il Sole tutto a forma di sole.
Senza la scheggia di chiedermi se ne vale davvero la pena.
Dico di entrare sotto il livello del mare a raschiare i fondali della minaccia avvisata.
Non ho un Sole tutto caldo e bellezza: annuso la nebbia di camminare guardandosi i piedi, leggersi nei riflessi, condizionarsi.
È la paura sotto il Sole che diventa il tuo re nudo.
Convivo sotto il Sole con la coscienza di non essere solo mio.
Un virus con cui infetto i luoghi, gli oggetti e le persone che incontro, incrocio e che frequento.
Una colata che ha trovato un buco nel Sole per gocciolare costantemente nel vaso della mia giornata.
L’eclisse della tua famiglia che comunque si è persa un pezzo della storia e si ritrova a mulinare le braccia per stare a galla, e mentre nuota deve anche mettersi a capire. L’eclisse di un allontanamento dal resto, un’incomprensione continua, una voglia mancata di spiegare.
L’eclisse di una risata che ha bisogno di uno sforzo, di essere lanciata, di non spegnersi nelle parole e sul palco per non rischiare la resa.
L’eclisse di una bolla che ti soffia tutto intorno e ti ci siedi dentro, per proteggerti, sfocando il resto.
Se non riesco a sapere e conoscere chi mi guarda sono senza Sole come dentro una scatola di scarpe.
Posso solo sperare di non diventare ridicolo mentre abbaio alla luna.
Alla luna perché alla fine non riesci più a trovare le parole giuste per farci amicizia, con il Sole”.
16 Maggio 2012 – notizia 210460
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PsicoRecensione : mia intervista e recensione di Vettori, autore de” Le sorelle Soffici” ediz. Elliot

Elogio della fuga: la scelta di non esserci delle sorelle Soffici
di Barbara Collevecchio -

 

Originariamente pubblicato su Unonove

Quanti di noi si lamentano di non riuscire più a stupirsi? Ebbene, qualche giorno fa ho finito di leggere un libro che mi ha stupita. Per due motivi.
Il primo: vista la copertina deliziosa e il titolo “Le Sorelle Soffici” (Elliot Edizioni), mi aspettavo un libro con leziose descrizioni di tea time, gonnelline e guantini dal sapore un po’ proustiano e retrò, invece niente di tutto questo: leggendo sono entrata nell’assurdo, stravagante, pauroso e allo stesso tempo dolce delirio di una schizofrenica!
Una scrittura elegante e fatta di immagini e simboli potenti mi ha trasportata nel regno di Carroll e di “Alice nel paese delle meraviglie”, sono stata presa per mano con delicatezza e fatta entrare in un circo felliniano, dove mi aspettava uno zio un po’ strambo, un outsider di quelli che mi piacciono, un escluso, uno di quelli che li togli dai ritratti di famiglia.
A tratti ho avvertito come un pugno le fantasie violente di Veronica, a tratti mi sono commossa per la sua sciccheria sessuofobica: “è volgare mangiare la crema in pubblico”!
La voce narrante del libro è quindi Veronica Soffici, un’adolescente che nel periodo di mani pulite aveva la mia stessa età. Piena adolescenza. Un momento in cui o esci dal mondo magico per entrare nel principio di realtà freudiano, o resti fuori, condannato dalla tua diversità sognante. Il mondo magico è quello stesso di cui parla l‘antropologo De Martino quando analizza i rituali religiosi del sud, il mondo magico è quello dei bambini quando giocano. Magica diventa una tazzina da caffè usata come telefono, come magico è il mondo onirico di ognuno di noi e quello Reale in cui vive uno schizofrenico. La psicologia fenomenologica di Binswanger ci consiglia di entrare in un delirio comprendendone la storia, il senso esistenziale del singolo. Questa storia di Veronica e Cecilia Soffici non la si legge come un caso clinico, neppure se si è una psicologa come me, ma ci si chiede quanta poesia c’è in un delirio schizofrenico. La risposta, graziè a Vettori è: tanta!
Mentre Mani Pulite io l’ho vissuta con coscienza e quasi esaltazione, perché nella mia testina ingenua presagiva una nuova era di onestà, Veronica Soffici e sua sorella Cecilia, il suo doppio, vivono mani pulite dall’interno di una famiglia che è strettamente legata alle indagini di Di Pietro, poiché coinvolta in giri di mazzette e malaffare. Veronica e sua sorella non sono integrate nella famiglia, adorano la marmellata, le bambole, il tè e i libri. A mio avviso hanno scelto consapevolmente di non esserci, di non imparentarsi con tutto il resto. In un certo senso hanno deciso di sparire.
Possono due delicate fanciulle che parlano con i personaggi dei romanzi e che scrivono lettere agli scrittori defunti resistere al mondo, alla catastrofe delle indagini giudiziarie e alla decadenza della loro famiglia? Lo scopriremo leggendo.
Il secondo motivo di stupore a cui ho accennato, è arrivato nel post lettura, allorquando, parlando con l’autore del libro Pierpaolo Vettori, egli ha citato il Daimon ovvero proprio quel concetto di cui ho scritto ultimamente qui su unonove. Jung direbbe sincronicità! Anche perchè lo stesso Vettori, pochi giorni prima di parlare con me, aveva comperato il testo di jung .
Gli incontri avvengono per caso o per affinità goethiane che viaggiano per altri lidi oltre quelli della mera causa-effetto?
A questa e altre domande risponderà lo stesso Vettori:

B.C.: Tu mi hai parlato di Daimon come agente della tua scrittura; per scrivere di schizofrenia e descrivere così poeticamente dei deliri bisogna avere una sensibilità alla Chirone, lo zoppo che educava gli eroi. Tu come vivi questo demone? Come è nata l’esigenza di parlare di questo argomento?
P.V.: Come ti dicevo durante la nostra conversazione, vengo trascinato in qualche modo verso i temi di cui scrivo da una forza che abbiamo definito demone e che influenza tutta la mia sfera vitale, non solo quella “artistica”. Mi sono sempre sentito “zoppo”, non padrone della mia vita. Il mio è il tipico caso di chi desidera ottenere un risultato mentre si muove per realizzare tutto l’opposto. Il demone ti trascina e ti usa per i suoi scopi che spesso non coincidono con i tuoi. Bisogna imparare a conoscere chi ti abita e cercare di seguirlo, altrimenti ne vieni trascinato con risultati deleteri. Anche dal punto di vista della salute purtroppo.

B.C.: Una ferita può essere quindi una feritoia che ti apre verso un mondo interno, la scrittura è terapia ?
P.V.: È difficile per me rispondere a questa domanda. Dopo anni di terapia ancora non sono convinto di quale sia stata la molla che mi ha spinto verso il miglioramento. Di sicuro, scrivere e leggere quello che ho scritto in qualche modo mi fa stare meglio. È come se, tra le righe, ci fosse una piccola formula magica che non so individuare ma che per me funziona. La mia speranza è che possa essere significativa anche per altre persone.

B.C.: Parliamo del tema del doppio. Tu l’hai affrontato con Veronica e sua sorella…
P.V.: La nostra vita non è sufficiente. Abbiamo bisogno di altro e di più. Sentiamo di essere migliori di noi stessi. Più intensi, nel bene ma anche nel male. Leggere un libro è un sortilegio che ci consente di vivere più vite, immedesimandoci nei protagonisti delle storie. “Diventando” letteralmente i personaggi che ci affascinano. Il doppio è una difesa e al tempo stesso un proclama verso il mondo. Io non mi esaurisco in questo corpo e in questa personalità che vedete e conoscete. Io sono altro. Sono di più.

B.C.: Impazzire, andare in un altra dimensione è un meccanismo di difesa, una scelta per legittima difesa? Può avere dignità questa scelta, come fosse un’eutanasia consapevole?
P.V.: Io credo di sì. È un argomento delicatissimo, ma penso che Veronica non abbia altre possibilità di vincere la propria partita contro un mondo che non può sconfiggere se non quella di affidarsi totalmente alla sua risorsa maggiore, che è l’immaginazione. Nel suo caso è una fantasia quasi sciamanica che le consente di intuire le qualità o le minacce di chi le sta accanto e anche di isolarsi totalmente. Con un alleato del genere, Veronica è intoccabile. La sua fuga finale può essere intesa come una morte ma anche come una definitiva rinascita in un mondo più accettabile per lei.

B.C.: Abbiamo parlato di Guy Debord e della società dello spettacolo al telefono. Solo i personaggi di un libro ne sono coinvolti o lo scrittore stesso? Il lettore stesso? Siamo in un sistema da cui non di può scappare?
P.V.: La società dello spettacolo è un libro profetico. Un libro-mondo nel quale noi viviamo come allegri reclusi. Non è possibile uscire dalla spettacolarizzazione della realtà. Anche chi se ne dichiara nemico ne fa parte perché viene ripreso, citato, discusso, filmato, etc…
L’unica via d’uscita che attualmente riesco ad intravedere è un atteggiamento di tipo ascetico. Di totale rifiuto della visibilità. Forse, al di sotto del rumore mediatico, c’è ancora uno spazio verde nel quale le cose semplicemente “sono”. Il problema è che i vantaggi della società dello spettacolo sono molto allettanti. Ti viene dato molto per poterti sottrarre l’essenziale. Questa via monacale, di totale rifiuto della visibilità, è una via difficile e coraggiosa. Ci vuole la forza morale di Veronica per poterla intraprendere.

Psico recensione: l’uomo del sottosuolo in Dostoevskij , Carotenuto e nel romanzo Thomas J

originariamente pubblicato su Unonove http://www.unonove.org/l’uomo-del-sottosuolo-in-thomas-jay-dostoevskij-e-aldo-carotenuto/

L’uomo del sottosuolo in Thomas Jay, Dostoevskij e Aldo Carotenuto
di Barbara Collevecchio -

È uscito da poco per la Fazi Editore, dopo un’interessante campagna virale, il romanzo di Alessandra Libutti “Thomas Jay”. La campagna pubblicitaria escogitata da Fazi ha portato scompiglio nel web, perché la casa editrice aveva inizialmente sostenuto che Thomas Jay. esistesse davvero, che fosse davvero un geniale scrittore di culto americano, ingiustamente detenuto in carcere. Con tanto di sito e video che lo confermavano, sul web si potevano anche raccogliere firme per la sua scarcerazione. Scoperto il gioco da alcuni critici, Fazi ha risposto:
“Thomas Jay: un grande scrittore ingiustamente in carcere o un’invenzione del marketing?
Da alcuni giorni il web si interroga sulla figura di uno scrittore italoamericano acclamato dalla critica statunitense e condannato all’ergastolo dalla Three Strikes Law, sul video che racconta la sua storia e sulla campagna per la sua liberazione. Come molti di voi hanno subodorato grazie agli indizi che abbiamo disseminato nella campagna virale, Thomas Jay non è un personaggio reale ma è il protagonista del romanzo omonimo di Alessandra Libutti edito da Fazi Editore, in libreria da fine marzo. Thomas Jay è stato finalista al Premio Calvino. Uscito inizialmente in poche copie per un piccolissimo editore, e ritorna oggi in libreria dopo una lunga opera di riscrittura da parte dell’autrice. Abbiamo ricevuto critiche ma anche tanti commenti che ci fanno capire come per nulla virtuale sia la capacità di un personaggio letterario come Thomas Jay di restare nei cuori e nelle menti di chi si imbatte nella sua storia di ribellione e speranza. Quanti hanno firmato la petizione on line e avessero piacere di leggere il romanzo di Alessandra Libutti possono scriverci per richiedere una copia gratuita dell’ebook.”

Eccomi qui dunque a scrivere la mia recensione e le mie riflessioni circa questo romanzo.

“Entrai per la prima volta in un riformatorio nella primavera del 69 avevo 12 anni dalla porta principale non sarei mai più uscito di lì a poco infatti avrei cominciato a dedicarmi alla mia attività preferita scappare di prigione”.

Scrive questo Thomas Jay ad Ailie, la donna di cui si innamorerà, la donna che si rifiuterà ostinatamente di accettare di abbandonarlo. Sì perché la vita di Thomas Jay è costellata di abbandoni, il primo quello della madre americana, poi quello del padre che morirà. Lasciato alla nonna, anarchica e battagliera e alla sorella di questa, fervente cattolica, il bambino crescerà “diverso” in un mondo di “uguali” ad esso ostili. Mondo che forse non lo accetterà mai se non attraverso la scrittura.
Ennesimo abbandono quello della patria e della casa natale, allorquando la nonna morrà. Così Thomas viene spedito in America dalla madre, ma lì avverrà il secondo abbandono da parte di essa e la sua prima reclusione in una carcere.
La nonna anarchica e l’infanzia libera in campagna l’hanno educato a mal sopportare le catene e Thomas scappa: la sua vita, in fondo, non sarà altro che un’eterna fuga anche da se stesso e dalla responsabilità delle sue scelte impulsive e masochistiche.
Durante la prima fuga a 13 anni conosce Max; vecchio proprietario di una lavanderia, romantico amante di libri, di pittura e violino, Max è un fine intellettuale. Senza pietismo e con una complicità che solo chi è accomunato dall’amore per i libri può avere, il vecchio Max inoltrerà Thomas al mondo della bellezza. Per primo gli regalerà una carezza dopo tanti anni e Thomas, conosciuta la Bellezza, non potrà tornare indietro. Come scriveva Dostoevskji, “la bellezza salverà” questo giovane dannato, antieroe anarchico vittima delle istituzioni, del mondo crudele e di se stesso, e del suo egodistonico senso di colpa .
Hai trovato il tuo “vecchio saggio”, ti protegge, ti dà una casa, perché ti rificchi in prigione?
Questa è la domanda che percorre il lettore nelle prime pagine, questa è la domanda che si porrà Stefano Lorenzini, in arte Thomas Jay, dopo anni di galera e una sentenza di ergastolo, presa così, quasi per sbaglio, quasi senza accorgersene. È un criminale questo tenebroso protagonista letterario? No, chi non accumulerebbe una rabbia tale da spaccare macchine e fare atti di vandalismo se dai 15 anni in poi finisse in galera, tumefatto da sputi, randellate, pugni e umiliazioni? Chi non cadrebbe nel delinquere, se abusato? Eppure il protagonista vive nel senso di colpa, si macera in esso e da esso si fa rovinare la vita, come un vero personaggio di Dostoevskji.
Già all’inizio della lettura ho avuto subito in mente “Memorie dal sottosuolo”. Poi, andando avanti la stessa Alessandra Libutti cita ampiamente Dostoevskji, al punto che ci fa quasi sospettare di aver scritto questo libro come omaggio al grande autore.
Il momento in cui, nel libro, la citazione di “memorie” arriva al parossismo, è però il momento stesso in cui l’autrice, forse emozionata da tale raffronto (che ella stessa ha cercato) incespica e cade di stile, proponendoci dei dialoghi durante l’incontro di Thomas con Ailie, che deludono.
Thomas è legato al letto di un ospedale, più morto che vivo, è uno scrittore famosissimo e di culto, ha scritto le sue migliori opere durante la galera ma nessuno sa che dietro il suo pseudonimo si cela Stefano Lorenzetti, ergastolano.
Ailie è una donna frustrata, che ha scritto una tesi su di lui, che si è innamorata di lui attraverso la scrittura ma che non riesce a spiccare il volo. È Thomas stesso a cercarla, così com’è l’uomo del sottosuolo di Dostoevskji a cercare Liza. Entrambi i protagonisti sono in fin di vita, stracci macerati nel senso di colpa e dall’autopunizione, entrambi vittime di scelte scellerate, egodistoniche, autodistruttive, entrambi nel baratro di chi punisce se stesso con la rabbia, di chi punisce il mondo con la violenza e con la non-presenza, pagandone le conseguenze con una vita nel sottosuolo.
Ma arriva Ailie, così come arriva Liza e le scene sono simili.
Thomas, come l’uomo del sottosuolo, scaccia Ailie, l’anima, la salvatrice, la donna ostinata che l’ammira. Così come nel romanzo di Dostoevskji per il protagonista non è accettabile farsi vedere mal ridotto dalla donna che lo crede un salvatore, anche per Thomas Jay la risposta alla profferta d’amore all’inizio è il rifiuto, la rabbia e anch’egli scaccia Ailie. Ma la donna, così come Liza, è ostinata: rappresenta il femminile che salva, la Beatrice traghettatrice dall’inferno al paradiso.
C’è però una differenza tra i due personaggi: l’uomo di “ Memorie dal sottosuolo” è anch’egli “timido”, come Thomas Jay, ma un narcisista e di tipo “ipervigile”. L’uomo del sottosuolo è inibito, schivo, ha difficoltà nelle relazioni, ipersensibile e reattivo agli atteggiamenti degli altri, talvolta li idealizza, considerandoli perfetti, talvolta li odia, disprezzandoli, e vive dei veri e propri deliri di superiorità e onnipotenza compensativi. Prova vergogna e umiliazione l’uomo del sottosuolo ma essa è endogena, certo anch’egli è vittima di un abbandono da parte dei genitori ma il suo autolesionismo nasconde un vero e proprio Narciso: “In primo luogo io non potevo amare perché amare per me significava Tiranneggiare e corrompere – Tipico del narcisista vivere l’amore come manipolazione e rapporto di potere- Anche nella mia fantasie del sottosuolo- continua- non mi figuravo l’amore se non come una lotta che cominciasse sempre dall’odio, e finisse con il totale assoggettamento morale… poi però non sapevo immaginare cosa ne avrei fatto di un soggetto assoggettato.” Ecco la natura dell’uomo Dostoevskjiano: un nevrotico narcisista che esplora il suo abisso sfiorando la paranoia, circumnavigando l’egoismo.
Thomas Jay non è così, accetta l’amore di Ailie, è protettivo, si preoccupa del suo benessere, tenta di evitarle il dolore. Thomas Jay non ha colpa, in effetti neppure l’uomo del sottosuolo non ha commesso reati, anche lui si è messo in cella da solo, ma la sua è una gabbia mentale, quella di Thomas Jay è concreta e le violenze che subisce da ragazzino commuovono sinceramente.
Cito Giovanni Jervis: “La denigrazione sistematica della sfera intima nell’ambito delle istituzioni totali come i manicomi tradizionali e altre collettività autoritarie è una forma di violenza che incide sulla libertà della mente e tende a distruggere la vita psicologica. Il trovarsi privi di uno spazio personale ed esposti costantemente allo sguardo altrui ostacola la possibilità di trovare un centro nei propri pensieri. Possiamo chiamare sfera intima quel nucleo di auto protezione gelosa di sé che protegge ciascuno nel suo percepirsi come soggetto autonomo.”
Al nostro protagonista, antieroe anarchico, la sfera intima è stata totalmente sottratta e noi entriamo con lui in ogni cella che cambierà, soffriamo con lui ed esultiamo con paura per le conseguenze di ogni sua folle fuga. Thomas sputa in faccia alla gente, ma è buono e lo fa per difesa anche se tra schiaffi veri e schiaffi morali, tra umiliazioni fisiche e umiliazioni psicologiche talvolta non c’è molta differenza.
Come dicevo, la prima parte del romanzo è molto più riuscita delle seconda, dove a mio avviso l’autrice si perde un poco sia nei dialoghi che nelle spiegazioni: credo che il lettore debba essere spinto a trarre conclusioni da solo e non debba essere imboccato per la paura dell’autore stesso di non essere capito. Forse talvolta basta narrare, non serve spiegare. Mi è piaciuto molto di più il Thomas Jay adolescente ribelle, magro, sperduto, poetico nel suo incontro con Max, quello che scriveva e raccontava ed era di poche parole, quello che si innamorava di Proust. Il Thomas Jay adulto si è riconciliato con se stesso, ci lascia perle di saggezza… ma non sarebbe stato meglio se le avessimo intuite? L’autrice, tuttavia, non ci lascia facili considerazioni perché il lieto fine è solo uno spauracchio dove si nasconderà il lettore più romantico.
Consiglio questo libro a chi vuole entrare nel mondo del sottosuolo e dell’inconscio, nella spirale di un noir tutto mentale. Quante volte l’ansia e la depressione non sono altro che espressioni di rabbia mal direzionata? Quante volte ci facciamo del male, diventando i nostri peggiori nemici? Quanto è importante riconciliarsi con se stessi e venire a patti con la nostra Ombra o lato pruriginoso e istintuale? Ce lo racconta Thomas Jay, che per i lettori più forti consiglio di affrontare rileggendo anche il bellissimo “ Memorie del sottosuolo” del caro Fëdor Michajlovič Dostoevskjij.
E se proprio si vuol esagerare e andare a fondo nel tema, consiglio con tutto il cuore, poiché è stato mio professore ma soprattutto lo studioso che per primo mi ha avvicinata a Jung, “I sotterranei dell‘anima”, di Aldo Carotenuto, ed. Bompiani. A voi la sinossi:
“Carotenuto ci accompagna in un viaggio nei “sotterranei dell’anima” di due scrittori del calibro di Fedor Dostoevskji e Joë Bousquet. Due grandi interpreti della malattia della coscienza, accomunati da un destino di sofferenza che li sollecita a investigare le realtà dell’anima e a rivelare i lati più segreti, più oscuri dell’essere. Un lungo pellegrinaggio nel corso del quale l’io sperimenta qualcosa di simile a una morte, perché tutti i punti di riferimento che esso aveva fissato per orientarsi nel reale si eclissano. Eclissi della ragione, eclissi della coscienza diurna per accedere a quella conoscenza interiore delle cose che distingue il poeta dall’uomo comune. L’autore, commentando questa nekya, ce ne illustra i pericoli e i vantaggi. Attingendo alle immagini della psiche inconscia, accogliendone le suggestioni ed elaborandone i contenuti, l’individuo matura una consapevolezza di sé e del mondo che riconcilia i poli scissi dell’esperienza, pur mantenendone le contraddizioni. Salute e malattia, sogno e realtà, soggettività e alterità perdono la loro irriducibilità e si relativizzano, concorrendo alla generazione dei destini individuali. Carotenuto ritrova nelle tappe che scandiscono il lavoro analitico gli stessi travagli che caratterizzano l’opus trasformativa dei due artisti; e suggerisce la medesima cura: quella della parola. Riconciliare colui che parla con ciò di cui parla, questo l’impegno in cui converge la ricerca analitica e quella artistica.”.
Anche Thomas Jay è stato salvato dalla narrazione e dalla parola.

psicorecensioni : Il trono vuoto di Roberto Andò, ed. Bompiani

psicorecensioni : Il trono vuoto di Roberto Andò, ed. Bompiani

Il Trono vuoto, metafora di un PD narcisista. Ci saranno speranze?

Il trono vuoto” di Roberto Andò, ed. Bompiani, 2012

La trama: il  segretario del principale partito di opposizione scappa improvvisamente da dall’Italia e fugge in incognito in Francia, probabilmente a causa di una depressione e dei sondaggi negativi. La moglie Anna e il suo segretario personale Bottini cercano in tutti modi di salvare il salvabile e, per non creare uno scandalo mediatico, rintracciano il fratello gemello del segretario e lo sostituiscono a lui in segreto. Così, Ernani, filosofo eccentrico e geniale, per anni ricoverato in un ospedale psichiatrico, diventa di colpo il nuovo leader dell’opposizione, rivoluzionando lo scenario politico.
Scritto sapientemente, con un vago senso di fiction che l’avvolge, dal romanzo sarà tratto un film di Angelo Barbagallo, e nel ruolo di due gemelli ci sarà Toni Servillo.
Il tema della fuga e quello del doppio sono i due topos su cui si basa questo libro .

I l salotto letterario di Giuditta il 7 giugno ospiterà il romanzo ” La scarpa sul tetto” di Vincent Delacroix

I l salotto letterario di Giuditta il 7 giugno ospiterà il romanzo ” La scarpa sul tetto” di Vincent Delacroix

Il salotto letterario del blog Tempo x me, ospiterà il 7 giugno il primo appuntamento con il romanzo “La scarpa sul tetto” di Vincent Delacroix , edizioni Excelsior 1881.

Sinossi del romanzo :
La scarpa è rimasta là. È da giorni che la guardo – tutto ciò che resta di te, quella ridicola scarpa, come se ti avessero portato in cielo e quella fosse l’unica traccia rimasta di te…

Al centro del romanzo, una scarpa abbandonata su un tetto parigino. Com’è arrivata fin lì, a chi appartiene? Di capitolo in capitolo, gli abitanti dell’immobile che si affaccia sul tetto forniranno ognuno una versione diversa di quella singolare e inquietante presenza, specchio dei loro sentimenti e dei loro desideri.
E, da un racconto all’altro, le possibilità, tragiche o comiche, si moltiplicheranno, intrecciando con grande brio stili e registri – satira, elegia, retorica – in una polifonia narrativa che riporta alla mente il capolavoro di Georges Perec “La vita istruzioni per l’uso”. In un crescendo di sorprese e colpi di scena incontreremo
così una ragazzina che soffre d’insonnia, un ex marito vendicativo, un ladro senza una gamba, un trentenne che sogna la sua Cenerentola, un cane filosofo, un frivolo presentatore televisivo, una ragazza sofferente per amore, ognuno dei quali ci offrirà la sua versione, finché, nell’epilogo, con un’ultima, geniale piroetta, il mistero si risolverà.
Raffinato esercizio di stile con un’avvincente costruzione a incastri che mescola favola e racconto filosofico, satira dei costumi e humour noir, La scarpa sul tetto è il romanzo su cui l’editore Gallimard ha puntato per bissare nel 2008 il successo dell’”Eleganza del riccio”.

il link per ordinare il libro

http://www.excelsior1881.eu/catalogo/bookshow.php?id=57

Psico recensione di Dove finisce Roma di Paola Soriga, Einaudi.

La mia recensione di Dove finisce Roma di Paola Soriga, Einaudi.

“Lo amerò da sola.
L’amore è un’occupazione solitaria.
L’amore ricambiato pesa su noi anime fino a schiacciarle.”
(Antonella Anedda citata in Dove finisce Roma di Paola Soriga)
In psicoanalisi c’è un concetto che mi ha sempre affascinata: l’Attenzione fluttuante.
Essere attenti in modo fluido vuol dire ascoltare la narrazione del paziente con un atteggiamento aperto, meditativo. Fluttuare come una barchetta nel mare delle parole, delle sensazioni, attivare l’intuizione , non dirigere o pensieri affinché i pregiudizi non inficino l’ermeneutica, rimanere fluidi: questa è la meraviglia di un atteggiamento fluttuante, di vero ascolto. Servono anni di training per riuscirci ma forse ci si può provare anche quando si legge un libro.
Un testo, come ho ribadito in varie occasioni, può essere considerato, come tutte le produzione culturali, una narrazione psichica, talvolta anche inconscia del narrante. Troppe volte ci affacciamo al mondo dell’Altro con pregiudizi, leggendo le recensioni che dell’Altro ci consegna il mondo, troppe volte non approdiamo alla vera conoscenza di un testo o di un’opera d’arte. Mi risponderete che di un’opera d’arte, come di un romanzo e di un essere umano, non v’è vera conoscenza, e io vi darei ragione. L’attenzione fluttuante quindi non è presunzione di un logos che definisce ma meraviglia di un’anima che usa l’intuizione per percepire profondamente risonanze interiori.
Paola Soriga ci ha regalato un romanzo scritto con un linguaggio fluttuante, questa è la cosa che mi ha maggiormente catturata nella lettura.
Siamo in una cava di Roma, durante la Resistenza, attorno all’io narrante ci sono buio, rumore di topi che sgattaiolano e acqua che sgocciola, da due giorni, solitudine. Questo è il setting perfetto affinché l’io possa diventare liquido e prendere contatto con il buio ctonio dell’inconscio e iniziare a raccontarsi.
La protagonista del romanzo è una staffetta della Resistenza che si è dovuta nascondere in una cava per non essere catturata. Isolata, preoccupata, inizia la sua narrazione labirintica e solare allo stesso tempo. Attaccano i ricordi, mischiati a sprazzi di presente, ci troviamo a Centocelle, in via Tasso, ma anche in Sardegna, e veniamo avvolti da odori, sapori, sensazioni, colori, piccole grandi sfumature percettive che ci catturano.
La scrittura così particolare di questa giovane autrice spinge a una lettura Fluttuante perché è costruita in periodi lunghi, che evocano emozioni, ricordi, suoni e profumi, mescolati in una narrazione mnestica che echeggia le associazioni libere freudiane.
La nostra staffetta: “ Ricorda soprattutto i lunghi e asciutti pomeriggi estivi, quando per l’orto e il caldo era troppo [...] e i grandi e i più piccoli dormivano, quanti anni aveva, otto o nove, a lei il sonno non veniva, l’ago avanti e indietro e la voce della nonna che cantava [...] anche i cani dormivano ma non le cicale [...]”. Questa sembra una prosa spontanea ma forse è calcolata, comunque è a effetto, immaginale, come il racconto trafelato di un bambino emozionato che deve raccontare tutto e subito e nel racconto mescola odori, sapori e cielo e buio e vomita tutto in un affresco grande ed emozionante.
“E nel silenzio lento della casa solo il chiasso che fanno i suoi pensieri, e le rondini di fuori” una proesia? (Un misto tra prosa e poesia?) Alcune frasi brevi mi sembrano quasi dei piccoli Haiku che fluttuano leggeri tra una riga e l’altra.
Le descrizioni sono unite a pensieri e sensazioni, come in un racconto da setting analitico, in cui non ci ferma censurare, la prosa è un flusso evocativo, quasi inconscio, con un grande uso delle immagini, e penso a un quadro, mentre leggo. Forse, mi dico, sto leggendo un quadro. La scrittura della Soriga è declinata in “Are” e leggendo, vengo coinvolta in un andare in avanti, periodo dopo periodo, come una nave che avanza liscia, inarrestabile. “ [...] e muoversi di mani, come foglie di fico nel vento, che Ida la incantavano”. Questa scrittura, incanta, imbambola, personalmente ho mollato gli ormeggi dell’io, affamato di comprensione e mi sono lasciata andare ai suoni, alle immagini. Forse questo romanzo andrebbe letto così, con un’attenzione fluttuante e aperta alle sue evocazioni. C’è un pezzo che voglio citare perché è il momento in cui Ida e Agnese decidono di andare alle grotte Ardeatine, piene di mucchi di cadaveri: “ Dobbiamo andare, diceva Ida, dobbiamo vedere, non lo so perché, bisogna andare. E poi lì davanti, da lontano si vedevano i corvi, si sentivano i corvi, le grida dei corvi, e la terra era umida e soffice e c’erano tuberose, tuberose che coprivano la terra e il loro profumo fortissimo”.
La sinestesia è un fenomeno sensoriale/percettivo, che indica una “contaminazione” dei sensi nella percezione, questo a mio avviso, è un romanzo sinestetico e ho voluto citare questo brano sull’odore e i corvi delle Fosse Ardeatine perché a quindici anni andai ad Auschwitz, e la mia sensibilità fu toccata allo stesso modo, provocata fino allo svenimento dall’odore di cadaveri, il cielo plumbeo, la durezza della lingua tedesca, la prepotenza dei corpi nudi e ammassati.
Odio i miei genitori per avermi portata in quel posto orrendo, il manifesto dell’orrore umano, l’altare del più grande affronto alla bellezza. Successivamente, invece, capii che mi avevano fatto un grande regalo, che da quel giorno non sarei stata più la stessa, che di Resistenza, di emozioni, si deve parlare, si deve leggere.
Per questo il libro di Paola Soriga, lo consiglio, vivamente. E consiglio di leggerlo in questo modo, entrando in quel mondo, percependo quelle sensazioni, quegli odori, quella paura, quella speranza.
[Barbara Collevecchio]